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Al Bano ospite a Sanremo 2023: "Dai giovani imparo ma per me il rap non è musica"

Il cantante torna sul palco dell'Ariston la seconda serata in trio con Massimo Ranieri e Gianni Morandi
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"Dopo ventisette anni si materializza un mio sogno, che immaginavo dal 1997. Lo dicevo a Morandi: lo hanno fatto Pavarotti, Carreras e Domingo, hanno unito le loro potenzialità e hanno fatto un finimondo, facciamolo anche noi". E così Al Bano, con Gianni Morandi e Massimo Ranieri, salirà mercoledì sera sul palco di Sanremo 2023 per offrire qualcosa di unico e, a suo modo, di monumentale: tre voci che rappresentano, ognuna in maniera differente, la storia della nostra canzone. "Non devono cantare le nostre voci", tiene a sottolineare lui, "ma le nostre storie. Io Morandi e Ranieri abbiamo tre storie quasi parallele: siamo nati da un sano proletariato, ci siamo fatti il mazzo fin da ragazzini, abbiamo frequentato l'università della vita e della strada, per arrivare fino a qui".

"Dopo ventisette anni si materializza un mio sogno, che immaginavo dal 1997. Lo dicevo a Morandi: lo hanno fatto Pavarotti, Carreras e Domingo, hanno unito le loro potenzialità e hanno fatto un finimondo, facciamolo anche noi". E così Al Bano, con Gianni Morandi e Massimo Ranieri, salirà mercoledì sera sul palco di Sanremo 2023 per offrire qualcosa di unico e, a suo modo, di monumentale: tre voci che rappresentano, ognuna in maniera differente, la storia della nostra canzone. "Non devono cantare le nostre voci", tiene a sottolineare lui, "ma le nostre storie. Io Morandi e Ranieri abbiamo tre storie quasi parallele: siamo nati da un sano proletariato, ci siamo fatti il mazzo fin da ragazzini, abbiamo frequentato l'università della vita e della strada, per arrivare fino a qui".


È diventato un classico, se lo aspettava?
"Non ci ho mai pensato a cosa sarei diventato, ho sempre fatto le cose spontaneamente, così come mi venivano in mente. Oggi sono un classico? Va bene".

Le piace l'idea che possa essere scoperto da un pubblico di giovani che guarda Sanremo?
"Mi diverte, ma mi hanno già scoperto, anche grazie a Rovazzi o ai musicarelli che ogni tanto ritrasmettono, o all'Isola dei famosi. Mi va bene tutto, sono stato sempre solo me stesso".


In questo modo ha trovato una sorta di eternità.
"La musica è medicina, io di musica mi nutro da sempre, e oltre a essere medicina è stata per me un tappeto volante, ho sempre volato e sognato, quando ero nei campi, o quando ero a Milano da solo, o quando lavoravo alla catena di montaggio".

Anche Sanremo ha trovato una sorta di eternità.
"È incredibile che questa rinascita del Festival si debba ai giovani, io pensavo che non gliene fregasse più niente e invece mi sbagliavo. È un posto dove alla fine anche le giovani generazioni devono passare".

Ha mai pensato di smettere?
"Mai, davvero, nemmeno durante gli anni Settanta. Allora ho scelto l'estero indovinando. In Spagna facevo exploit clamorosi e uscendo fuori dall'Italia ho capito come lavorano gli altri. Ho imparato".

E dalla musica di oggi impara qualcosa?
"Si impara sempre, per fortuna e da tutto. Il rap lo ascolto per curiosità, ma non penso sia musica".

Un cantante bravo riesce a far diventare bella una canzone brutta?
"Una canzone brutta rimane brutta, anche se cantata magistralmente. L'emozione non puoi far finta che ci sia, mai".

Cosa vuol dire cantare per uno che ha una voce come la sua?
"Io sono stato salvato da questa voce, mi ha permesso di volare, mi ha fatto realizzare cose incredibili. È un dono di Dio e lo ringrazio per questo. Io credo, e anche se ho avuto dei diverbi con Lui, negli anni Novanta, mi sono accorto che senza fede vivo male. E quando canto nella voce c'è gran parte della mia vita".

E anche questo le permette di stare ancora con i piedi per terra?
"Non mi sono mai sentito un divo facendo questo mestiere, neanche quando lo sembravo. Sono felice di essere nato umile, di essere rimasto umile e di amare l'umiltà".

Cosa si aspetta che accada con questo trio?
"Non lo so, francamente, vedremo. Quello che so è che l'emozione ci sarà tutta".