Si pensa a un disco dal vivo come a una collezione di successi. Un’altra forma di greatest hits. Non lo crede Jacopo Incani, alias iosonouncane. Perché per ascoltare Qui noi cadiamo verso il fondo gelido – Concerti 2021-2022 bisogna prendere questo pensiero e cestinarlo. La maggior parte del materiale è formato da nuove canzoni, quelle già edite hanno un abito che le rende nuove, diverse. Perché diverso è il senso del rapporto tra musicista e pubblico cui iosonouncane si affida. Piccolo indizio: un rapporto che non ha niente a che fare con quello proposto da ogni talent show che si rispetti.
Incani: era un lavoro programmato o l’idea di far uscire un dico live è venuta in corso d’opera?
“In corso d’opera. La decisione di pubblicarlo è soprattutto per dare giustizia a chi ha suonato con me: i miei concerti sono molto stratificati, esigono una preparazione importante”.
Le canzoni sono registrate con formazioni diverse.
“L’idea era costruire un collettivo di musicisti che suonasse in maniera a me affine. Poi c’è stata la pandemia. All’inizio del tour di Ira abbiamo suonato come abbiamo potuto. Con un grande senso di incertezza. Ma questo ci ha permesso di pensare a nuove forme per le mie canzoni. Poi c’è stato il tour teatrale e quello con la band al completo”.
Le canzoni inedite erano già nel cassetto?
“Solo alcune. Molti pezzi nuovi sono nati durante le prove. Penso a Polvere: ero fuori a fumare e quando torno in studio trovo Simone Cavina ed Amedeo Perri ad improvvisare su un beat. Lo abbiamo tenuto. Altre sono nate dal vivo, durante il concerto. Sapevo solo che avremmo dovuto raggiungere l’inizio di una canzone. Quel tratto d’improvvisazione è diventata una nuova cosa. Solo un attimo, c’è il corriere…”.
Prego…
“Scusi…è che ho preso un nuovo strumento”.
Quale?
“Un Hydrasynth, è digitale. Tutti i sintetizzatori che ho sono analogici, voglio creare uno scontro titanico”.
Non si ferma mai?
“Adesso sto lavorando a due colonne sonore”.
Va da sé che deve dirci per cosa sono…
“Non posso. Diciamo che una è per il nuovo film di un grande regista italiano. E l’altra è per il documentario di una grande giornalista italiana”.
A lei tutti la definiscono: “il grande musicista italiano d’avanguardia”.
“Me lo dicono, sì…”.
E come la prende?
“Tendo a fottermene”.
Bene…
“E che non ho la percezione di essere diventato un riferimento. In genere me ne sto da solo e poi chi si loda s’imbroda diceva mia nonna”.
Aveva ragione. È molto solitario?
“Per lo più vivo nello studio di registrazione. Per l’amor del cielo, ho quarant’anni e faccio questo mestiere da quando ne avevo quindici: conosco quasi tutti nell’ambiente, ascolto tantissimo, dai dischi indipendenti a quello cha passano i talent”.
E qui c’è un’altra domanda che va da sé…
“No, adesso non è che guardo X Factor minuto per minuto”.
Si sarà fatto un’idea però.
“È una carneficina”.
Spieghiamo.
“Vedo una violenza assurda nei confronti di chi partecipa, una esposizione mediatica intollerabile, la creazione continua di una rete di fraintendimenti totali. A ottime interpretazioni di belle canzoni si risponde con la parola: “Genio”. E non mi sembra il caso”.
Qualcosa di buono ci sarà in quel talent?
“E ci sarà…C’è Dargen D’Amico che è uno dei miei musicisti preferiti”.
A proposito di talenti, lei ha prodotto il nuovo disco di Daniela Pes, premio Tenco.
“È stato un lavoro lungo ed entusiasmante. Ho lavorato su brani bellissimi scritti da un talento incredibile che non ha pari in questo momento”.
Sembra un messaggio politico.
“Un modo di lavorare assume una caratura politica a posteriori. Il mio fare musica è frutto dei miei ascolti: band e musicisti che hanno messo al centro il lavoro in studio. I Radiohead di Kid A, I Pink Floyd di The Dark Side of The Moon, I Beatles di Sgt. Pepper’s. Io compongo e cerco forme per raggiungere, se ci si riesce, un’Opera. Diciamola anche così: ho un agio - anche economico - che mi consente di riuscire a fare il cazzo che voglio. Ma l’ho costruito facendo il cazzo che voglio. Non ho cercato vie brevi o compromessi”.
Fare un disco dal vivo con la maggior parte delle canzoni inedite non lo è. Ma il concerto da ascoltatore che più ricorda?
“Ultimamente non è che ci vado parecchio. Sono un collettivista che crede molto poco nei raduni. Un marxista che non crede nelle folle. Le guardo con enorme sospetto: l’individuo arriva, per osmosi, ad avere comportamenti che non gli appartengono. Quelli che mi piacciono sono quelli in cui si è rapiti da una visione. Come a quelli degli Swans”.
E invece che effetto vorrebbe provocare con i suoi concerti?
“Non sono schiavo dell’applauso o delle ovazioni. Mi hanno emozionato le lacrime delle persone in prima fila quando per la prima volta hanno ascoltato Sacramento. Ma non è che poi torno a casa e mi do da solo le pacche sulle spalle”.
Cosa vorrebbe sentirsi dire da chi assiste ai suoi live?
“Sentirmi dire…Le cose possono essere dette con leggerezza e senza una reale intenzione. Piace o non piace non è un criterio che adotto. Mi interessa fornire un punto di vista che non può e non deve passare attraverso un giudizio binario. È complesso…”.
Abbiamo spazio.
“C’è un rapporto con il concerto come se si stesse facendo zapping. Credo che i musicisti sul palco non abbiano obblighi rispetto al pubblico. Esempio: i Radiohead sono quello che sono anche grazie a me che ho comprato i loro dischi ma io sono quello che sono anche grazie ai Radiohead: e il rapporto è completamente sbilanciato a mio favore, sono io che ho preso di più. C’è un deficit di comprensione del rapporto tra individuo e opera d’arte che è drammatico. Altro esempio: vogliamo sul serio fare le pulci a Bob Dylan perché in un live non capiamo che canzone ha iniziato a fare? Si arriva al grottesco”.
Dopo le due colonne sonore che farà?
“Sparire. Ho già in testa il nuovo album ma vorrò sparire per farlo. Anche perché già mi sembra di essere presente un po’ troppo”.