Fulminacci: “Resto un tristone ma con ironia. Altro che stupida sfortuna, mi è andata benissimo”
di Patrizio RuviglioniIl cantautore Fulminacci (Filippo Uttinacci), 28 anni
ROMA – Ero un po’ un damerino, sembravo poco empatico». Poi? «Poi, a ridosso dei trent’anni, complici le delusioni, ho cominciato a preoccuparmi meno del giudizio degli altri». Sorpresa: Fulminacci – cioè Filippo Uttinacci, classe 1997, romano – ha rotto la lastra di ghiaccio che lo separava dal pubblico, si è sporcato le mani. Però, che svolta: Premio della critica “Mia Martini” all’ultimo Sanremo con Stupida sfortuna, disco d’oro per l’album Calcinacci, tour estivo con appendice a novembre in Spagna. S’è sciolto, il suo pop è il protagonista della stagione che non t’aspetti. «Al primo Festival, 2021, non sapevo dove mettere le mani».
Chi era Fulminacci allora?
«Un sociopatico. Il primo album — La vita veramente, che mi aveva portato lì — parlava proprio del farmi continue paranoie. All’Ariston cantai Santa Marinella, ignoravo che sul palco c’è da dare una direzione all’esibizione. Altrimenti passa inosservata».
Oggi chi è?
«Sempre un sociopatico. Ma so scherzarci, mostro il mio lato…
ROMA – Ero un po’ un damerino, sembravo poco empatico». Poi? «Poi, a ridosso dei trent’anni, complici le delusioni, ho cominciato a preoccuparmi meno del giudizio degli altri». Sorpresa: Fulminacci – cioè Filippo Uttinacci, classe 1997, romano – ha rotto la lastra di ghiaccio che lo separava dal pubblico, si è sporcato le mani. Però, che svolta: Premio della critica “Mia Martini” all’ultimo Sanremo con Stupida sfortuna, disco d’oro per l’album Calcinacci, tour estivo con appendice a novembre in Spagna. S’è sciolto, il suo pop è il protagonista della stagione che non t’aspetti. «Al primo Festival, 2021, non sapevo dove mettere le mani».
Chi era Fulminacci allora?
«Un sociopatico. Il primo album — La vita veramente, che mi aveva portato lì — parlava proprio del farmi continue paranoie. All’Ariston cantai Santa Marinella, ignoravo che sul palco c’è da dare una direzione all’esibizione. Altrimenti passa inosservata».
Oggi chi è?
«Sempre un sociopatico. Ma so scherzarci, mostro il mio lato giocoso. Stupida sfortuna è triste, il segreto è aver fatto lo scemo tutto il tempo. Volevo entrare con la colonna sonora di 007, ma non si poteva. Di base sono un tristone, ma ho rotto la lastra di ghiaccio che mi ero costruito davanti».
Cosa le mette tristezza?
«Tutto. Lo scorrere del tempo e la morte in particolare. Sono un malinconico, ma reagisco. Mi salvano le sigarette, il cibo spazzatura e un momento che mi dà pace: casa al mare, la sera alle 7, quando dopo il bagno aspetto il mio turno per farmi la doccia».
E il palco?
«Mi divorava l’ansia, le dita sudate, un disastro. Sto imparando a godermelo, è la conquista di questi anni. Ho capito anche come prepararmi fisicamente. Dopo la terapia, mi piaccio di più. Prima ero quasi trasparente. In tour, pensi, ballo: mi serviva un modo esplicito per far capire alla gente che mi stessi divertendo anch’io, l’ho trovato».
Ha detto: «Ho vinto il Festival».
«Ma sì. Ci ho guadagnato sul piano personale e il riconoscimento della Critica è ciò a cui ambivo. Una musica di qualità — detto che di tanta canzone contemporanea non so niente, quindi non giudico — ha spazio. Lo vedo ai live: la gente vuole cantare canzoni vere e proprie, chitarra e voce».
Fulminacci a Sanremo 2026 con il premio della critica "Mia Martini"
I cantautori come stanno?
«Bene, specie tra i romani: da Paradiso a Giorgio Poi, da Franco126 a TuttiFenomeni, ho sentito bei dischi. L’indie da cui veniamo non è finito. Certo, magari incidiamo meno sulla società di quanto non fosse ai tempi di De Gregori, che per me è un mito».
Che ne pensa delle sue parole su Springsteen?
«Ciascuno è libero di dire e cantare ciò che vuole. Il bello dei cantautori è che non hanno filtri».
Certo è che oggi nessuno di voi, o quasi, canta di politica.
«La verità? Ho paura. In passato ci ho provato, ma amici più esperti mi dicevano che usavo toni o argomenti sbagliati, e mi autocensuravo. Non voglio fare la vittima, nel privato sono più sciolto, meno preoccupato di far male, ma in musica ho il terrore di offendere. E oggi è facile».
L’aspetto del suo tempo che la mette più a disagio?
«Questo, e la tifoseria diffusa. Sui social non si sostiene più un confronto: ci si attacca a vicenda, si cerca chi ci dà ragione, sennò è gogna. Non vedo dibattito, da quasi trentenne sento che mi manca».
E la musica?
«Quella va bene. Sono stupito che in radio, per la prima volta, stia girando un mio pezzo, Maledetto me. Parla del Lungotevere, del quotidiano. Non è un classico pezzo estivo, ma non avrei mai pensato che un brano così privo di compromessi arrivasse a tutti. La sfida è rilanciare più in alto: scrivere pezzi complessi e popolari al tempo stesso, tipo Salirò di Daniele Silvestri, che è il modello».
«Eri pazza di me, poi cos’è successo amore?», canta sempre in “Maledetto me”.
«La fine di una relazione (con l’attrice Lia Grieco, nda), il senso di tutto Calcinacci e della stessa Stupida sfortuna. Una ricostruzione che va ancora avanti. Ho trovato nuovi amici e scritto canzoni come queste, in cui ci ho ironizzato. Mi è servito a esorcizzare una fine dolorosa».
Ora come sta?
«Meglio. Sette anni — ci eravamo messi insieme prima che uscisse il primo album — sono tanti, ho dovuto far pace con il fatto che i rapporti cambiano. A volte la fine di una relazione è un lutto, l’altra persona scompare. Il rapporto ha cambiato forma, non è semplice. Ma è da questi momenti, forse, che ho imparato a non avere paura di dire le cose in faccia. Mi sono liberato».
Suonerà in Spagna.
«Sarà l’Erasmus che non ho mai fatto, visto che ho studiato recitazione e mi sono fermato lì».
La locandina delle date spagnole di Fulminacci
Un sociopatico che studia recitazione?
«Non c’è niente di più sociopatico del monologo di un attore sul palco. Invece il concerto, avrei scoperto poi, è un’altra cosa».
Ha sempre fatto questo?
«Sì, ho cominciato prestissimo e di fatto ho sempre vissuto di Fulminacci. Sono un miracolato, se penso a quanta gente, anche più brava di me, non ha riconoscimenti. Altro che Stupida sfortuna. Mi è andata benissimo».