Fulminacci canta i suoi “Calcinacci”: “Un disco in solitaria e una relazione finita dopo 7 anni”
di Patrizio Ruviglioni(foto di Filiberto Signorello)
L’appuntamento è in un ristorante di Prati, il quartiere di Roma dove andava a scuola dalla periferia e adesso vive. In mezzo, Fulminacci — nome d’arte di Filippo Uttinacci, classe 1997, cantautore senza macchia ma ancora con qualche paura — è diventato grande, tra le forche di due Sanremo, il primo nel 2021 con Santa Marinella e ora con Stupida sfortuna, settimo ma con il Premio della critica Mia Martini. Il pezzo vola con discrezione: quinto tra i singoli più venduti, sesto su Spotify, ottavo in radio. Intanto lui rilancia con il suo quarto album, Rilancia con il quarto album, Calcinacci, in tour da aprile con Palazzacci. «La prima volta all’Ariston non ero pronto», confessa.
La copertina del nuovo album "Calcinacci"
E questa invece?
«Questa sì. Ero fermo dal 2023, sentivo di dover tornare. Mi sono detto: vai e goditela. Giuro, è un ottimismo che non mi appartiene ma che sto im…
L’appuntamento è in un ristorante di Prati, il quartiere di Roma dove andava a scuola dalla periferia e adesso vive. In mezzo, Fulminacci — nome d’arte di Filippo Uttinacci, classe 1997, cantautore senza macchia ma ancora con qualche paura — è diventato grande, tra le forche di due Sanremo, il primo nel 2021 con Santa Marinella e ora con Stupida sfortuna, settimo ma con il Premio della critica Mia Martini. Il pezzo vola con discrezione: quinto tra i singoli più venduti, sesto su Spotify, ottavo in radio. Intanto lui rilancia con il suo quarto album, Rilancia con il quarto album, Calcinacci, in tour da aprile con Palazzacci. «La prima volta all’Ariston non ero pronto», confessa.
La copertina del nuovo album "Calcinacci"
E questa invece?
«Questa sì. Ero fermo dal 2023, sentivo di dover tornare. Mi sono detto: vai e goditela. Giuro, è un ottimismo che non mi appartiene ma che sto imparando. Ho giocato di più con la regia, con Francesca Fagnani nella cover di Parole parole, in generale. Pensi, volevo entrare con, in sottofondo, la canzone di 007, ma dovevamo attenerci al repertorio. E poi, ci ho messo la faccia: prima ero insicuro, ora dopo un percorso di psicoterapia mi piaccio di più».
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Oltre a quello, che ha fatto nell’ultimo anno?
«Ho scritto. Mi sono trovato in una situazione nuova, con la fine di una relazione lunga 7 anni. Niente di tragico, ma è stato un dolore per entrambi. Per la prima volta da quando lavoro ero solo, senza dischi né tour. Calcinacci — come quelli che ho intorno, tra macerie e ricostruzione — è nato così, con amici e colleghi, compreso Tommaso Paradiso che fa una sorta di cameo. In tanti sono romani: i cantautori, qui, sono parecchi, ci manca forse un grande palco com’è invece a Milano, per ritrovarci».
Che ne pensa del suo settimo posto?
«Lo dico: ho vinto il Festival. Aspiravo al Premio della critica, una certificazione che resta».
Il Festival “vero”, però, l’ha vinto Sal Da Vinci.
«L’ho conosciuto all’Ariston, una persona splendida, sono contentissimo per lui. Per sempre sì la definirei folkloristica, ma è giusto che abbia il proprio spazio».
Ce l’ha anche in politica: Meloni ha citato Sal Da Vinci, Renzi le ha riposto con Stupida sfortuna.
«Ho sorriso, ma neanche io sono stato assoldato dai partiti. Voterò, comunque. Anche se non sono un esperto e spesso ne capisco poco».
Calcinacci è accompagnato da un corto, in cui lei recita con Pietro Sermonti. Sta pensando al cinema?
«Per ora sono concentrato sulle canzoni. Il corto, se il minutaggio lo consente, vorrei che girasse per i festival. Poi vediamo che succede».
Sermonti è anche quello di Boris, da cui “la qualità c’ha rotto er c…”. Da Premio della critica, che ne pensa?
«Non è vero per forza. Il pubblico è ricettivo, un pop diverso, con riferimenti più alti, è possibile. A volte il limite è solo nostro».