Per comprendere fino in fondo la destrutturazione dei generi musicali operata da Miles Davis fin dal suo capolavoro Rebirth of the cool, 1957, bisogna ascoltare la musica ideata e prodotta da lui e dalla sua band in questo live registrato a Osaka nel 1975: frutto di un lunghissimo periodo di esplorazione e sperimentazione che ha portato Davis a sabotare tutti i confini del jazz ballando con il caos ma senza mai perdere il filo delle sue intenzioni. Da In a silen way (1969) in poi, passando per il capolavoro Bitches brew, Davis ha creato una miscela oscura, elettrizzante, inesplorata.
In Agartha, ristampato in vinile, il trombettista materializza in modo definitivo la sua visione in cui convivono la follia coloratissima di Sly Stone, l’improvvisazione disciplinata di Sun Ra, l’incendio chitarristico di Jimi Hendrix, l’Africa senza tempo, la fusion futuristica di Herbie Hancock.
Pur vivendo un momento personale abbastanza …
Per comprendere fino in fondo la destrutturazione dei generi musicali operata da Miles Davis fin dal suo capolavoro Rebirth of the cool, 1957, bisogna ascoltare la musica ideata e prodotta da lui e dalla sua band in questo live registrato a Osaka nel 1975: frutto di un lunghissimo periodo di esplorazione e sperimentazione che ha portato Davis a sabotare tutti i confini del jazz ballando con il caos ma senza mai perdere il filo delle sue intenzioni. Da In a silen way (1969) in poi, passando per il capolavoro Bitches brew, Davis ha creato una miscela oscura, elettrizzante, inesplorata.
In Agartha, ristampato in vinile, il trombettista materializza in modo definitivo la sua visione in cui convivono la follia coloratissima di Sly Stone, l’improvvisazione disciplinata di Sun Ra, l’incendio chitarristico di Jimi Hendrix, l’Africa senza tempo, la fusion futuristica di Herbie Hancock.
Pur vivendo un momento personale abbastanza complesso a causa di un’artrite, che nel 1976 lo costrinse a una sostituzione dell’anca (con un pesante avvicinamento alle droghe), Davis limitava i suoi interventi alla tromba affidandosi a quella che ha spesso indicato come la sua band preferita: Sonny Fortune al sassofono, Pete Cosey e Reggie Lucas alle chitarre, Michael Henderson al basso, Al Foster alla batteria e James Mtume alle percussioni. Musicisti in grado di intercettare le continue visioni del leader e di trasformarle in febbrili poliritmie lanciate verso mondi sconosciuti.
Tra l’altro, Davis considerava Casey l’unico in grado di raggiungere i vertici di Hendrix, con cui avrebbe voluto lavorare. Il doppio disco è essenzialmente una lunga jam session, introdotta prima dai 30 minuti di Prelude e poi da Theme from Jack Johnson. Improvvisazione libera, un’infinità di suoni che spaziano dal funk rock a una dance evoluta fino un rumore oscuro e distopico.
Davis era un agente del caos, capace di intercettare il futuro prossimo e di trasmettere il suo carisma tutt’intorno. Si ritirò temporaneamente fino al 1980, lasciando anche un altro capolavoro, Pangaea, una sorta di gemello di Agartha.