NEW YORK - C’è un’altra Lizzo sul palco. Ed è Lizzo in Lizzo in real life. Una sala ballroom-style, 1.200 posti, luci color scarlatto. La Lizzo paladina della body positivity, quattro Grammy, “artista dell’anno” (2019) secondo Time, non si esibiva in pubblico dallo Special tour del novembre 2022. Le sue crociate a favore delle donne black dalle forme extralarge erano a un punto morto, dopo le accuse di tre ex ballerine del suo corpo di ballo e una causa separata presentata da una stilista: molestie a sfondo sessuale, religioso e razziale, fat shaming, discriminazioni. Quella “real life / vita vera” che dà il titolo al suo spettacolo non solo segna il ritorno della popstar americana - tre tappe in piccoli teatri a Los Angeles, New York e Minneapolis - ma è l’unico riflettore che Lizzo (vero nome: Melissa Viviane Jefferson), 36 anni, sceglie di puntare su di sé per annunciare il nuovo album, Love in real life, ancora senza data di uscita, e riprendersi amore e reputazione.
Quando si alza il sipario all’Irving Plaza, ex teatro Yiddish e burlesque house, la cantante si fa scudo con un chitarra elettrica, prima di spalancare gli occhi, spettinarsi i capelli e regalare ai fan la furiosa tripletta Love in real life, Juice e Rumors, con tanto di omaggio a Smells like teen spirit dei Nirvana. Non ha il volto da sirena di Debbie Harry eppure il chiodo in pelle e le calze a rete ricordano il guardaroba pop-punk di chi sa mescolare pastiche e sesso davanti a un microfono, senza peli sulla lingua.
“I just took a DNA test, turns out I’m 100% that bitch”, dichiarava in Truth hurts. Non molto tempo fa, il corpo di Lizzo era diventato argomento di ulteriori dibattiti e tabù, quando osò fare twerking a una partita dei Lakers con un vestito che esponeva il sedere in perizoma. È un modo per dire “fuck you” a chi ha trascinato il suo nome nel fango, senza mai fare esplicito riferimento alle recenti beghe legali che hanno travolto l’entourage. Unica eccezione, il podcast Baby, this is Keke Palmer in cui, lo scorso dicembre, ha negato tutte le accuse, promettendo di non perdersi d’animo e combattere le imputazioni finché non saranno tutte respinte - “Non ritirate, ma respinte!”.
Con noi, a metà concerto, lascia scendere qualche lacrima: “Ho voluto chiamare questo show Lizzo in Real life perché, circa un anno e mezzo fa, ero profondamente depressa. Persa. Non volevo più vivere”. Parte un coro di “We love you, Lizzo!”. “Ero affranta e avevo così tanta paura delle persone. Non volevo essere vista. Poi ho deciso di superare quella paura andando a un concerto. E mentre camminavo verso il mio posto, è successo qualcosa di incredibile. Qualcuno, tra la folla, si è avvicinato e mi ha detto: ‘Lizzo, ti voglio bene’, e mi ha teso la mano. Io ho risposto al gesto e ci siamo abbracciati. A quell’abbraccio si sono aggiunte dieci persone, poi 100, 2.000 persone, che gridavano: ‘Ti amiamo!’. È stato fottutamente salvifico. Non troverete questa roba su internet, i social media non potranno mai sostituirsi alla realtà; questo è il tipo di amore che si trova solo nella vita vera”. Scroscio di applausi.
“Non vi racconto questa storia perché ho bisogno di compassione” aggiunge. “Vi racconto questa storia perché credo sia universale e condivisibile. So che qualcuno qui è, o è stato, depresso. Qualcuno, in mezzo a noi, sta affrontando battaglie molto grosse. Qualcuno qui è stato oggetto di menzogne, come me, e odiato per quelle menzogne. Qualcuno qui è stato tradito dalle persone che pensava di conoscere, che pensava di amare. Fatevi aiutare, per favore. Tendete la mano e toccate qualcuno. Sembra semplice, invece è dannatamente difficile”. La folla si scalda quando da “se siete depressi, parlate con qualcuno disposto ad ascoltarvi”, Lizzo vira alla politica: “Se siete arrabbiati con il governo, rivolgetevi a qualcun altro che è arrabbiato con il governo, e organizzatevi per cambiare le cose!”.
