Maurizio Vandelli: “Faccio il musicista perché non volevo far niente. Non ho rimorsi ma vorrei indietro i miei genitori. E che figuraccia con John Lennon a causa di Yoko Ono...”
di Andrea SilenziL’Equipe 84, il beat italiano, Lucio Battisti, le mille storie di un’epoca leggendaria. Maurizio Vandelli, 80 anni compiuti da poco, è più che un semplice testimone: nel corso di una carriera ormai lunghissima non ha mai smesso di fare dischi e suonare dal vivo. Di recente ha pubblicato Emozioni garantite, una biografia scritta con Massimo Cotto, un magnifico giornalista musicale scomparso poche settimane fa. Il 31 ottobre sarà tra i protagonisti della serata di gala organizzata al Teatro Toniolo di Mestre per festeggiare i 30 anni dell’etichetta Azzurra Music di Marco Rossi con Mara Venier nelle vesti di presentatrice.
Vandelli, lei ha un rapporto personale molto stretto con Marco Rossi e con la sua etichetta, un esempio quasi unico nel panorama italiano.
"Marco è un ‘ragazzino’ che ama il suo lavoro: gestisce tutto. Si mette lui con la bancarella a vendere libri. Rispetto a 50 anni fa, è tutto cambiato in modo drammatico, è un mondo di ladri che agiscono su internet. Parlo di musi…
L’Equipe 84, il beat italiano, Lucio Battisti, le mille storie di un’epoca leggendaria. Maurizio Vandelli, 80 anni compiuti da poco, è più che un semplice testimone: nel corso di una carriera ormai lunghissima non ha mai smesso di fare dischi e suonare dal vivo. Di recente ha pubblicato Emozioni garantite, una biografia scritta con Massimo Cotto, un magnifico giornalista musicale scomparso poche settimane fa. Il 31 ottobre sarà tra i protagonisti della serata di gala organizzata al Teatro Toniolo di Mestre per festeggiare i 30 anni dell’etichetta Azzurra Music di Marco Rossi con Mara Venier nelle vesti di presentatrice.
Vandelli, lei ha un rapporto personale molto stretto con Marco Rossi e con la sua etichetta, un esempio quasi unico nel panorama italiano.
"Marco è un ‘ragazzino’ che ama il suo lavoro: gestisce tutto. Si mette lui con la bancarella a vendere libri. Rispetto a 50 anni fa, è tutto cambiato in modo drammatico, è un mondo di ladri che agiscono su internet. Parlo di musica, ovviamente. Non esiste più niente di quello con cui siamo cresciuti”.
Per dirla alla Nanni Moretti, lei è uno splendido ottantenne. Rimpianti? Vorrebbe qualcosa indietro?
"I miei genitori, la mia famiglia, le cose che amavo”.
Andiamo un po’ a ritroso. Come mai, secondo lei, nella zona emiliana c’erano così tanti artisti? Penso all’Equipe, ai Nomadi, i Corvi, Caterina Caselli, Iva Zanicchi e tanti altri…Cosa c’era di speciale da quelle parti?
“Per quanto riguarda noi modenesi, la grande spinta era il tentativo di non fare nulla. Ci sedevamo al Bar Grand’Italia, sparavamo idee per cercare di fottere il mondo. Volevamo fare quello che ci piaceva e non quello che ci obbligavano a fare. Le racconto questa: una volta abbiamo fatto uno scherzo a Victor (Sogliani, ex Equipe 84 morto nel 1995, ndr) in 20: gli abbiamo ripetuto per settimane che Bonvi, il grande disegnatore che faceva parte del nostro giro, era un licantropo: “Guarda che nelle notti di luna piena lui non può venire con noi”. Questa storia è andata avanti per mesi. Alla fine il Resto Del Carlino ci scrisse un articolo, però confusero i vampiri con i lupi mannari”.
Come nacque l’Equipe 84?
"All’epoca c’erano due gruppi che giravano nei club: i Giovani Leoni, di cui facevamo parte io e Gianni Ceccarelli, e Paolo e i Gatti, dove militavano Victor e Alfio Cantarella. A un certo punto Paolo e i Gatti entrarono in crisi, Victor mi chiese di andare con loro: mi fecero un provino in occasione di un concerto in un locale in provincia di Parma e mi presero. A quel punto Gianni mi fece causa e alla fine presero anche lui. Suonammo per tre mesi di fila in un locale di Cortina, eravamo ospiti fissi”.
Uno dei vostri primi, grandi successi è stato ‘Io ho mente te’, 1966.
