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Il ritorno live degli Interpol: "Per noi conta solo la passione"

Tre date in Italia per la band: "La nostra vera anima esce nei live"
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Il 24 giugno a Milano, il 26 giugno a Torino e il 28 giugno a Roma: tre concerti per riportare in Italia la loro musica, tre occasioni per riproporre il loro repertorio, la loro musica, il loro rock. Sì, perché rock suonano gli Interpol, band americana ma con un cuore inglese, e addirittura qualche piede in italia, visto che Daniel Kessler, fondatore e chitarrista del gruppo, è nato in Inghilterra, è cresciuto negli Usa e ha vissuto sette anni a Milano. Questa sua natura 'internazionale' ha permesso alla band di essere sempre fuori dagli schemi, dal prevedibile, dall'ovvio, riuscendo a interpretare il rock, o quel che ne resta, in un modo estremamente vitale e contemporaneo, rimettendosi sempre in discussione. Al punto di affidare i brani del loro ultimo album, The other side of make believe, uscito lo scorso anno, ad un gruppo di artisti perché lo interpretassero a loro modo, lo rileggessero offrendo il proprio punto di vista musicale per realizzare un altro album intitolato Interpolations, che uscirà nei prossimi mesi, un atteggiamento tutt'altro che 'egocentrico'... "Volevamo che i brani del disco prendessero una vita diversa", ci dice Kessler, "ci piaceva l'idea che qualcuno potesse avere l'opportunità di interpretare le nostre canzoni in una maniera differente dalla nostra, fosse in grado di trovare nei brani qualcosa della quale noi stessi non ci eravamo accorti. E il progetto sta dandoci delle magnifiche sorprese".

Di che genere?

"Si passa dai ritmi latini di Makaya McCraven agli spazi sonori di Water from your eyes, dalla riduzione al minimo di Daniel Avery all'elettronica di Juliet Seger, alla ricontestualizzazione che fanno Jeff Parker o Jesu. Insomma, si tratta di una sorta di viaggio esotico che mette la nostra musica in una prospettiva per noi inedita".

Non è usuale trovare degli artisti che non si mettano al centro della creazione e lascino la propria arte agli altri...

"È eccitante, è per molti versi scioccante, ti destabilizza. Ma allo stesso tempo di permette di capire cose che non avremmo capito altrimenti, ritrovi anche le tue motivazioni. È interessante separare l'artista dell'ascoltatore, diventare ascoltatore di te stesso attraverso gli altri".

Pensa che questo vi aiuterà nel vostro percorso musicale?

"Ne sono convinto. Separarsi dalla propria arte ti offre un passaporto verso luoghi che prima non avevi esplorato".

Se c'è una cosa che lega tutto il vostro percorso è certamente quello di una ricerca che abbia come filo conduttore la passione...

"Sono d'accordo, assolutamente passione. Ci interessa avere e creare passione, è quello che sentivo quando ero un teenager ed è quello che sento adesso. È un sentimento che riconosco, so che se uccido la passione non ho possibilità di vivere, è una necessità. E cerchiamo di trasmetterla nei dischi e nei concerti".

E' soprattutto dal vivo, nei concerti, che gli Interpol trovano la loro vera anima, ancora dopo tanto tempo?

"Non avevo mai immaginato di potermi trovare ancora in scena dopo ventidue anni, è incredibile. Tutto è cambiato, si è evoluto, ci troviamo oggi in tempi completamente diversi. In fondo avevamo più in comune noi con la generazione degli anni Settanta di quanto non abbiano in comune con noi i ragazzi di oggi. Ma se è difficile capire che pubblico hai nella nuova dimensione dello streaming, quando sei dal vivo tutto torna ad avere un senso, vediamo che ci segue anche una generazione giovanissima, con la quale abbiamo in comune la scoperta di un mondo che è nuovo per noi ma anche per loro. È, come dicevo prima, la passione aiuta a comunicare".