Mentre invita tutti a sfidare il sistema, Lizzo ci dice che ha bisogno di un drink - nel brano disco-pop Still bad canta ‘I don’t need him, I need a drink’ - e riprende controllo del suo account Instagram (dopo aver minacciato di ritirarsi con un post lapidario) dove sfoggia un top di lingerie rossa e un paio di pantaloni trasparenti abbinati. Scuote il sedere e candidamente ammette che il look fa pensare a un BBL, acronimo di Brazilian Butt Lift: “Penserete che mi sono sottoposta a un intervento di chirurgia plastica... Chi sono io? La stronza più tosta, non dimenticatelo mai”.
Una delle ragioni per cui il suo brand ha ancora successo è il (profano) matrimonio tra body positivity e una raffica di parolacce contro i troll. “Lizzo non le manda a dire” titolano i giornali. Ancor prima di essere accusata di creare un ambiente di lavoro tossico, la cantante aveva già sollevato dubbi sulla cancel culture in un’industria piuttosto conformista: “Ammettiamolo: questa cultura è diventata trendy, mal utilizzata e mal indirizzata”. Intanto, le sue canzoni appaiono in pubblicità di Walmart (speciale Black Friday) con la clientela che balla tra corsie e carrelli o in spot per GrubHub e pre-partite di football, Rihanna guida una standing ovation ai BET Awards, e ai VMAs volano bottiglie di tequila e tempeste di brillantini, seguite da film di spogliarelliste-rapinatrici (Hustlers) in compagnia di Jennifer Lopez e Cardi B.
Cresciuta tra Detroit e Houston, con una formazione classica da flautista e radici gospel, il soprannome Lizzo nasce durante il periodo del collettivo Cornrow Clique. La migliore amica e collaboratrice di lunga data Sophia Eris ricorda quanto agilmente Lizzo scrivesse canzoni per il loro trio pop-rap The Chalice, nel 2011: “Lizzo ha il cervello di una chimica. Potrebbe scrivere una hit di successo nel sonno”. I genitori, Shari e Michael Jefferson, possedevano un’impresa immobiliare, e il Texas offriva parecchie opportunità. “Nel Sud, tra cavalli e cowboy, ho trovato qualcosa in cui ero la migliore: il flauto. Suonavo obbligatoriamente per la banda scolastica e venivo presa in giro in classe per i miei atteggiamenti da so-tutto-io. Alzavo sempre la mano. Ero riservata ma abbastanza estroversa da fare audizioni agli amici per un gruppo ispirato alle Destiny’s Child. La prima canzone che ho scritto si chiamava Broken households, dedicata ai bambini cresciuti in famiglie disgregate”.
A Rolling Stone ha detto: “Non sono mai stata certa di diventare una star solista, quindi per la maggior parte della mia vita mi sono unita a gruppi. Il primo è stato il coro della chiesa della mia famiglia a Detroit. Ero nota come ‘quella intelligente’, con il sogno di diventare astronauta. Nel tempo libero, scrivevo storie fantasy su donne forti che un giorno speravo di emulare. Ero fan di Sailor Moon. Immaginavo inclusione e rappresentazione di tutti i tipi, e taglie, di donne”. Sul sogno americano, le era già chiaro che “non appartiene a persone che assomigliano a me, donne di colore un po’ sboccate, non magre o filiformi”. E ancora: “Penso sia ingiusto che il sogno americano sia una cosa e basta. Se potessi credere in un sogno su misura, allora avrei meno rabbia in corpo. In Dio, però, credo eccome. La mia spiritualità non ha confini”.
In Minnesota, all’epoca, era una delle poche donne nere della città a masticare rap e R&B, fino a quando la sua band ispirata alle Destiny’s Child non ha ottenuto quel riconoscimento su cui qualsiasi musicista di Minneapolis fantastica: Prince era ufficialmente un fan. Nel 2014, Lizzo ed Eris sono apparse in Plectrumelectrum, il trentaseiesimo album di Prince e la sua backing band 3rdeyegirl. Prima di morire, l’icona nera del pop anni Ottanta si era offerta di produrre un album proprio per Lizzo. “Per tutto quello che di buono mi è accaduto nella vita, e per il mio duro lavoro, io non mi arrendo”. E chiude così il concerto: “Potreste non credermi quando lo dico, ma ricordate sempre… bitch, you are special”.