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Gino Paoli è morto: addio al cantautore che ha rivoluzionato la musica italiana

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Aveva 91 anni. Da Il cielo in una stanza agli eccessi della vita privata, dagli anni d’oro con Mina e Vanoni fino alla consacrazione come maestro indiscusso: la storia di un artista che ha trasformato il quotidiano in poesia
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L’ultimo grande patriarca della scuola genovese, Gino Paoli, è morto stamattina a 91 anni. Era nato a Monfalcone il 23 settembre 1934. L’annuncio è arrivato dalla famiglia: “Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari”. Moltissime le reazioni di cordoglio dal mondo della musica ma non solo. Mogol: “Grandissimo autore e amico”. I funerali si terranno in forma privata alla presenza dei soli familiari.

(ansa)

Sembra che quando, a fine anni Cinquanta, presentò Il cielo in una stanza ai discografici, si sentì rispondere: “Bella, ma non è una canzone”. Non ha la classica divisione tra strofa e ritornello, non si capisce neanche di cosa parla. Si capirà benissimo solo poi: un amplesso in un bordello di Genova, dove le pareti erano viola, in quei posti che era solito frequentare con gli amici, un po’ per goliardia e un po’ per disperazione, comunque mai per gioia. Il r…

L’ultimo grande patriarca della scuola genovese, Gino Paoli, è morto stamattina a 91 anni. Era nato a Monfalcone il 23 settembre 1934. L’annuncio è arrivato dalla famiglia: “Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari”. Moltissime le reazioni di cordoglio dal mondo della musica ma non solo. Mogol: “Grandissimo autore e amico”. I funerali si terranno in forma privata alla presenza dei soli familiari.

(ansa)

Sembra che quando, a fine anni Cinquanta, presentò Il cielo in una stanza ai discografici, si sentì rispondere: “Bella, ma non è una canzone”. Non ha la classica divisione tra strofa e ritornello, non si capisce neanche di cosa parla. Si capirà benissimo solo poi: un amplesso in un bordello di Genova, dove le pareti erano viola, in quei posti che era solito frequentare con gli amici, un po’ per goliardia e un po’ per disperazione, comunque mai per gioia. Il resto è storia: Mina, all’inizio anche lei riluttante, la canta nel 1960, a fine esibizione si mette a piangere dall’emozione, è stravolta, il pezzo diventa un successo e da lì decine e decine di omaggi, citazioni e un solco indelebile nella nostra cultura condivisa. Il mondo cambia. Perché perfino nel paese in cui “ci si conosce tutti” e non si possono fare rivoluzioni, ecco, Gino Paoli l’ha fatta davvero, la rivoluzione.

Se la canzone d’autore – o proprio la canzone italiana tutta – è così com’è, lo si deve a lui. Pieno dopoguerra, eravamo un paese chiuso, in cui la musica era una forma blanda d’intrattenimento. Pure, con testi astratti, vaghi, senza risvolti concreti. Paoli, di fatto, la mise a terra: senza imitare il rock degli Stati Uniti, che a un certo punto rischierà anzi di seppellirlo, comincia a cantare di cose di tutti i giorni, con un linguaggio quotidiano e immediato, in cui rivedersi in tanti, anche se forse lui per primo aveva bisogno di rivedersi in qualcosa. E però, le vette sono altissime, mai raggiunte prima, dall’amore in Senza fine (1961) al gusto agrodolce di diventare adulti di La gatta (1960), pur nella sua sconcertante semplicità. Cartoline d’altri tempi: in Sapore di sale (1963) il sax è di Gato Barbieri, l’arrangiamento di Ennio Morricone, ma è il primo tormentone estivo, che per temi – un uomo in fuga dalla metropoli, verso il mare – brucia Azzurro di Conte e Celentano (1968), per malinconia E la chiamano estate di Bruno Martino (1965). Non c’era mai stato, in Italia, niente di simile: ma tutto ciò che sarebbe venuto dopo, in qualche modo, gli sarebbe somigliato.

