Marracash l’ha fatto di nuovo. Il suo nuovo album È finita la pace – che chiude una trilogia aperta dai best seller Persona (2019) e il Premio Tenco Noi, loro, gli altri (2021) – come il precedente è uscito a sorpresa, senza preavviso, stamattina alle 7. “Volevo azzerare le strategie di marketing”, racconta il rapper milanese, 45 anni, all'anagrafe Fabio Rizzo. “E poi l’ho concluso la settimana scorsa”.
Non è nuovo ai finali thrilling, e si sente: come gli altri è un disco denso, che non risparmia nessuno, dal suo autore – descritto nei tic, nei difetti, nelle debolezze – al mondo circostante, con temi di stretta attualità, dal "genocidio a Gaza" a un governo, il nostro, "di fasci".
Continua: “Sono tempi duri, tra guerre e altro: la pace, da titolo, è finita. Altro che tormentoni estivi”. In mezzo, tredici tracce, nessuna collaborazione – al contrario degli altri dischi del genere – ma qua e là campionamenti dei Pooh di Uomini soli, di Ivan Graziani.
Marracash nuovo cantautore? "Del rap mi interessa la competizione, che mantengo. Ma qui volevo recuperare la musica che mi ha formato, che ascoltavo dai miei genitori”, dice. “Il cantautorato è una cosa italiana, che però ha un fil rouge con l’hip hop”. Lui li frequenta entrambi. “Ho individuato una mia voce, un ‘genere Marracash’”.
Il risultato è un lavoro “strettamente personale, fuori dalle dinamiche di mercato, dei feat. facili, della trap, di Sanremo”. Ci sono suoni scuri, metriche di strada, ma l'ambizione è parlare a tutti. In Troi* si chiede la cosa più vecchia del mondo: perché le donne con tanti uomini sono denigrate e gli uomini (leggi: i rapper) con un harem no? “Dubbio irrisolto”.
Poi le bolle, “dalle giovani carriere che durano poco a quelle speculative”. La sua, alla fine dell’album, esplode. “Vorrei dire alla gente di accettarsi per com’è, è la mia storia. La base, qui, sono stato io: ho avuto un esaurimento nervoso, dopo anni di dischi e tour ho sentito un senso di vuoto enorme non appena mi sono fermato. Sono tornato alle cose che amo: i miei affetti e ovviamente la musica”.
Ora la giostra si è rimessa in moto. “Il rischio è di rendere la propria vita un prodotto, per chi fa questo mestiere. Solo che poi non si ha un’altra vita in cambio”. Si vedrà. La prossima estate, intanto, sarà il primo artista hip hop italiano a esibirsi in un tour negli stadi. “Ci devo ancora pensare, ma sarà qualcosa di dirompente”. Non è da escludere che deciderà cosa fare due settimane prima del live.