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Michele Zarrillo: “Dopo l’infarto sono rinato. E ora mi scoprono anche i giovani”

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Il cantautore romano racconta la sua seconda giovinezza artistica, dal ritorno nei teatri al Premio Bertoli: “Oggi c’è voglia di musica, ma manca il coraggio di andare a fondo”
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Il rischio, per quelli come lui, è di passare come residuati bellici del Novecento. E invece, sorpresa, per Michele Zarrillo non è così: “Su Spotify circa la metà dei miei ascoltatori ha meno di 35 anni. È successo dopo la pandemia, da quando Cinque giorni è diventata virale su TikTok”. Beato chi lo capisce, l’algoritmo. Fatto sta che il cantautore romano – classe 1957, quartiere Centocelle – si gode una seconda vita, tra Una rosa blu (del 1982, ma esplosa nel 1998), La notte dei pensieri (1987), L’elefante e la farfalla (1996) e la stessa Cinque giorni (1994). Soprattutto in concerto. “Forse c’è voglia di musica”, dice. “Oggi sento bei testi, però la musica – intesa proprio come concetto, come arte che va a fondo – manca un po’”. Chissà. Intanto ha vinto il Premio Pierangelo Bertoli, rassegna dedicata al cantautore di A muso duro, che ritirerà l’8 novembre al Teatro Carani di Sassuolo, in una serata in cui si esibirà dal vivo. “È il primo riconoscimento che ricevo in carriera”.

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Il rischio, per quelli come lui, è di passare come residuati bellici del Novecento. E invece, sorpresa, per Michele Zarrillo non è così: “Su Spotify circa la metà dei miei ascoltatori ha meno di 35 anni. È successo dopo la pandemia, da quando Cinque giorni è diventata virale su TikTok”. Beato chi lo capisce, l’algoritmo. Fatto sta che il cantautore romano – classe 1957, quartiere Centocelle – si gode una seconda vita, tra Una rosa blu (del 1982, ma esplosa nel 1998), La notte dei pensieri (1987), L’elefante e la farfalla (1996) e la stessa Cinque giorni (1994). Soprattutto in concerto. “Forse c’è voglia di musica”, dice. “Oggi sento bei testi, però la musica – intesa proprio come concetto, come arte che va a fondo – manca un po’”. Chissà. Intanto ha vinto il Premio Pierangelo Bertoli, rassegna dedicata al cantautore di A muso duro, che ritirerà l’8 novembre al Teatro Carani di Sassuolo, in una serata in cui si esibirà dal vivo. “È il primo riconoscimento che ricevo in carriera”.

Zarrillo, si sente sottovalutato?
“Forse un po’. Ho scontato il pregiudizio per cui ero solo ‘un cantante d’amore’. A parte che non è del tutto vero, negli anni Novanta la critica di settore odiava le canzoni sentimentali, le considerava inferiori, a prescindere. Anche se avessi realizzato l’Aida. Però il pubblico c’è sempre stato, non mi posso lamentare. Semmai, sono contento di questo premio perché, leggendone le motivazioni, mi riconosce come musicista – un aspetto su cui non ci si è mai soffermati troppo – e tiene conto dei brani più nascosti. Ho realizzato dieci dischi in studio, mi sono sudato tutto”.

In effetti, prima ancora che come cantautore, lei nasce come musicista in senso stretto.

“Con i Semiramis, un gruppo progressive con cui girammo le cantine, da Centocelle in poi. Cantavo e suonavo la chitarra. E ho qualche rimpianto: noi e tutta la scena in cui eravamo inseriti ci siamo presi poco tempo per sperimentare, mi sono rivolto presto al pop melodico, tradizionale. Non sono l’unico, pensi a Pino Daniele, partito con i Napoli Centrale ed esploso con Quanno chiove. Fa parte della vita: la verità è che tutti gli artisti, dovendo scegliere, preferiscono esserci”.

La sua occasione, per esserci, è stata il Festival di Sanremo.
“Lo è da sempre. La prima volta fu nel 1981, la seconda nel 1982, quando ci fu il caso di Claudio Villa (eliminato nella prima serata della kermesse, ndr). Con me c’erano anche Vasco Rossi e Zucchero. La faccenda faceva acqua dovunque: per mancanza di spazio Villa era stato inserito tra i giovani e poi eliminato, scatenando polemiche”.

Alla fine, per risolvere la controversia, Villa ottenne che uno degli eliminati fosse sorteggiato per esibirsi fuori gara, tutte le sere. Tocco a lei, con "Una rosa blu”, ma la sua casa discografica le disse di non presentarsi. Le è dispiaciuto?

“In realtà fui io per primo a non presentarmi. Mi ero esibito la prima sera, per primo, subito dopo il tg. All’epoca Sanremo cominciava davvero presto, neanche mia madre fece in tempo a vedermi in tv. Nessuno si accorse di Una rosa blu e, quando fui sorteggiato, ero già a Roma, amareggiato”.

Ci pensa che, se avesse accettato, forse quel pezzo avrebbe avuto successo 16 anni prima?

“No, negli anni ho imparato a non avere rimpianti, ad assecondare lo scorrere del fiume. Doveva andare così, anche se lì per lì ci restai male e mi presi una lunga pausa. Tornai nel 1987, sempre tra le Nuove Proposte, con La notte dei pensieri. Ero ripartito da zero. Vinsi. Durante la premiazione le mani mi sanguinavano: mi ero mangiato le unghie dal nervoso, sentivo che il mio futuro dipendeva da quel momento. In effetti, è stato così. Sono uno che lavora duro, anche se poi qua e là mi prendo degli anni sabbatici: è una cosa molto punk, se vuole”.

