Roma – Dente, cioè Giuseppe Peveri, classe 1976 da Fidenza, ma trapiantato a Milano, è un artista di culto. Nato nella leva dei cantautori “indie” degli anni Zero, con Brunori Sas e Vasco Brondi, ha resistito al tempo e alle mode ed è rimasto sempre per pochi, senza tradire il suo stile né bruciarsi. Un eterno outsider che, dal 2007, fa la stessa cosa, e anche bene: suonare nei locali (è in tour per tutto aprile) e scrivere canzoni d’amore che somigliano a giochi della Settimana enigmistica, piene d’incastri e rebus d’autore, un po’ alla Lucio Battisti, che raccontano un cuore perennemente in pena. Per questo c’è chi vede un rifugio in quei pezzi, “che scrivo per esorcizzare i miei dolori”, e spesso sono ironici. Come quelli del nuovo album Santa tenerezza, nono di una carriera trascorsa felicemente in disparte, che riprende l’approccio, tra gli altri, di un suo lavoro assai apprezzato, L’amore non è bello (2019). “Come allora”, dice, “più della metà di queste canzoni sono nate di getto, nel giro di un paio di settimane. Non mi succedeva da tempo”.
E sono le migliori?
“Sono quelle che preferisco, ma è un discorso mio, non so se il pubblico noti questa differenza – o almeno, cerco di fare in modo che non si noti. Ci sono miei pezzi, pochi in realtà, che hanno una lunga gestazione, mentre tanti altri nascono rapidamente. Sono i più urgenti e immediati. Scrivere una canzone è come risolvere un rebus: se comincio a metterci troppo, sento puzza di bruciato”.
Ci si allena all’ispirazione?
“Sì, ciò che non si allena è l’ispirazione in sé. Quando arriva, arriva. Il punto è farsi trovare pronti, saper decifrare quello stato d’animo in cui sento di poter scrivere. Perché non sono uno che scrive spesso”.
Come convive con quest’aspetto?
“Ho imparato con il tempo. Quindici anni fa mi trovavo alla fine dei tour senza aver nuove canzoni in mano – non le tengo nel cassetto, la maggior parte di ciò che scrivo viene pubblicato – e andavo nel panico, convinto che fosse tutto finito, senza riuscire a rimettermi in moto. Ora accetto i lunghi vuoti. Sono anche stato, per dire, tre mesi senza scrivere né farmi prendere dall’ansia. Il fatto è che Santa tenerezza è nato tutto di getto, senza lunghi intervalli tra un brano e un altro”.
Ascoltandolo, si capisce che c’è stata una rottura alle spalle.
“Sì, una relazione finita, che mi ha fatto stare male. Di solito scrivo per esorcizzare, ma stavolta è stato più intenso: da un lato ero tristissimo, dall’altro felice, mi veniva da ridere; non scrivevo con questa facilità da anni”.
Al nono disco d’amore, ha capito qualcosa sulle relazioni?
“Niente, continuo a compiere gli stessi errori e un po’ me ne sento prigioniero, per quanto i risultati, dal punto di vista delle canzoni, arrivino. Le dinamiche sentimentali mi muovono corde, in questo senso, che altri temi non riescono a toccare – non mi ci vedo, ecco, a scrivere un pezzo politico. E poi ho capito che comporre aiuta, certo, ma non risolve i problemi”.
Cosa li risolve?
“La terapia. Mi ha aiutato a lavorare sui miei comportamenti: non voglio dire che ‘amo a modo mio’, ma ho capito che lo faccio in un modo che al mondo non piace. Gran parte di Hotel Souvenir, l’album prima di questo, è nato proprio da quel mettermi in discussione”.
Gli altri scrivono con decine d’autori, Dente con il suo psicologo.
“Ne vado fiero. Scherzi a parte, scrivo da solo in casa, convinto che le canzoni nate in cinque minuti così siano migliori di quelle scritte in studio, per settimane, con decine di autori. Cioè, migliori per il risultato finale, non per il conto in banca”.
Ci arriviamo. Intanto, com’è non essere “sistemato” sentimentalmente a quasi cinquant’anni?
“Non mi dispiace. Sono fatto così e non ha senso cercare altro, mettere su una famiglia, per dire, e adottare uno stile di vita che, ho capito, mi renderebbe triste”.
E non essere “sistemato” come musicista?
“Non mi dispiace neanche questo. Non ho scritto, ecco, Il cielo in una stanza, non vivo di rendita. O meglio: forse l’ho scritta, ma nessuno se ne è accorto (ride). Per me è già un sogno poter arrivare a fine mese facendo questo, certo non posso adagiarmi e a ogni album devo farmi i conti. Ma è anche uno stimolo: alcuni colleghi dopo aver scritto la loro Il cielo in una stanza si godono la vita e non hanno più granché da dire, fanno musica per dovere; io sono ancora operativo, devo esserlo”.
Le maggiori soddisfazioni, per gli artisti del suo livello, sono i concerti. Come si fa, ora che i locali sono in crisi e stanno chiudendo?
“Non si fa, nel senso che è un grande problema. Gli spazi sono sempre meno, sono fortunato perché ho un nome, nel mio piccolo, e una struttura alle mie spalle. Ma per gli esordienti è difficile, se non impossibile. La digitalizzazione delle nostre vite si è portata via i locali: negli anni Novanta, quando suonavo con la mia prima band, mandavamo i provini su cassetta ai locali, per presentarci; spesso senza guadagnarci niente; oggi un esordiente preferisce investire nello streaming”.
Che significa, oggi, essere indipendenti?
“Fare le cose come voglio io. Ma oggi è tutto più sfumato, è difficile dire chi sia indipendente, spesso le etichette indipendenti sono distribuite dalle major. Io, diciamo, non ho mai avuto proposte dal mondo ultrapop – quelle delle hit estive – né ho mai pensato di farne parte. Ma non escludo quel tipo di successi: basti pensare a Musica leggerissima di Colapesce e Dimartino o alla stessa Volevo essere un duro di Lucio Corsi, grandi successi che non sono stati scritti con il bilancino, per fare i numeri. A volte capita e basta”.
Il discrimine, lì, è stato Sanremo.
“Il punto è questo infatti: oggi o si va a lì, o non si esiste. Dieci anni fa avrei avuto paura a farlo, il mio pubblico era un altro e mi avrebbe rinnegato. Ora c’è un solo pubblico, si è tutto appiattito e se in futuro capitasse ci andrei volentieri. La verità è che non esiste più l’underground come concetto, l’alternativa. Gli spazi sono pochi, anzi, uno solo: l’Ariston. Passa tutto da lì, da quei trenta posti di cui almeno la metà già presi da chi ha partecipato in precedenza. È un’unica, grande massa”.
Si sente a disagio lì?
“Sì. Se si va a Sanremo si è sistemati, sennò è dura. Trenta posti a disposizione, le ripeto, quando ogni venerdì escono almeno un centinaio di canzoni nuove, per un totale di più o meno mille artisti: si capisce che il sistema non regge. Sembra di essere spermatozoi, mi permetta, diretti all’ovulo: uno su mille ce la fa. E poi c’è una comunicazione tossica intorno, per cui la musica è una gara a chi fa numeri migliori. Non so da cosa derivi, forse dal fatto che quando ho cominciato la discografia era in crisi e l’unica certezza era che non saremmo diventati ricchi. Ora è il contrario, si scrive per diventare ricchi. A me andrebbe bene, se si tornasse a ragionare per cui esiste una musica che va a Sanremo e delle altre che popolano spazi alternativi, dove vivono serenamente. Il problema è che quegli spazi mancano in primis nelle nostre teste”.