Guardo sul taccuino per l’ennesima volta i nomi delle band che Ryuichi Sakamoto mi ha consigliato di ascoltare dopo l’intervista. Era il 23 novembre 2019. Il giorno successivo avrebbe suonato all’Auditorium Parco della musica di Roma insieme ad Alva Noto: un concerto dove si incontrano due stili, due anime e due tradizioni musicali molto diverse, anticipato pochi giorni prima dall’album Two, la registrazione di un concerto all’Opera House di Sidney che ne svela le trame anche se ogni spettacolo dal vivo sarà inevitabilmente unico (dopo sveleremo il perché). Un mese prima era uscita per la prima volta fuori dal Giappone, la riedizione di A Thousand Knives, il suo primo importantissimo album che inizia con il famoso "discorso della Montagna" di Mao Zedong con la voce trattata col vocoder e utilizza per la prima volta un sequencer basato su microprocessori. Poco dopo Sakamoto sarebbe stato tra i fondatori della Yellow Magic Orchestra, uno dei gruppi più influenti della scena elettronica, pionieri del genere insieme ai Kraftwerk ma al tempo stesso molto diversi da loro.
Il racconto dell'incontro
Sul tavolo ci sono delle bottigliette di plastica per i partecipanti all'incontro sull'artista Shiro Takatani e al documentario di Giulio Boato su di lui, tranne che per Sakamoto che ha portato la sua borraccia personale in un tempo ancora pochi avevano questa sensibilità a dimostrazione che il suo impegno ecologista non è di facciata. Durante tutto l'incontro è affabile, ironico, attentissimo, curioso. Doveva fermarsi solamente venti minuti e invece alla fine rimarrà quasi un'ora.
Il concerto con Alva Noto della sera successiva è estremamente raffinato: vi si incontrano i suoni evanescenti e minimalisti del piano di Sakamoto e l’elettronica rarefatta e pulsante del compositore tedesco. Non è neppure necessario chiudere gli occhi perché la mente possa vagare in spazi siderali, mondi inesplorati dove il calore umano e la freddezza aliena si intrecciano dando luce (e buio) a nuove forme di bellezza.
Dopo l'evento c’è un incontro per festeggiare i due musicisti: Sakamoto, uno degli uomini che ha davvero cambiato la faccia della musica contemporanea a partire dal lavoro con la Yellow Magic Orchestra che lascia il segno su generazioni di artisti dal technopop all'electro, per poi passare da colonne sonore indimenticabili a una sperimentazione sonora e a un’arte sempre più multimediale, è gentile e disponibile ma soprattutto, non altero e distaccato come spesso avviene. Al contrario, è molto attento alle persone e incredibilmente curioso di chi gli sta intorno: è lui a fare domende per primo. Vuole sapere se ci sono nuovi artisti interessanti in Italia e alla domanda analoga sul Giappone risponde facendo tre nomi. Il primo è quello dei Bo Ningen, un gruppo noise psichedelico, il secondo le Otoboke Beaver, una art-punk band femminile di Kyoto e la terza sono i C.C.C.C. (Cosmic Coincidence Control Center) influenzati dal teatro Butoh (non a caso troviamo uno dei grandi interpreti di questa arte, Min Tanaka, collaborare in diverse occasioni con Sakamoto). [[ge:rep-locali:repubblica:394700757]]
Dall’annuncio della malattia molte volte il pensiero è andato a quella persona dall’aspetto sobrio ed elegante ma inaspettatamente gentile e ironica, capace di costruire mondi sonori sempre diversi. Proprio su Robinson, il settimanale culturale di Repubblica di questa settimana, una serie di circostanze del tutto inattese mi ha portato a scrivere del suo ultimo lavoro “12”, il suo testamento in musica. Un ascolto che lascia colpiti, a cui si arriva alla fine stremati, un’opera impossibile da dimenticare. Mi sono trovato a pensare che ho ascoltato questo album probabilmente proprio negli ultimi momenti della vita terrena di Sakamoto ma non so cosa voglia dire o se significhi qualcosa. Per Jung, che definiva eventi come questo “sincronicità”, esiste una rilevanza tra fenomeni non collegati dalla causalità.
L'intervista del 23 novembre 2019
Questa intervista è stata da me realizzata come evento pubblico al Palazzo delle Esposizioni di Roma il 23 novembre del 2019 per presentare il documentario di un giovane regista italiano, Giulio Boato, intitolato Shiro Takatani. Between nature and technology di cui Sakamoto è uno dei protagonisti. Fino a oggi è rimasta inedita.
Lei, oltre a essere un grande compositore e pianista, è anche uno dei maggiori innovatori e sperimentatori della musica contemporanea. Con Takatani ha avuto modo di collaborare in diverse occasioni con progetti come Life del 1999, Garden Live del 2005, Collapsed del 2012 fino a Plankton. Come è nata questa lunga e importante collaborazione?
"All’inizio degli anni Novanta sono rimasto profondamente colpito dalla visione di uno spettacolo teatrale della compagnia Dumb Type di cui Takatani era il fondatore. Mescolava danza e tecnologia e quello che più mi piaceva era la crudeltà del loro immaginario che era al tempo stesso futuristico e postmoderno. Takatani ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione dell’aspetto visuale e il design di quella performance. Qualche anno dopo quando ho iniziato a lavorare al mio primo lavoro teatrale, Life, ho chiesto a Shiro di occuparsi di tutti gli aspetti estetici di questo lavoro che era veramente molto ambizioso perché includeva un’orchestra, un coro di bambini e altre varie componenti da legare sotto il profilo visivo oltre che da quello sonoro. Shiro realizzò un lavoro veramente meraviglioso e così quello fu l’inizio della nostra lunga collaborazione. Da Life è stata tratta anche una installazione proprio traducendo e decomponendo lo spettacolo teatrale. L’abbiamo chiamata Digital Life e la potete vedere qui a Roma allo Spazio Pelanda di Testaccio: è stato molto interessante per noi realizzare questo lavoro di traduzione e adattamento da una forma espressiva a un’altra".
