✕

Drupi: “Cantare a Sanremo era terribile, ecco perché dissi basta. Andai a cena con i Queen”

Ascolta l'audio

L’intervista al cantautore, ora settantasettenne: il lavoro da idraulico, la gavetta, gli incontri inaspettati con Stevie Wonder e i Deep Purple fino all’ultimo singolo “Facciamo la pace”
4 minuti di lettura

Per Drupi è un superpotere. Quello di poter dire “no”: “Se una cosa non mi piace, ora non la faccio”. Invece di cuocersi sotto le luci della ribalta, il cantautore di Pavia, settantasettenne – in passato fra i più assidui partecipanti al festival di Sanremo, con otto presenze – negli ultimi anni ha preferito piazzare un ombrellone, una sdraio e godersi l’ombra. E fare quello chi gli va.

E per rinfrescarsi ha anche tagliato i capelli.
“Non li avevo mai portati corti prima d’ora, ma per recitare nel film Alcooltest di Stefano Usardi, quest’estate ho dovuto tagliarli. Era una mia bandiera sin da ragazzino. Devo ammettere però che così si sta comodi”.

Da ragazzo la chiamavano già Drupi o solo Giampiero?
“In una recita dell’oratorio interpretavo un piccolo diavolo che si chiamava Drupi. Allora il soprannome mi è rimasto addosso ma non mi piaceva. Un dirigente della casa discografica Ricordi però si impuntò, era convinto che potesse avere successo all’estero. Premonitore”.

…

Per Drupi è un superpotere. Quello di poter dire “no”: “Se una cosa non mi piace, ora non la faccio”. Invece di cuocersi sotto le luci della ribalta, il cantautore di Pavia, settantasettenne – in passato fra i più assidui partecipanti al festival di Sanremo, con otto presenze – negli ultimi anni ha preferito piazzare un ombrellone, una sdraio e godersi l’ombra. E fare quello chi gli va.

E per rinfrescarsi ha anche tagliato i capelli.
“Non li avevo mai portati corti prima d’ora, ma per recitare nel film Alcooltest di Stefano Usardi, quest’estate ho dovuto tagliarli. Era una mia bandiera sin da ragazzino. Devo ammettere però che così si sta comodi”.

Da ragazzo la chiamavano già Drupi o solo Giampiero?
“In una recita dell’oratorio interpretavo un piccolo diavolo che si chiamava Drupi. Allora il soprannome mi è rimasto addosso ma non mi piaceva. Un dirigente della casa discografica Ricordi però si impuntò, era convinto che potesse avere successo all’estero. Premonitore”.

Drupi a passeggio per Milano nel 1975 - Mondadori Collection 

Prima però ha fatto tanta gavetta.
“Sacrosanta, come si faceva una volta: nelle balere, nei night, a volte anche sulle navi. A Pavia suonavo in un locale nel quale veniva anche Maria De Filippi, era quello che andava per la maggiore”.

Avete mai chiacchierato?
“Non ricordo, veniva lì a ballare. Ma poi non è mai capitato di parlarne con lei, non sono neanche mai andato nelle sue trasmissioni”.

Che combinazione.
“E con Le calamite mi esibivo spesso in un locale di Milano dal quale passavano mostri sacri come i Deep Purple e Stevie Wonder”.

Prego?
“Stevie Wonder ci chiese se poteva usare i nostri strumenti, era giovane. E naturalmente accettammo. Il nostro tastierista dopo voleva smettere”.

E i Deep Purple?
“Non erano ancora così famosi ma erano già fortissimi. Accompagnavano un cantautore italiano, Riki Maiocchi. Era un piacere sentirli, da loro abbiamo rubato molto”.

Cosa?
“Il modo di suonare, le chitarre distorte, le atmosfere strane. Ma poi non è servito a nulla (ride)”.

Drupi a Sanremo 1982 con il vincitore Riccardo Fogli e con Al Bano e Romina - Mondadori Collection 

Beh, è arrivato a Sanremo.

“Avevo 27 anni e non accadeva nulla, volevo tornare a fare l’idraulico. Poi proprio in quel periodo mi chiamarono per un provino che dovevano presentare a Mia Martini, in gara a Sanremo. Il pezzo piacque e per mia fortuna un mese prima lei disse che non voleva più andare al Festival. E così ci andai io: arrivai ultimo, ma da lì partì la mia carriera”.

Come cambiò la sua vita?
“In quel momento non cambiò, me ne tornai a casa con le pive nel sacco. Poi pian piano iniziarono ad arrivare richieste strane dalla Francia, mi dicevano che lì il pezzo stava andando bene. Poi ebbe successo in tutto il mondo, riuscii a vendere 9 milioni di dischi: una cifra colossale per l’epoca”.

Lì sì che le cambiò la vita.
“Cambiò tutto. Il successo mi dette la possibilità di vivere della mia passione, la musica, e di vedere il mondo in compagnia dei miei amici di infanzia che suonavano con me. Mi mancano soltanto la Cina e la Nuova Zelanda. In Canada ci ritrovammo in un palasport nel quale la sera prima aveva cantato Frank Sinatra, usammo gli stessi strumenti”.

