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Dardust, l’invenzione del suono: “Mi ispiro a Debussy e Bolle, ma è con Mahmood che ho cambiato gli schemi del pop italiano”

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Pianista, compositore, produttore, è una delle figure più importanti della scena musicale italiana. Ha contribuito al successo di tantissimi artisti. E due suoi brani saranno a Sanremo
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Rossini e Miyazaki. Debussy e la pizzica. Il filo che li unisce è Duality, lo spettacolo di Dario Faini alias Dardust, compositore, pianista e produttore che ha collezionato oltre 70 dischi di platino firmando successi di Annalisa, Tommaso Paradiso, Mengoni, Elodie, Ariete, Jovanotti, Pausini, Benny Benassi e Sophie and The Giants.

Poteva uscire con un disco pieno di grandi nomi, anabolizzanti da stream, invece ha optato per uno di inediti strumentali, diventato show in due atti «come gli emisferi del cervello: il destro, più intimo, il sinistro più razionale, elettronico. Prima ci si emoziona, poi si balla» ci racconta.

Il 29 gennaio sbarca a Bologna (ospite Elisa), il 3 febbraio a Firenze (con Samuele Bersani).

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Rossini e Miyazaki. Debussy e la pizzica. Il filo che li unisce è Duality, lo spettacolo di Dario Faini alias Dardust, compositore, pianista e produttore che ha collezionato oltre 70 dischi di platino firmando successi di Annalisa, Tommaso Paradiso, Mengoni, Elodie, Ariete, Jovanotti, Pausini, Benny Benassi e Sophie and The Giants.

Poteva uscire con un disco pieno di grandi nomi, anabolizzanti da stream, invece ha optato per uno di inediti strumentali, diventato show in due atti «come gli emisferi del cervello: il destro, più intimo, il sinistro più razionale, elettronico. Prima ci si emoziona, poi si balla» ci racconta.

Il 29 gennaio sbarca a Bologna (ospite Elisa), il 3 febbraio a Firenze (con Samuele Bersani).

Definisce il suo live “impressionista”.

«Perché è fatto di quadri simbolici. La musica è centrale ma, come nella visione di Debussy, contano anche costumi, colori, luci. C’è il piano solo, visual di estetica giapponese, poi tamburi, la tarantella di Rossini in chiave elettronica, mischiata a un flauto preso dalla Notte della Taranta, quando ebbi l’onore di dividere il palco con Stromae. È uno show vario e per tutti».

Come ha scelto gli ospiti del live?

«Per feeling umano e artistico. Fanno un paio di brani loro, li accompagniamo io e un violinista. Samuele Bersani mi affascina, è un cantautore non convenzionale».

Il rapporto con Elisa?

«Splendido, iniziato quando scrissi per lei, con Calcutta, Se piovesse il tuo nome e approdato nel tour An Intimate Night, che ci ha portato anche agli studi Abbey Road. Lì ho suonato la celesta di Harry Potter e il pianoforte di Lennon».

Interruppe il conservatorio all’ottavo anno. Pentito?

«Diedi la priorità alla laurea in psicologia, ma questo mi permette di sentirmi sempre inadeguato al piano, quindi studio senza sosta. Ho uno stile meno scolastico e più singolare».

Un problema, per i puristi.

«Nella classica contemporanea, essere anche un produttore pop è quasi inquinante. Così nell’elettronica. Ma io non mi vergogno della mia versatilità. La accolgo».

E la usa. Vedi Cenere di Lazza.

«C’era un linguaggio comune, anche lui suona. Mi auguro che avvicini i ragazzi allo strumento».

Il grande botto lo fece con Soldi di Mahmood.

«Altro brano non tradizionale, con elettronica, metriche urban, un certo esotismo. Non assecondava la moda e ha cambiato gli schemi».

La psicologia aiuta a trattare con gli artisti?

«Sì, ma non li analizzo, lascio che si creino “collusioni”. Se non so nulla di loro, l’incontro funziona. Idealizzi, e dall‘inaspetttato nasce una magia. I miei primi incontri con Lazza, Madame, Irama, La Rappresentante di Lista, hanno sempre generato cose più grandi di quelli successivi».

La sua cifra è l’equilibrio fra pop e sperimentazione?

«Mi piace portare i colori più sotterranei al grande pubblico. È il motivo per cui ho lavorato benissimo con Roberto Bolle, un’eccellenza che sa codificare la sua arte in modo popolare. E questo faceva il maestro David Bowie».

Il primo disco che comprò?

«La colonna sonora di Labyrinth. Nei miei live c’è l’elemento fantastico, stavolta ispirato a Miyazaki. Amo i suoi imprevedibili artifici. Poi omaggio L’ultimo imperatore di Sakamoto».

Dardust sempre più compositore e meno produttore?

«Sono sempre prima compositore, anche nei pezzi altrui. Preparo un nuovo disco e tour in Europa, la colonna sonora del film Mani nude di Mauro Mancini. È un percorso di libertà, lontano dalla logica dei numeri».

Al Festival di Sanremo però ci saranno due canzoni sue.

«Pazzo di te, di Nek e Renga, fu scritta anni fa a Berlino e ho solo saputo che è in gara. Per La noia invece sono andato in studio con Angelina Mango, un talento per l’età che ha. È un brano atipico. Comunque, non vivo i meccanismi della gara. Se un pezzo deve essere premiato, lo farà il tempo».

Lei è tra i più streammati, eppure sta poco sui social.

«Li uso come strumento di servizio. Resto alla vecchia impostazione, quando la musica era ricerca, mistero, desiderio. Sulla rivista leggevi la recensione, andavi a comprare il disco, lo ascoltavi, e magari non ti piaceva. Ma avevi fatto fatica, investito tempo e soldi, e lo riascoltavi. Alla fine, imparavi ad assimilare musica più complessa. Oggi va trovato un altro modo».

Due ore live, senza voce. La ascoltano?

«Sembra un limite invece è un’opportunità. La messa in scena è il passaporto per fare entrare le persone nel mio mondo e poi permettere loro di vivere il proprio, perché quando non ci sono le parole a dare la direzione, ognuno dà il significato che vuole. È potente. Le metto davanti a un’altra proposta e vivono lo stupore. È una risposta impagabile».

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