"Era una cover di You Were On My Mind, un brano portato al successo da Ian & Sylvia e poi dai We Five. Noi, all’epoca, passavamo le notti a sentire Radio Lussemburgo: era l’unico modo per sentire le grandi novità internazionali. In genere funzionava così: intercettavamo la canzone, la provavamo e chiedevamo al discografico di cercare gli autori. In quel caso ho capito subito che era un pezzo super”.
Invece un verso di ‘Pomeriggio ore 6’ venne cambiato.
“Fu censurato. La ragazza della canzone era chiaramente minorenne. Così il verso ‘pomeriggio tragico quando il padre scopre che tra noi / non c’è amor platonico come usava ai tempi suoi’ fu cambiato in ‘non è tutto facile come usava ai tempi suoi’. Bardotti mi fece i complimenti per l’ironia che avevo usato in quel brano. Ma io sono stato il re delle censure, da Auschwitz in poi. Non mi piaceva la “normalità” dei ragionieri, dovevo essere un po’ diverso. Mi piangeva pungere”.
Qual è il ricordo più bello che conserva di quegli anni?
“Avevamo appena inciso il nostro primo Lp, siamo andati 3 mesi in Spagna, in un night, per far ballare la gente. A un certo punto il nostro discografico riesce faticosamente a contattarci, all’epoca era un problema, i telefoni funzionavano a malapena, all’estero poi era un delirio. Ci chiese di andare a suonare al Vigorelli. Siamo riusciti a scappare dalla Spagna rinunciando anche all’ultimo mese di ingaggio, arriviamo a Linate, troviamo una limousine ad aspettarci. Strano, abbiamo pensato: il fatto era che eravamo primi in classifica ma non ce l’avevano detto. Quando la macchina arrivò presso i cancelli del Vigorelli, c’erano un po’ di ragazzi che cominciarono a correre verso di noi. Gridavano i nostri nomi battendo i pugni sulla macchina, impazziti. Siamo partiti che non eravamo nessuno, siamo tornati da numeri uno. E’ stata una gioia pazzesca”.
L’Equipe 84, a un certo punto, si smembrò. Che ricordo ha di Alfio Cantarella, morto nel 2023, che era popolarissimo e che contribuì molto al vostro successo?
"Era piccolo, quando stava tra me e Victor, che era quasi 2 metri, era davvero buffo. Aveva una faccia simpaticissima. Mi ha fatto uno sgarbo morendo il giorno del mio compleanno. Una volta eravamo talmente stanchi che si è addormentato suonando la batteria: l’ho sentito rallentare senza motivo e quando mi sono girato era accasciato sul rullante”.
Mogol dice che l’idea del giornale radio all’inizio di ‘29 settembre’ era sua…
"Ci sono almeno 5 o 6 persone che rivendicano quell’idea. Mi ricordo che dissi a Lucio: “Voglio Riccardo Paladino, il famoso annunciatore radio e tv della Rai, che dica ‘ieri 29 settembre’”. “Mauri’ (per lui ero Mauri’, sempre e comunque), che idea, vendiamo milioni di copie”, mi rispose Lucio. Ma Giulio insiste nel dire che è sua, gliel’ho anche chiesto quando ci siamo incontrati in un festival, ma lui è convinto”.
A proposito di Battisti: lei ha specificato che la scoperta di Lucio non fu merito suo, ma che si limitò ad accompagnarlo alla Ricordi.
"Ormai ho capito che se dici di aver scoperto Battisti ti fanno causa tutti. Ci sono tanti addetti ai lavori pronti a giurare che la scoperta è loro. Mi limito a dire di averlo portato da Mariano Rapetti, padre di Mogol e dirigente discografico. Non so nemmeno cosa si dissero durante quella conversazione, ma com’è andata lo sappiamo tutti”.
Che ricordo ha di Battisti?
"Lucio era una delle persone più simpatiche e ironiche che abbia mai conosciuto. Mi ricordo una sera al Cantagiro, era nervosissimo. Era una delle prime volte che affrontava un pubblico così numeroso: mi fece i lividi sul braccio per quanto me lo stringeva. Io lo spinsi a forza sul palco. Ricevette un’ovazione e quando scese mi disse: “A Mauri’, qua nun me ferma più nessuno’”. Una volta eravamo a casa mia a lavorare su Vendo casa, il pezzo che poi portarono al successo i Dik Dik. Lui, che non faceva complimenti nemmeno sotto tortura, all’improvviso mi disse: “A Mauri’”...pausa … “te devo di’ ‘na cosa: ho imparato a cantare da te”. Ma subito dopo aggiunse: “Però ho corretto i tuoi errori”. Era fantastico, ma stronzamente parsimonioso. Non sono mai riuscito a farmi pagare nemmeno un caffè: non lo definirei tirchio, piuttosto era bravo a svicolare simpaticamente quando arrivava il momento di pagare”.