Un’altra collaborazione si intitola Plankton e affronta un altro rapporto che nella cultura giapponese è profondamente innervato: quello tra natura e tecnologia. Come avete lavorato a questo particolare progetto?
"Mmm (pensa e intanto annuisce, ndr)… Fin dai primi anni Novanta, anzi dal 1992 per essere precisi, la questione dell’ambiente per me è diventata centrale e ho iniziato a chiedermi cosa potessi fare per salvare il pianeta Terra e siccome il plancton ha un ruolo centrale nel nostro ecosistema ho cercato un modo esprimere questi concetti attraverso il mio lavoro da compositore. Il mio processo lavorativo funziona così: prima rifletto a lungo e poi lentamente metabolizzo questi pensieri ma in un modo non diretto. Probabilmente se fossi un cantante o uno scrittore sarebbe diverso, credo che li affronterei in maniera molto più immediata ma essendo un compositore fluiscono nella mia opera in modo astratto. Nel senso che non canto, non urlo cose come 'forza, salviamo tutti quanti l’ambiente!'. Quindi chi ascolta deve codificare qualcosa di molto simbolico, di astratto che, spero, riesce a trasmettere i miei pensieri, le mie sensazioni. Diciamo che questa è proprio la mia modalità di espressione rispetto ai temi che di volta in volta affronto attraverso la musica".
Lei è stato un grande anticipatore: si occupava di questi temi molto tempo prima che lo facessero i Radiohead, i Coldplay o molti altri artisti che, per fortuna, oggi sono diventati a loro volta portatori di un messaggio ecologista. So che non si è limitato al suo lavoro artistico ma ha proprio contribuito con del denaro a un’opera di riforestazione della foresta amazzonica.
"Lei conosce molto bene i miei sforzi in difesa dell’ambiente, mi fa piacere (ride, ndr). Ho iniziato questa pratica concreta di darmi da fare contro i danni che arrechiamo all’ambiente a partire da un concerto del 2001 in Giappone in cui ho piazzato delle cyclette nel foyer del teatro nel quale facevo il concerto e ho chiesto al pubblico di pedalare affinché potessero generare dell’energia elettrica che sarebbe poi stata utilizzata per il concerto".
Ha funzionato?
"Certo! Simbolicamente la pedalata degli spettatori ha fornito l’energia necessaria per illuminare una potente lampadina piazzata sul palcoscenico del teatro".
Come è avvenuta invece la sua collaborazione con Alva Noto, un altro grande compositore e artista multimediale tedesco? Insieme a lui ha fatto ben otto album.
"Collaboro con lui dai primi anni 2000. Oltre che compositore è anche un artista visivo e fa entrambe le cose molto bene tanto che le sue opere sono esposte alla Tate Modern di Londra o al Guggenheim di New York. Il modo in cui lui compone musica mi ispira moltissimo perché è completamente diverso dal modo tradizionale, è davvero molto, molto particolare…".
Ovvero?
"Carsten (Carsten Nicolai è il vero nome di Alva Noto, ndr) ha un approccio alla musica molto simile a quello che avrebbe un matematico: è molto concentrato sui numeri mentre io ho ricevuto una formazione assolutamente classica, ma al tempo stesso sono molto incuriosito da nuovi approcci alla composizione musicale e alla musica in generale. Qualche tempo fa abbiamo fatto delle session di musica improvvisata nella Glass House, un edificio dalle pareti fatte di vetro che si trova nel Connecticut costruito dall’architetto Philip Johnson. È un luogo veramente iconico: ci sono delle foto d’epoca di Andy Warhol seduto sul retro ed un luogo interessante perché ci sono delle rifrazioni sonore molto particolari, così abbiamo deciso di farci un concerto".
"No, mai. Questa è stata la prima volta in assoluto, non ci era mai capitato prima e penso che ad ispirarci sia stata sia la particolarità del luogo ma anche la meravigliosa natura che ci stava intorno. Così abbiamo improvvisato per trenta lunghi minuti. Il primo ad essere sorpreso è stato Carsten, che avendo questo approccio matematico non ha mai apprezzato molto l’idea di improvvisare però in quell’occasione ha deciso di farlo. E visto che era venuto così bene da quel momento abbiamo deciso di inserire un momento di improvvisazione anche nei nostri concerti".
Anche nel concerto di domani sarà così?
"Sì. Ci saranno naturalmente dei brani strutturati ma tra un pezzo e l'altro ci dedicheremo anche a dei momenti di improvvisazione. Quindi sarà uno spettacolo con dei pezzi noti che verranno eseguiti in maniera letterale ma ci saranno anche cose assolutamente imprevedibili".
"Sono proprio un maniaco dell’opera di Bernardo (lo dice in italiano, ndr). La mattina in cui ho appreso della sua morte ho avuto come una sorta di illuminazione, come un’ispirazione: è come se la forza della sua arte mi avesse accarezzato ancora una volta. Ho sentito l’impulso di sedermi al pianoforte e di comporre un brano che ho registrato e mandato a Clara, la moglie di Bertolucci, affinché questo breve video potesse essere utilizzato e proiettato per la cerimonia commemorativa in suo onore".
Lo suonerà?
"È la prima volta che vengo a Roma dalla sua morte. Ho scritto quel pezzo pensando a lui e non posso non suonarlo. Bernardo ha rappresentato qualcosa di davvero importante per me, per la mia vita".