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Francesco Guccini, il nostro Bob Dylan. Con lui la rivoluzione sembrò a portata di mano

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Il primo album Folk beat n.1 sconvolse i ragazzi degli anni 60. La forza di Auschwitz e La locomotiva, glorioso pezzo da cantastorie
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Ce l’ho ancora, stropicciata ma integra, quella copertina del vinile di Folk beat n.1 che arrivò a sconvolgere noi ragazzi dei 60 cresciuti a colpi di rock e psichedelia beatlesiana. Finalmente c’era un italiano che parlava allo stesso modo, che sembrava cresciuto come noi, anzi era avanti di qualche anno e dentro quel disco c’erano perle preziose di lui che, come vagamente sapevamo, aveva scritto Dio è morto dei Nomadi ed era già per questo un eroe: grazie a lui il beat italiano aveva iniziato a emanciparsi, a essere originale, nostro, e infatti in Folk Beat n.1 oltre a Noi non ci saremo c’era Auschwitz, che in realtà era scritta tra parentesi accanto al vero titolo che era La canzone del bambino nel vento, a tutt’oggi la più bella canzone scritta sull’olocausto.

Cominciò così l’arte di Francesco Guccini nel 1967, il nostro Bob Dylan, c’era l’eredità americana di quegli anni, potente, sconvolgente, che portava euforia e coraggio, ti faceva sembrare la rivoluzione una prospettiva conc…

Ce l’ho ancora, stropicciata ma integra, quella copertina del vinile di Folk beat n.1 che arrivò a sconvolgere noi ragazzi dei 60 cresciuti a colpi di rock e psichedelia beatlesiana. Finalmente c’era un italiano che parlava allo stesso modo, che sembrava cresciuto come noi, anzi era avanti di qualche anno e dentro quel disco c’erano perle preziose di lui che, come vagamente sapevamo, aveva scritto Dio è morto dei Nomadi ed era già per questo un eroe: grazie a lui il beat italiano aveva iniziato a emanciparsi, a essere originale, nostro, e infatti in Folk Beat n.1 oltre a Noi non ci saremo c’era Auschwitz, che in realtà era scritta tra parentesi accanto al vero titolo che era La canzone del bambino nel vento, a tutt’oggi la più bella canzone scritta sull’olocausto.

Cominciò così l’arte di Francesco Guccini nel 1967, il nostro Bob Dylan, c’era l’eredità americana di quegli anni, potente, sconvolgente, che portava euforia e coraggio, ti faceva sembrare la rivoluzione una prospettiva concreta, gioiosa, a portata di mano. E iniziò in perfetto sincrono con Fabrizio De André che anche debuttò nel 1967 col primo disco, diversissimi per stile, ascendenze, Guccini inizialmente americano, De André che prediligeva i francesi eppure, guarda caso, ambedue anarchici. Per il resto agli antipodi, accomunati semmai dal destino di essere stati i due pionieri, i primi maestri, gli ispiratori della svolta della canzone d’autore italiana anni 70 e 80.

Il cantautore e scrittore italiano Roberto Vecchioni suona la chitarra di fianco ai cantautori italiani Lucio Dalla e Francesco Guccini. Italia, anni Settanta 

Ma se De André era chiuso nelle sue stanze borghesi, e di guardare in faccia il pubblico non ne volle sapere fino al 1975, Guccini era il compagno di convivio e non ha mai smesso di esserlo, cresciuto nelle osterie di Bologna dove si discuteva, si giocava a carte, in particolare a un gioco chiamato Tarocchino. E si cantava, a volte insieme a Lucio Dalla, altro abituale frequentatore di osterie, anche se i due tutto sommato non si piacquero mai più di tanto, e la cosa più straordinaria fu che al colmo della sincerità se lo dissero addirittura in televisione: alla fine dei 70, incredibile che possa apparire oggi, Dalla fece un folle programma intitolato Automobili, invitò Guccini e parlarono del fatto che non si piacevano, troppo diversi in tutto.

Guccini aveva il fisico di un montanaro, perlomeno da Appennino, legatissimo alle sue origini pavanesi, credo non si abbia testimonianza di una sua eventuale scesa a mare. Di certo tra i tanti giganti del rinascimento italiano della canzone, nessuno come lui si è distinto per portare avanti l’arte della convivialità. Aperto, disponibile con chiunque, per questo mi capitò di conoscerlo quando venne a cantare per duecento persone al Folkstudio di Roma, dove tornava ciclicamente perché al Folkstudio uno come lui era di casa. Anche quando a vederlo erano a migliaia lui stava lì, sulla sedia, la bottiglia di vino a fianco, e tra una canzone e l’altra raccontava, spiritosissimo. Spesso interrompeva le canzoni a metà, poi ripartiva.

Il musicista, cantautore e scrittore italiano Francesco Guccini gioca a carte seduto all'interno di un'osteria. Italia, 1987 

L’avvelenata, amata, prediletta, geniale in ogni capoverso, la commentava, “voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossia, però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia” cantava, e poi si fermava, per puntualizzare, sviluppare il concetto, sapendo di essere in parte bugiardo e di voler mettere le mani avanti perché nessuno come lui sapeva quanto una canzone possa essere importante, decisiva. Poi ti folgorava con una battuta quando, dopo aver cantato “io canto quando posso e come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi, vendere o no non passa tra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”, si fermava e precisava: “L’immagine è puramente metaforica”.

Noi tutti abbiamo imparato ad amare profondamente l’arte della canzone anche grazie a Guccini, per come sapeva trattarle con la sua austera “r” moscia, con ironia e colta sapienza, utilizzando a volte pochi accordi ma riprendendo da una parte la lezione di Dylan, che aveva spalancato possibilità immense alla “letteratura” della canzone, ma anche utilizzando il lessico del folklore, la ballata, perché questo è La locomotiva, un glorioso pezzo da cantastorie, così come Incontro poteva risuonare di gozzaniani riverberi.

In un giorno così triste viene da pensare all’eredità che il gigante può aver lasciato. È inutile e sciocco cercare eredi diretti, non ce ne sono. La verità è un’altra. Come per molti colossi dell’arte, l’eredità vive dove non si percepisce: i veri maestri ti insegnano a essere te stesso e quindi a essere diversi da loro. Come quando Mauro Pagani nel 2019 ha prodotto due tributi discografici intitolati Note di viaggio. A cantare Guccini ci sono Elisa, Manuel Agnelli, Carmen Consoli e tanti altri. Prova che uno come lui, uomo libero, è entrato nella vita e nelle canzoni di tutti.

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