Napoli, un sabato pomeriggio, il consueto e rovinoso temporale di fine estate ha lasciato spazio al sole. Dai tavolini all’esterno del negozio di dischi che diffonde suoni contemporanei si intravede la targa dedicata a Roberto Murolo, posta sulla facciata del palazzo in cui il maestro ha vissuto. Tropico, alias Davide Petrella, 38 anni, è anche metaforicamente al centro di questi due poli. Classico e contemporaneo. «Studio tutto quello che c’è di nuovo. Ma quando scrivo guardo indietro. Ultimamente agli anni ’70: Dalla, Battisti. E poi sì, per Murolo ho una malattia». Quando scrive, in genere, guardi dove guardi, Tropico fa gol. Più che un generatore automatico di hit, la capacità di raccontare il nostro tempo in forma-canzone. È l’autore — solo per restare all’anno in corso — della mengoniana Due vite, di Cenere di Lazza, (primo e secondo posto a Sanremo) di Italodisco dei Kolors. Accetta la provocazione. «Starmene a casa a comporre? No, ho bisogno di portare in giro la mia musica, d…
Napoli, un sabato pomeriggio, il consueto e rovinoso temporale di fine estate ha lasciato spazio al sole. Dai tavolini all’esterno del negozio di dischi che diffonde suoni contemporanei si intravede la targa dedicata a Roberto Murolo, posta sulla facciata del palazzo in cui il maestro ha vissuto. Tropico, alias Davide Petrella, 38 anni, è anche metaforicamente al centro di questi due poli. Classico e contemporaneo. «Studio tutto quello che c’è di nuovo. Ma quando scrivo guardo indietro. Ultimamente agli anni ’70: Dalla, Battisti. E poi sì, per Murolo ho una malattia». Quando scrive, in genere, guardi dove guardi, Tropico fa gol. Più che un generatore automatico di hit, la capacità di raccontare il nostro tempo in forma-canzone. È l’autore — solo per restare all’anno in corso — della mengoniana Due vite, di Cenere di Lazza, (primo e secondo posto a Sanremo) di Italodisco dei Kolors. Accetta la provocazione. «Starmene a casa a comporre? No, ho bisogno di portare in giro la mia musica, di fare dischi, di una band, di suonare dal vivo. Questo nuovo disco risponde a queste esigenze».
Il nuovo disco è Chiamami quando la magia finisce e il titolo corrisponde alla cosa: quindici canzoni che stregano per quante dimensioni evocano. C’è la nuova Napoli che pulsa cosmopolita tra appucundria, notti metropolitane e Kvaratskhelia in Che mme lassat a fa’, c’è l’omaggio al maestro Murolo in Anema e Notte. «Ho chiesto a Madame di cantare con me. Il napoletano non è la sua lingua. Ma è riuscita ad entrarci benissimo». Giudizio da sottoscrivere, non appena si riesce a sospendere l’incredulità per una canzone struggente che parla la stessa lingua dei classici. E la rapper vicentina non è l’unica ospite di un disco che accoglie tra gli altri l’urbanesimo di Franco126 e Mahmood, la voce come magma di Raiz — «Volevo dare un seguito a Non te scurdà degli Almamegretta e lui ha accettato, un grande» — e la leggerezza profonda di Cesare Cremonini. «Gli devo tanto: è stato tra i primi a darmi una possibilità».
Gli inizi. Tralasciando le canzoni composte a sei anni e dedicate ai suoi giocattoli, Petrella esordisce a metà degli anni zero con Le Strisce, gruppo che da MySpace trasforma per qualche mese Napoli in una versione credibile della New York dell’indie rock. «Ho fatto qualche errore, come la partecipazione a Sanremo Giovani, non ero pronto». Da quell’esperienza, una nuova etica. «Mai più compromessi. Ho deciso di prendermi il tempo per lasciar maturare le mie canzoni. E fare l’autore certo che aiuta: capisci come si realizza un disco: lavorare con decine di artisti — a Natale mezza musica italiana mi fa gli auguri su Whatsapp e io ancora non ci credo — non può che fare bene». Sempre e solo se non si abbandona il pianeta. «Certo che sono ambizioso. E sono un trattore, vado avanti per la mia strada: ma alla fine mi affido sempre al giudizio del pubblico: la credibilità acquisita in strada è tutto quello che ho. Devono parlare le mie canzoni. Uh, eccola qua…». Dalle casse arriva Che mme lassat a fa’. «È un sogno…». Ne ha altri due. Uno irrealizzabile, l’altro meno. «Quanto mi sarebbe piaciuto scrivere con Pino Daniele. E quanto mi piacerebbe farlo con Vasco». E chissà: del resto a Napoli i sogni hanno sempre qualcosa a che fare con la realtà.