Gianni Morandi: “A 81 anni non smetto. Mio figlio Pietro? Cambia spesso idea ma canterà con me”
di Andrea SilenziSan Lazzaro di Savena (Bo) – «Una volta Guccini mi disse scherzando che C’era un ragazzo che come amava i Beatles e i Rolling Stones era una storiella rispetto alla sua Dio è morto. Eppure, dopo 60 anni, è ancora lì». Gianni Morandi è pronto per l’ennesima avventura: nella sua casa in campagna a San Lazzaro di Savena, a due passi da Bologna, annuncia un nuovo tour intitolato C’era un ragazzo - Gianni Morandi Story, ideato per festeggiare il sessantennale di una delle canzoni simbolo della sua carriera: partenza da Conegliano il 15 aprile e poi il 17 a Milano, il 21 a Roma e altri appuntamenti in giro per l’Italia. Sul palco con lui una superband diretta dal maestro Luca Colombo. E poi un nuovo singolo, Monghidoro, disponibile da oggi, scritto da Jovanotti.
Con Lorenzo c’è una grande amicizia.
«Abbiamo fatto parecchie cose insieme. Quando gli ho parlato di questo tour mi ha detto “Ci vuole un pezzo nuovo!”. Io gli dicevo “ma guarda che faccio già fatica a mettere insieme la scaletta…
San Lazzaro di Savena (Bo) – «Una volta Guccini mi disse scherzando che C’era un ragazzo che come amava i Beatles e i Rolling Stones era una storiella rispetto alla sua Dio è morto. Eppure, dopo 60 anni, è ancora lì». Gianni Morandi è pronto per l’ennesima avventura: nella sua casa in campagna a San Lazzaro di Savena, a due passi da Bologna, annuncia un nuovo tour intitolato C’era un ragazzo - Gianni Morandi Story, ideato per festeggiare il sessantennale di una delle canzoni simbolo della sua carriera: partenza da Conegliano il 15 aprile e poi il 17 a Milano, il 21 a Roma e altri appuntamenti in giro per l’Italia. Sul palco con lui una superband diretta dal maestro Luca Colombo. E poi un nuovo singolo, Monghidoro, disponibile da oggi, scritto da Jovanotti.
Con Lorenzo c’è una grande amicizia.
«Abbiamo fatto parecchie cose insieme. Quando gli ho parlato di questo tour mi ha detto “Ci vuole un pezzo nuovo!”. Io gli dicevo “ma guarda che faccio già fatica a mettere insieme la scaletta”, ma lui ha insistito: “Ci vuole, ci vuole”. E mi ha mandato Monghidoro».
È lei il pazzo di cui si parla nel brano?
«Sì, quel soprannome me lo diede Lucio Dalla. Eravamo in tour: lui, che era un irrequieto, entrava sempre con Caruso mentre io iniziavo a raccogliere gli applausi. Una sera nei camerino gli urlai contro e lui scappò via strillando “Aiuto, lo psycho di Monghidoro!».
Tornando a “C’era un ragazzo”, il tema resta attuale anche dopo 60 anni.
«Sto lavorando con Federico Taddio, che è un autore, perché sul palco vorrei dire qualcosa su quello che sta succendo. Di politica io non ho parlato tanto, però qualche accenno su questi due, Putin e Trump, che vogliono decidere di tutta la nostra vita, vorrei farlo. L’Europa poi che non si compatta...Ma giusto qualche riflessione, la gente vuol sentir cantare. Certo, 60 anni fa ci ribellavamo alla guerra del Vietnam e oggi non è cambiato niente».
All’epoca fu premiato in Unione Sovietica per quella canzone.
«Mi diedero una medaglia, che ho ancora, per essere un cantante pacifista contro la guerra, perché lì c’era una condanna all’invasione americana del Vietnam. Poi le cose, dopo 60 anni sono cambiate, adesso sono loro che aggrediscono».
Nel video di “Monghidoro” si vede lei giovanissimo.
«Non mi sembro neanche io. Ero tutto sgangherato, non sapevo dove mettere le mani. Io guardo a Charles Aznavour: il giorno dopo la sua morte doveva fare un concerto. Mi piacerebbe fare così».
A 81 anni comunque riempie ancora i palasport.
«Mi fa un grande effetto. Quando mi dicono che le date sono esaurite non ci credo. Per preparare un tour bisogna lavorare come un atleta: faccio 7-8 giri di pista al giorno e poi vado in palestra. Alla mia età non puoi fare diversamente».
Il ricordo più bello della sua carriera.
«Quando ho sentito per la prima volta la mia voce in un jukebox. Era Andavo a cento all’ora, sentivo sta voce piccolina... scappavo, mi faceva impressione. Come la prima volta che mi rividi in tv. Mi misi in un bar, di nascosto, il programma era Alta pressione. Pensai subito a mia madre, che era fan di Claudio Villa e tifava quasi più per lui che per me».
Il più brutto?
«Forse quello della serata del Cantagiro al Vigorelli di Milano, il 4 luglio del 1971. L’organizzatore, che era Radaelli, invitò come ospiti stranieri i Led Zeppelin. C’era migliaia di ragazzi accampati sotto il palco che aspettavano loro. L’idea “meravigliosa” fu quella di far uscire prima i cantanti italiani. C’era anche Dalla. Quando sono entrato, sono stato accolto da un boato di protesta. Mi hanno tirato di tutto e sono scappato. Nessuno di noi riuscì a cantare. Successe il finimondo. Una serata da dire “non si riparte più”».
A proposito di Dalla.
«Era difficile stargli vicino, era imprevedibile, troppo bravo. Trasformava tutto in uno show. Una sera all’Auditorium di Bologna andò via la luce, lui accese una candelina e iniziò a fare i suoi celebri vocalizzi, senza strumenti. La gente impazzì».
Suo figlio Pietro ha detto che canterà con lei a Milano.
«Sarebbe bello. Cantiamo Vita insieme, anche il suo pezzo se ne ha voglia. Però Pietro è un po’ strano, speriamo non cambi idea».
Pensa a Sanremo?
«Sono andato da Stefano De Martino e gli ho detto “guarda che ho una canzone”. Ma scherzavo, ho già dato. Che torno a fare?».
Forse potrebbe tornare a Canzonissima. Negli anni 60 ne ha vinte tre.
«Ora ha cambiato formula, è un’altra Canzonissima, all’epoca era più importante di Sanremo. Nel ‘69 andai a fare l’Eurofestival e arrivai ventesimo. E c’era anche Julio Iglesias che arrivò diciottesimo».