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Il live di Rosalía, un’avventura: visuale limitata, ritardi, e quel malore tutt’altro che imprevisto

L’inizio 50 minuti dopo il previsto senza alcuna comunicazione, tutto pensato per chi filma, posta, condivide. Un’artista così straordinaria dovrebbe invertire la rotta
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MILANO – Diciamolo subito: Rosalía è un’artista straordinaria e Lux è un disco che ridisegna i confini della musica. Chi scrive la adora, come le 11.000 persone che mercoledì sera riempivano l’Unipol Forum per l’unica data italiana del suo tour mondiale. Ma voler bene a un’artista non significa rinunciare a farle la critica che merita. E la serata di Milano offre parecchi spunti.

Lo spettacolo del Lux Tour è una macchina teatrale potentissima: Heritage Orchestra in una buca a croce latina al centro del parterre, coreografie del collettivo (La) Horde, regia visiva di Dimitris Papaioannou. Rosalía apre emergendo da una scatola di legno, sulle punte, vestita da ballerina classica.

(afp)

I primi due atti — da Sexo, Violencia y Llantas fino all’oscura Berghain, col suo costume a corna ispirato all’Aquelarre di Goya — sono stati impeccabili. Mio Cristo piange diamanti, cantata in italiano col velo bianco sul capo, ha zittito il Forum: Rosalía che omaggia Puccini e Verdi con una devozione che non aveva nulla di costruito. Peccato che l’artista fosse già entrata in scena con cinquanta minuti di ritardo, senza che nessuno comunicasse nulla al pubblico.

I segnali c’erano: durante De Madrugáqualche colpo di tosse, un calo di energia. Poi il buio, quello vero: «Ho una forte intossicazione alimentare, non posso continuare». Parole sincere, pronunciate con evidente sofferenza. Alle 22.16 le luci si accendono, il concerto si ferma a metà.

(afp)

Nessuno rimprovera un’artista che sta male. Ma se le condizioni erano già compromesse prima — il ritardo lo lasciava intuire — sarebbe stato più rispettoso verso undicimila spettatori, molti arrivati da fuori Italia con biglietti esauriti in un’ora di prevendita, comunicare il problema e valutare un rinvio. Il silenzio durante l’attesa è stato un errore di gestione che ha pesato sull’esperienza. E non è il solo.

La cantante ha pubblicato un storia su Instagram mostrandosi durante il ricovero a Milano 

Chi viveva il concerto dal parterre si è scontrato con un problema strutturale: la passerella che divideva la platea e la buca dell’orchestra, una insieme di elementi scenici che limitavano parecchio la visuale per chiunque non fosse particolarmente alto. Per le persone in carrozzina o con mobilità ridotta la situazione era ancora più penalizzante. Uno show dichiaratamente "pensato per le arene” non può dimenticare che un’arena si riempie di corpi veri, non di obiettivi di smartphone.

Ed è proprio questo il punto più interessante. Un momento nel Lux Tour, che il pubblico milanese non ha potuto vedere, lo sintetizza alla perfezione: durante Can’t Take My Eyes Off You, Rosalía si mette in posa dentro una cornice trasformandosi in opera da fotografare, mentre alcuni fan salgono sul palco per scattarle foto. Trovata geniale e autoironica, certo. Ma anche la dichiarazione esplicita di una filosofia: il concerto come generatore di contenuti, l’esperienza dal vivo subordinata alla sua riproduzione digitale. Chi stava in platea e voleva semplicemente lasciarsi trasportare dalla musica si trovava a combattere con un ecosistema costruito per chi filma, posta, condivide. Non è una colpa solo di Rosalía — è la direzione dell’intera industria del live — ma un’artista della sua statura potrebbe invertire la rotta anziché assecondarla.

Il Lux Tour resta uno degli spettacoli più ambiziosi in circolazione, un oggetto artistico che mescola opera, danza classica, arte contemporanea e club culture con un’intelligenza rara. Proprio per questo gli si deve una critica all’altezza. Se ami Rosalía, le devi la sincerità: il palco penalizza chi non è alto e chi ha disabilità, la regia privilegia la resa video a scapito della fruizione dal vivo, la comunicazione in caso di imprevisto deve migliorare. Sono appunti che si fanno a chi stimi, non a chi vuoi demolire. Perché il pubblico che riempie un’arena non chiede solo di assistere a un’opera d’arte: chiede di viverla.

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