Si è spiegato perché "Cinque giorni” in particolare continua ad avere successo?

“No, e non ho mai capito il suo segreto, altrimenti ne avrei scritte altre. Una formula, le dico, non c’è. È nata accorpando quattro parti diverse, l’una dopo l’altra: un po’ alla volta mi accorgevo che quella che veniva fuori stava bene con le precedenti, ma era un pezzo di per sé complesso e non ne ero convinto. Solo qualche ragazza, nello studio della casa discografica, vidi che si era commossa, ascoltandola. Ma a Baudo, per Sanremo 1994, presentammo Il sopravvento. Non ne restò convinto, così Cinque giorni entrò di riserva. Ne rimase stregato: ‘O questa, o non prendo Zarrillo’”.

Menomale.
“Al Festival ero pronto per il plotone di esecuzione: l’ennesima canzone d’amore. Invece già dal giorno dopo la cantavano tutti. Tutti, davvero. Eppure, non è neanche l’unica dal mio repertorio. L’elefante e la farfalla, per dire, è rimasta altrettanto”.

Un bilancio della sua carriera?

“Sono tanto soddisfatto. Ne parlavo tempo fa con Renato Zero, mio amico, che mi ha telefonato per chiedermi se, dopo il tour nei teatri andato bene, fossi contento. Ma certo che lo sono, gli ho detto. Vivo della mia passione, faccio una vita – mi rendo conto che è un tabù – agiata, ho tutto. Fuori di qui, è montata una convinzione per cui o si fanno gli stadi o niente. Io posso vivere a contatto con la gente, non sono mai arrivato nell’Olimpo, sto benissimo”.

Le manca il numero uno anche in classifica.

“Ci andai vicino con Una rosa blu, nel 1998. Passai l’estate sotto a Mina e Celentano, potevo fare poco. Quando arrivò il mio turno, a settembre, purtroppo morì Battisti, il mio mito, e la sua raccolta arrivò in cima. Per me, che ero cresciuto con la sua musica, fu comunque la chiusura di un cerchio”.

Tornerebbe a Sanremo? Sarebbe la 14esima volta.

“Con la canzone giusta, sì. A quel palco devo tutto, certo il merito delle canzoni è mio, ma è stato un megafono fondamentale. E lo è ancora. Non credo alla retorica della sua decadenza: a fronte di, non so, 15 artisti che vanno lì a timbrare il cartellino, con canzoni senz’anima, ci sono Diodato, Marco Mengoni, la stessa Brividi di Mahmood e Blanco. O L’addio dei Coma_Cose: mi sento male per quanto è bella”.

La musica d’autore, dunque, come sta?

“Così e così. Brunori Sas difende la categoria, su altri fronti fa più fatica. A me non interessano le grandi voci se sono fini a sé stesse, De Gregori non ha chissà che estensione. Conta il complesso, conta cosa si dice, e come lo si dice. In generale, ciò che manca oggi è l’ambizione di scavare nel profondo e nell’ignoto, anche dell’artista stesso. La donna cannone, in questo senso, è una sinfonia. Ma anche Guccini, Dalla, Venditti e gli altri sono su quel livello. Adesso, non vedo bis”.

E lei, Zarrillo?

“Tra Cinque giorni, Acrobati, L’elefante e la farfalla e poche altre penso di rientrare nella categoria. Oggi mi concentro sui concerti: ho otto o nove pezzi immancabili, per il resto spazio; e mi piace vedere come anche i più giovani, lì, mi seguano. Avere un repertorio”.

Com’è la sua routine?

“Ho due figli adolescenti – e una più grande, che ha già famiglia – che chiaramente si prendono molto del mio tempo, è un’età difficile. Mi alzo tardi, sto con loro, di notte lavoro. Lei ne ha 13, lui 15. Sono appassionati di musica. Lui, in particolare, di jazz. Forse vuole intraprendere quella strada: libero di farlo, ma non so quanto augurarglielo, vista la difficoltà del settore. Lei è più onnivora, dalla classica – merito della madre – al pop. Siamo stati insieme a vedere Olivia Rodrigo, è stato travolgente”.

È preoccupato per il mondo che stiamo loro lasciando?

“Tantissimo. Mi preoccupa la violenza dilagante, che sia nelle canzoni (che proprio non capisco), in strada, nel bullismo online. E mi preoccupano i nuovi tipi di droghe. Non è mai stato facile, ma ora mi pare che il mondo abbia preso una china terribile. Servirebbe una presa di coscienza, smettere di credere alla Befana. Ma è un percorso quotidiano e, del resto, vedo che nessuno ha più voglia di smascherare nessuno – gli unici, come Ranucci, sono minacciati, sembrano alieni. Spero che i miei figli si sappiano proteggere, il problema viene dall’altro: quando vedo Trump o Putin sospiro, mi chiedo nelle mani di chi stiamo…”.

Nel 2013 lei ha avuto un infarto. Da lì, è tornato a pieno ritmo. Cos’ha imparato?

“A educarmi, io per primo, all’ignoto. Ci comportiamo, tutti, come se avessimo la verità è in mano, come se conoscessimo il senso della vita, il futuro. Non è così, dovremmo farci un bagno di umiltà, tutti”.

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