Ha avuto un incredibile incontro con Jimi Hendrix.
“Era venuto a Milano, Victor stava con una ragazza americana. Non andai al suo concerto perché non amavo stare in mezzo alla folla. Alle 2 del mattino squillò il telefono, era Victor. “Vieni qua”. “A quest’ora, ma sei scemo?”. “Peccato, qui c’è Jimi Hendrix”. Alla x di Hendrix ero già in macchina. Lì Jimi ha conosciuto una ragazza biondissima, Ines, e per incontrare lei venne a casa mia per tre o quattro volte”.
Con i Beatles invece non andò benissimo…
"La prima volta feci una figuraccia con John Lennon. Eravamo in tanti in uno stanzone che sembrava un garage, c’erano strumenti ovunque, era nata una jam session, chi andava e chi veniva. A un certo punto sento una voce di donna che credevo stesse male, una specie di lamento, mi giro dicendo “chi è quella testa di cazzo che rompe le palle”?. Era Yoko Ono. Lennon, sorridendo, mi ha detto “è mia moglie”: non se quel sorriso fosse un modo per manifestare il suo consenso o se significasse altro. La seconda volta a Londra il mio amico Giorgio Gomelsky, che aveva lavorato con gli Yardbirds, mi portò a sentire i Blossom Toes, che produceva lui. Mi fece sedere e poi mi presentò Paul McCartney: “Lui fa parte del più importante gruppo beat italiano”. McCartney si girò dall’altra parte e mi ignorò tutta la sera. Non so se mi disprezzava o cosa. Non ho avuto il coraggio di chiedergli niente”.
Ha avuto anche un flirt con Anita Pallenberg, una delle muse dei Rolling Stones.
"“Siamo stati insieme un paio di mesi. Una mattina mi portò la colazione mi disse che andava a Londra . “Quando torni?”. “Non torno”. Poi la rividi poche volte, una volta era già con con Brian Jones. La prima volta che l’ho vista fu durante un’esibizione a Roma, alle piscine del Foro Italico. Mi guardava e m sorrideva, ho pensato che dovevo fare qualcosa. Arrivati all’ultimo brano, che era Io ho mente te, lei si alzò e si avviò all’uscita. Io, per provare a sbrigarmi, accelerai il pezzo in modo incredibile. Una volta finito sono corso all’uscita ma non c’era più. Mi venne incontro un ragazzo che mi disse “non preoccuparti” e mi diede un biglietto con il suo numero”.
A Modena la chiamavano ‘principe’, forse in un senso non proprio positivo. E Guccini non parla molto bene di lei nella sua biografia, che è successo?
“Dicevano che avevo la puzza sotto il naso, magari c’era un po’ invidia, sono stronzo ma non così tanto. A Guccini devono aver riferito una frase che lui riporta nel libro (“Francesco è finito, non ha più nulla di dire”) che io non ho mai detto e che non direi mai. Quando si parla di me ci sono molte imprecisioni. Non mi sarei mai permesso. Per noi era l’unico cantautore, quello vero. Ci siamo visti e abbiamo cantato insieme, la sera andavamo a fare a gara di alcol, figuriamoci”.
Ha dichiarato che ascolta molta musica di oggi, che le piacciono molti pezzi rap e che apprezza i Måneskin e Achille Lauro. Cosa è cambiato nel mondo musicale rispetto ai suoi esordi?
“I Måneskin hanno fatto delle cose che nessuno aveva fatto prima, per certi versi mi ricordano la prima Equipe. Di Achille Lauro mi piace la scrittura, ma non certe scelte di costumi di scena. Quando siamo nati noi non c’era una comunicazione globale, non sapevi cosa succedeva nel mondo. Adesso è molto più facile essere avanguardisti. Noi suonavamo con 3 microfoni e pochi amplificatori. Oggi ci sono i video, la tecnologia, noi avevamo pochi mezzi. Adesso tutti sono più informati, poi ci sono strumenti che ti permettono di creare qualsiasi suono. Anche io mi sono allineato, nei miei live uso tanta tecnologia, sperando che tutto vada in sincrono”.