Con Ornella Vanoni 

Il successo è fulminante, a inizio anni Sessanta, alla soglia dei trent’anni, per lui che era nato nel 1934 e cresciuto a Genova, dove già da ragazzo girovagando per le osterie e fuggendo da un lavoro come grafico pubblicitario – che gli aveva trovato il padre, Aldo, ingegnere navale – aveva fondato il nucleo della cosiddetta scuola genovese: Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Fabrizio De André, Umberto Bindi, Joe Sentieri, Giorgio Calabrese e i fratelli Gian Piero e Gian Franco Reverberi. Fedele a quell’adagio per cui la fama accelera pregi e difetti del protagonista, Paoli – molto cantautore, un po’ jazzista – entra nel tunnel, dando adito ai primi giornali di gossip con comportamenti di fronte a cui rapper e rockstar di oggi sono chierichetti: soffre di alcolismo, mollerà il whisky solo dopo la morte del fratello, per lo stesso problema; già sposato con Anna Fabbri, s’innamora di Ornella Vanoni, con cui comincia una storia tormentata e iconica almeno quanto la loro corrispondenza artistica (la stessa Senza fine viene da lì); intanto ha una relazione con Stefania Sandrelli, all’epoca minorenne, da cui avrà una figlia, Amanda, che prenderà il cognome materno.

Gino Paoli, con occhiali da sole, in spiaggia sul litorale romano, Ostia, 25 maggio 1962 (ansa)

Depresso, nel 1963 tenta il suicidio sparandosi al cuore, ma la pallottola non colpisce gli organi vitali, restando incastrata lì per il resto della sua vita. Nel dubbio, la suddetta pistola non era dichiarata e gli costa 60mila lire di multa per possesso illegale d’arma da fuoco. Crolla, anche perché le mode cambiano e lui è troppo musone, ma il solco resta. Baffi e occhiali da sole d’ordinanza, non lo recuperano gli anni Settanta, dove pur reinventandosi come cantautore impegnato deve sgomitare tra i vari Dalla (che di fatto è una sua scoperta), Guccini, De Gregori. Ci pensano gli Ottanta, quando torna in tour con Vanoni (1985) con Insieme, si chiede Cosa farò da grande (1986), scrive l’ennesimo capolavoro, Una lunga storia d'amore. “Fai finta di non lasciarmi mai, anche se dovrà finire prima o poi questa lunga storia d'amore”.

Gino Paoli e Ornella Vanoni, la reunion da Fabio Fazio sulle note di 'Senza fine'

Siamo sempre lì, altro che tenerezza, sorrisi. Nel 1991, senza neanche sapere bene come, vince addirittura un Festivalbar dove dominano l’emergente Marco Masini (figlio del tempo, con Perché lo fai) e perfino Belen Thomas e Patrick Hernandez con Born to be alive. L’asso è Quattro amici, storia di una comitiva, la sua, che si sgretola crescendo, finché Paoli resta solo a combattere la maturità come Don Chisciotte i mulini, fino a poi ritrovarsi davanti un nuovo gruppo di giovani che si comportano allo stesso modo, e allora cosa vuoi che sia. Il disco che la contiene s’intitola Matto come un gatto, un autoritratto, mentre la stessa Quattro amici si chiude con un accenno di Vita spericolata di Vasco Rossi: Paoli, più che genuinamente matto, è spericolato.

Asceso nonostante gli errori – o forse proprio in virtù di quelli – a santone dell’Italia tutta, ne prova tante e ne vive altrettante. Dai lutti – come quello del figlio Giovanni, nato nel 1964 dalla prima moglie e con cui il rapporto era travagliato, morto nel 2025 – al matrimonio con Paola Penzo, nel 1991, da cui ha avuto altri due figli. E poi l’attività da autore per altri (come Zucchero, con cui scrive Con le mani e Come il sole all’improvviso), da presidente della Siae (dal 2013 al 2015, prima di dimettersi per accuse di presunta evasione fiscale, poi prescritte), da deputato del Pci a ridosso del crollo della Prima Repubblica, lì come Indipendente di Sinistra, nei fatti “anarchico da sempre”.

Come Vasco, che appunto apprezzava, anche lui è stato un supervissuto, per quanto negli ultimi anni non aveva abbandonato lo sguardo accigliato classico, al contrario di tanti colleghi. Si dice che con l’età si cambia, ci si ammorbidisce, ecco, Paoli no. È rimasto il ruvido degli esordi, in parte perfino geloso di tutti gli aneddoti che custodiva. Però gigante, pur contraddittorio. Di Elodie e delle popstar di oggi, tra gli altri, aveva detto parole pesanti, dicendo che fossero tutta ostentazione del corpo e poca sostanza, altro che Mina e Vanoni, un’opinione senz’altro più miope di quella della stessa Vanoni. Poi aveva ritrattato. Ma nonostante le polemiche, non passava mai. E neanche le sue canzoni. Ospite ormai da venerato maestro Sanremo 2023, aveva visto Gianni Morandi – classe 1944, generazione successiva – raccontare davanti a lui di come, da ragazzi, quelli come Morandi lo seguissero dovunque. Perché? “Tu ci insegnavi la vita, Gino”. “Ma che c…o volevate imparare da me, non lo so mica”.

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