Spettacoli

Chiello: “Non mi piacevo, ora mi sono trovato. Cerco la nobiltà dei cantautori e un’anima trap”

Foto di Francis Delacroix
Foto di Francis Delacroix 

Achille Lauro e Rose Villain sono tra i suoi fan. Ma lui, che all’inizio “soffriva”, cerca soprattutto amici. Lo racconta in Scarabocchi, il nuovo disco

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Capello biondo, tatuaggi in faccia (tra cui una farfalla, sotto l’occhio destro), poche parole, sguardo assente da punk londinese. Chiello – cioè Rocco Modello, 26 anni da Venosa, Potenza, con un passato nel collettivo hardcore hip hop della FSK – sembra un artista strafottente, uscito da chissà dove, per ribaltare la musica italiana. Ma bastano pochi minuti per capire che è come dicono: “È timido”. Risposte telegrafiche, lente, ma non svagate. E non di circostanza. Spiega: “Non ne sono capace, preferisco che a parlare siano le canzoni”. E che canzoni. Un puro? Si vedrà.

Di lui si sono innamorati, tra gli altri, Achille Lauro e Rose Villain, entrambi presenti in questo Scarabocchi, terzo album solista, con la cantante di Fuorilegge che l’ha portato all’ultimo Sanremo, nella serata dei duetti. “Le devo tanto, siamo amici”. Della trap estrema degli esordi resta molto poco: va dal cantautorato al rock’n’roll, dall’urban al twist, canta di depressione, eccessi, amore. A volte è una rockstar insicura, altre un crooner decaduto. Ma deve ancora cominciare. Sarà nei club a maggio. E intanto, se con l’album precedente si definiva “mela marcia”, ora si mette a nudo, ma sempre lontano dalla retorica del vincente: “Ho sofferto tanto, però meglio”.

Foto Luca D'Amelio
Foto Luca D'Amelio 

Cos’è successo nel frattempo?
“Ho lavorato su me stesso. Ho imparato ad amarmi e ad accettarmi per come sono. Sto maturando, trovando un equilibrio. L’unico aspetto in cui non vorrei perdere quel briciolo di follia è la musica”.

Prima cosa non andava?
“Non mi piacevo, né come persona né esteticamente. Ma ho capito che certi difetti fanno parte di me”.

Come si trasformano le debolezze in punti di forza?
“Capendosi. Non mi sento perfetto così, non sono improvvisamente diventato bello, c’è tanto, come persona, in cui devo migliorare. Però so chi sono. Ho passato anni a non riconoscermi, più o meno dall’adolescenza – da quando ho cominciato a farmi domande. Nessun trauma: semplicemente, non mi sono trovato nel mio corpo. Guardavo lo specchio e soffrivo. È un percorso che dura tutta la vita, credo, questo di capirsi. Ma oggi sono di nuovo sui binari”.

Per un timido come lei, non è strano mettersi così tanto a nudo?
“Ma non lo vivo male. Sono sicuro di non essere insicuro, è la mia forza”.

Foto Luca D'Amelio
Foto Luca D'Amelio 

Il successo l’ha aiutata?
“Sì. Essere riconosciuto per quello che faccio è fondamentale per l’autostima”.

La musica cos’è per lei?
“Sfogo, spontaneità. Capisco chi sono facendo canzoni, di getto, in cui tiro fuori i pensieri che ho in testa che altrimenti non riuscirei a trovare”.

Perché Scarabocchi?
“Perché queste canzoni sono come: nate senza una direzione precisa, trovano un senso, se c’è, solo alla fine. E poi, con questi capelli, mi ci sento un po’ anch’io”.

Quando ha scoperto la musica?
“Da bambino, per la Comunione mi regalarono un telefonino su cui mio cugino mi passò i primi pezzi rap, Fabri Fibra su tutti. Mi innamorai dell’hip hop, cominciai a fare piccole esibizioni, finché non ho scoperto il passato: il rock anni Sessanta, la melodia e i cantautori, che tornano in questo disco”.

Cosa trova nella musica del passato che non trova in quella di oggi?
“Una sensibilità. Gino Paoli, Luigi Tenco, Piero Ciampi. Non c’ero all’epoca, ma dai racconti, per esempio, dei miei nonni mi sembra che ci fosse più attenzione per le piccole cose, che si fosse felici con poco. E certi brani, veri e intensi, ne erano una conseguenza”.

