Un anno che sembrano dieci, e un viaggio che ricomincia. Torna sul palco e nei negozi di dischi, Federico Olivieri in arte Olly, e a nove mesi dal trionfo all’ultimo Festival di Sanremo la sua pare una sfida al destino (felice) che si è conquistato a spallate.
Il volto più noto del nuovo cantautorato genovese è appena uscito con una riedizione di Tutta vita, il disco che ha pensato e ripensato «per continuare a raccontare e vivermi tutto come deve poter fare un ragazzo di 24 anni, a modo mio», è l’ambizione, artistica e non.
Tempi, autonomia e leggerezza da rispettare, insomma, nonostante il treno sia in corsa, anzi «prenda velocità». A dirlo il via al primo tour nei palazzetti il 4 ottobre dalla sua Genova, i sold out delle prime tre date della primavera del 2026 negli stadi (a cui si sono aggiunte quelle di Roma all’ippodromo delle Capannelle e alla Reggia di Caserta), i numeri di un successo che impressionano, in parte destabilizzano.
Un anno che sembrano dieci, e un viaggio che ricomincia. Torna sul palco e nei negozi di dischi, Federico Olivieri in arte Olly, e a nove mesi dal trionfo all’ultimo Festival di Sanremo la sua pare una sfida al destino (felice) che si è conquistato a spallate.
Il volto più noto del nuovo cantautorato genovese è appena uscito con una riedizione di Tutta vita, il disco che ha pensato e ripensato «per continuare a raccontare e vivermi tutto come deve poter fare un ragazzo di 24 anni, a modo mio», è l’ambizione, artistica e non.
Tempi, autonomia e leggerezza da rispettare, insomma, nonostante il treno sia in corsa, anzi «prenda velocità». A dirlo il via al primo tour nei palazzetti il 4 ottobre dalla sua Genova, i sold out delle prime tre date della primavera del 2026 negli stadi (a cui si sono aggiunte quelle di Roma all’ippodromo delle Capannelle e alla Reggia di Caserta), i numeri di un successo che impressionano, in parte destabilizzano.
Entrato direttamente in testa alla classifica Fimi/Niq con il repack del disco che l’ha lanciato, sei brani in top10 e tre in top20, al momento del resto Olly non è solo l’artista più ascoltato della settimana su Spotify e su YouTube. Fenomeno nazionale, testimone di una generazione dopo il no a Eurovision, «un momento discografico che so bene non mi capiterà mai più, probabilmente, in cui ogni casella sta andando al suo posto», ammette.
Eppure il “suo” anno non è stato solo tutta gioia, ma anche polemiche, insicurezze, domande sul futuro: dal caso social della tavolata del ristorante imbrattata a fine cena in estate («Ho chiesto scusa a chi di dovere, non voglio che ogni cazzata che combino finisca per richiedere scuse pubbliche», è la rivendicazione al diritto di sbagliare) a «tutte le volte che ho dovuto leggere insulti sul mio conto, compresi i Tapiri per le vittorie a Sanremo della mia manager». «Ho sofferto», confessa il cantautore, «L’ho vissuta come se qualcuno volesse sporcare la mia storia, quello che mi sono conquistato dopo tanta gavetta». Spiegando così (anche) il senso di un disco nuovo per metà.
Composto da venti pezzi in tutto e cinque inediti, la nuova versione di Tutta Vita ha portato a bordo tra gli altri un omaggio a Pino Daniele (Occhi color mare), che Olly dice di aver escluso dal repack almeno in un primo tempo «perché non volevo sembrasse solo un modo per cavalcare l’anniversario, in realtà dentro di me volevo solo far conoscere di più un grande della nostra musica ai più giovani che mi ascoltano, sembra un paradosso ma può essere così».
C’è un’invettiva contro il giudizio degli altri, odiatori da tastiera e bolle social per primi, tra ironia e un pizzico di rabbia (Così così). C’è un inno alla libertà di sbagliare come Brivido della vita, che prende il via con versi che da soli farebbero già titolo (“Ho davvero un gran bisogno/Di sentirmi un deficiente”). C’è persino «una riflessione sulla morte», dice il cantautore genovese di Buon Trasloco, «una grande metafora del passaggio dall'altra parte», ispirata alla morte del padre di Juli, produttore e spalla inseparabile di Olly nei suoi successi recenti.
Pezzi nuovi nati «quasi tutti pochi giorni dopo Sanremo, in due settimane passate nel nulla sul Lago Maggiore con gli amici e il mio tatuatore, per stare lontano da tutto», racconta Olly. «Avrei potuto aspettare qualche mese e farci un disco nuovo, mi sarebbe convenuto, ma volevo continuare il viaggio che mi ha portato fin qua», è la spiegazione.
Ecco perché il nuovo album vale un bilancio del suo anno quasi perfetto e una dichiarazione d’intenti per il futuro. In vista del prossimo Festival («Non so che effetto mi farà, se andrò: per ora nessuna certezza»), o degli stadi che verranno («Per San Siro voglio aspettare di essere pronto: me l’hanno già proposto, preferisco conquistarlo con i miei tempi»). E pure più in là, dove può spingere «la voglia di viaggiare».
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«Cosa voglio fare nella vita? Io vado a braccio, non c’è troppa programmazione in quello che faccio: spingo sull’acceleratore ma felice di farlo, senza che nessuno mi imponga nulla o provi a spremermi, come tutti pensano faccia l’industria discografica», è la riflessione, «ma di sicuro sto imparando a difendere il mio modo di stare al mondo, e capendo la parte del mondo dove voglio stare».
Lontano dal «mainstream, se possibile», «finalmente divisivo nelle canzoni che scrivo», – dice Olly – forse persino in un futuro di «maggior consapevolezza», la chiama il diretto interessato. Già i testi della nuove ballate mostrano una maturità crescente, canzone dopo canzone, le sonorità paiono sempre più organiche e suonate, pensate per il live, chissà che il passato più prossimo possa raccontare un artista pure più impegnato. Il post con cui il cantautore ha celebrato le piazze dello sciopero generale per la Palestina, su Instagram, per alcuni potrebbero essere un indizio.
Nel frattempo, c’è un tour da preparare («Di gran lunga il mio momento più sano: dormo di più, fumo di meno, mangio meglio») e una vita da godere, oltre che da raccontare. Cercare per credere «nel pieno degli episodi incredibili che la vita mi sta regalando», si geolocalizza Olly, «Neanche fosse una serie tv». Come a inizio settembre, alla “Grande festa” del doppio concerto all’Ippodromo di Milano, «io sul palco e 80 mila spettatori a cantare con me sotto la pioggia: se potessi me li tatuerei tutti addosso, uno a uno». A riprova di come l’impresa eccezionale, di qui in poi, rimarrà l’esser normale.