Si tolse qualche sfizio?
“Con i primi soldi guadagnati comprai un appartamento a mia madre. Non ho mai acquistato una Ferrari, non m’interessava: mi bastava un’auto con quattro ruote”.

Non li ha sperperati.
“Me li sono goduti, sì, ma ero stato troppo povero prima per buttarli via”.

Capelli lunghi, artista. Latin lover?
“No, mi divertivo come tutti i ragazzi di quel periodo. C’era l’amore libero, alcune avventure furono piacevoli e altre meno. Nel 1973 scelsi una corista, la più brava di Pavia, per il mio gruppo da portare all’Ariston: è diventata mia moglie”.

Alcuni dei cantanti di Sanremo 1988 / MONDADORI PORTFOLIO/Egizio Fabbrici/Angelo Deligio/Rino Petrosino 

È un veterano di Sanremo: ci è stato otto volte.
“Ero quasi obbligato, a me non piace la gara. Perché devo far giudicare la mia canzone? Ma allora era comodo, facevi quella settimana terribile, un caos tremendo, e avevi fatto la promozione per tutto l’anno. Poi arrivavo sempre tra gli ultimi. Soltanto una volta terzo con Soli, nel 1982”.

Ci sarà qualche ricordo positivo…
“Un anno ero nella Warner e andai a cena con i Queen, in un ristorante di Sanremo vicino al mare. Erano eccezionali, molto educati, di ‘maledetto’ nel privato non avevano nulla”.

C’era Freddie Mercury?
“Certo, parlammo del più e del meno. Lo facevo più alto. Erano incontri che lenivano il dolore di essere a Sanremo”.

Come mai il Festival l’ha segnata così tanto?
“Era una grande vetrina, certo. Ma non è il mio mondo. Rappresentava la mia idiosincrasia per le gare: mi sarebbe piaciuto vedere un festival nel quale tutti i più grandi presentavano semplicemente, da amici, la propria canzone. Ma non sarebbe stato Sanremo”.

Qualcuno non le è stato particolarmente amico?
“No, non frequentavo molto il jet set, non si faceva molta vita sociale in quella settimana se non con gli artisti della propria etichetta”.

C’è stato un episodio in particolare per il quale ha deciso di non ripresentarsi più in gara?
“All’ultimo Festival presentai una delle mie più belle canzoni e arrivai ultimo o penultimo. Era diventato un mestiere e non avevo il talento di De André o De Gregori che potevano fare a meno di Sanremo. Allora dissi ‘basta, prendo un’altra strada’: quella non era più la mia”.

Poi se n’è pentito?
“No, mai. La vita diventò meno caotica, facevo e faccio canzoni solo quando mi sembrano belle o quando ho voglia di farle uscire. Quella vita non era del tutto vera: quando si vive forzatamente tra giornalisti e tv si recita sempre un po’, non si è davvero se stessi”.

Tornerebbe mai all’Ariston?
“In gara no. Come ospite, magari per un tributo alla carriera, sì”.

Drupi ai Migliori anni con Carlo Conti nel 2023 - Mondadori Portfolio/Archivio Massimo Insabato/Massimo Insabato 

Crede di aver raggiunto più successo all’estero che in Italia?
“No, assolutamente. Non vado spesso in tv perché ci sono programmi non adatti a me, quindi sembra che il successo in Italia sia calato. Mi chiedono ‘Sei sparito?’. No, non sono presenzialista a tutti i costi. Se mi chiedono di fare giochi demenziali o attività non consone al mio carattere non ci vado. Sono partito dall’estero, certo, e continuo a essere conosciuto anche lì, ma qui c’è il mio pubblico che mi segue, mi esibisco a teatro. L’ho fatto anche subito dopo aver scoperto il tumore”.

Quando?
“L’11 gennaio dello scorso anno al Teatro lirico di Milano. Venti giorni prima avevo avuto la notizia di un tumore a un polmone, non me la sentii di disdire, un po’ per il pubblico e un po’ perché era la prima volta a teatro. Lo volevo a ogni costo. E la serata andò benissimo”.

Ora come sta?
“Grazie alle nuove cure sono guarito, per quanto tempo lo sa solo il Signore ma ora sono a posto”.

Drupi in un recente spettacolo a teatro 

È tornato a scrivere?
“Mai fermarsi. L’ultimo brano è uscito pochi giorni fa, si chiama Facciamo la pace”.

Calza a pennello, ora.
“Io e mia moglie l’avevamo realizzata tre anni fa, poi proprio quando volevamo pubblicarla è scoppiata la guerra in Ucraina e mi sembrava un po’ da paraculo farla uscire. Ora l’ho riproposta con Enzo Iacchetti, spero sia di buon auspicio”.

Che fa oltre a scrivere e comporre?
“E le pare poco? (ride)”.

Effettivamente.
“Me la godo. Suono, mi diverto e se una cosa non mi piace non la faccio. Grazie ai miei fan ora ho questa libertà. La musica è tornata a essere quella che era all’inizio per me: un grande amore”.

Leggi i commenti