Foto Luca D'Amelio
Foto Luca D'Amelio 

Del trapper aggressivo della FSK, oggi, cosa resta?
“L’attitudine. Sono meno a disagio, ma quando scrivo l’anima trap rimane: per me la trap è sfogo, è tutto lo sporco della vita che emerge, e che ci vuole”.

E il cantautorato?
“L’anima nobile, che eleva. Nei cantautori ho trovato risposte a domande esistenziali che avevo. Ma, se ho capito chi sono, posso muovermi a metà tra questi due mondi”.

La musica, quindi, può essere diseducativa?
“Come tutto: canzoni, libri e film ci plasmano, è inevitabile; ma non sono per la censura o per le campane di vetro in cui chiudersi. Sono per le esperienze, per crescere con gli errori. Il messaggio, qui, è di accettarsi per come si è, per migliorarsi”.

Nell’apertura dell’album, però, parla di suicidio.
“È una provocazione, basta sentirla per capirlo. Mi piace parlare di morte, per esorcizzarla. Mi affascina, per anni mi ha tormentato: volevo sfiorarla, capire che ci fosse dopo, rischiando di farmi male. Oggi sono sereno. Mi godo questo viaggio, quando sarà finito si vedrà”.

Foto Danilo Falà
Foto Danilo Falà 

Oggi cosa la turba di più?
“L’ansia di non saper stare al mondo, ancora”.

La troppa sensibilità, nel suo caso, è un limite o un vantaggio?
“Un vantaggio quando scrivo, un limite in un ambiente difficile come questo. Ma ci sto prendendo le misure, per essere un po’ più stronzo”.

Ha una guida?
“Varie. Achille Lauro è un fratello maggiore. Mi dà consigli, alcuni essenziali. L’ultimo: imparare per bene l’inglese. A lui è servito, dice”.

Le piacerebbe replicare la sua parabola, da nemico pubblico a grande classico?
“Vorrei fare la mia: ho capito, tra le altre cose, che questi paragoni sono tossici”.

Però a Sanremo, intanto, c’è già stato, come ospite di Rose Villain. Di lei, ha detto che sarà “la star del futuro”.
“La ringrazio. Al Festival ci penso, ovviamente. E credo che una volta, per provare, vorrei andarci. Certo serve la canzone giusta: mi piacerebbe essere ascoltato da tanti, ma dovrei avere qualcosa di valido da dire”.

Il suo pubblico, per ora?
“Variegato. L’altro giorno a Milano mi ha fermato un signore vestito di tutto punto, sulla sessantina, dicendo di essere un grande fan. Mi ha sorpreso, ma non è l’unico. Parlo spesso di problemi mentali nelle canzoni, tra i ragazzi c’è più sensibilità sul tema, forse interesso anche a chi ha cercato questi contenuti in un’epoca in cui ce n’erano meno”.

Canta spesso anche d’amore.
“Amare è dare tutto senza avere certezze in cambio. La fragilità più grande. Ma purifica”.

E non parla mai di soldi.
“Lo faccio al contrario. In Ho sbagliato ancora cantavo: ‘Volevo portarti al mare a mano ma non avevo soldi’”.

Sta riscrivendo il passato. Senta, ma la musica italiana, oggi, premia l’originalità?
“Voglio pensare di sì. L’originale all’inizio viene sempre preso per pazzo, poi alla lunga la gente ci si appassiona, se è lui per primo a trasmettere passione. Io non ho filtri, metto davvero tutto quello che ho dentro nella musica, sperando di stare meglio”.

Da Amici stretti si capisce che per lei è la fiducia è tutto.
“Anche quando lavoro. Questo disco l’ho lavorato, per la prima volta, con vari altri artisti, tra cui Tommaso Ottomano. Sono come fratelli, per me. E il confronto mi ha arricchito tanto. Ma cerco solo questo tipo di verità: se devo andare a Sanremo con il pezzo scritto insieme al grande autore di turno, con il ritornello giusto, per fare la hit, be’, piuttosto non ci vado”.

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