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Tamango, l’allegra ciurma di ventenni: “Noi a Sanremo? Sì ma per vincere non per partecipare”

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La band di quaranta ragazzi di Torino sta dimostrando che un modo diverso di fare musica è possibile
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ROMA – Tango, amore, mango. Tamango. Una parola che non esiste e che è tutta un programma: è il nome del gruppo musicale di ventenni torinesi composto da 40 persone. Non un’orchestra, non c’è il direttore, niente violini e arpe, ma un mix caotico di musica elettronica, rock, soul, birrette, tatuaggi e vestiti usati. Guai a chiamarli “collettivo”: i Tamango si definiscono “un progetto artistico”, nato da tre amici dopo il liceo. I ragazzi negli anni si sono organizzati e da piccoli concertini sono arrivati a organizzare leRampallonate, tour nei campetti di calcio o rugby di periferia di grandi città come Torino, Milano, Bologna, Roma completamente autogestiti, dall’allestimento alle coreografie, ai biglietti a – rigorosi – 15 euro, alla birra e alle pizze, alle scenografie, al merchandising. Un’isola felice per cinquemila spettatori dove un pratone si trasforma in uno spazio di sperimentazione, divertimento, pogo, teatro e canti. L’esperimento è curioso e promette bene. Perché i tamang…

ROMA – Tango, amore, mango. Tamango. Una parola che non esiste e che è tutta un programma: è il nome del gruppo musicale di ventenni torinesi composto da 40 persone. Non un’orchestra, non c’è il direttore, niente violini e arpe, ma un mix caotico di musica elettronica, rock, soul, birrette, tatuaggi e vestiti usati. Guai a chiamarli “collettivo”: i Tamango si definiscono “un progetto artistico”, nato da tre amici dopo il liceo. I ragazzi negli anni si sono organizzati e da piccoli concertini sono arrivati a organizzare leRampallonate, tour nei campetti di calcio o rugby di periferia di grandi città come Torino, Milano, Bologna, Roma completamente autogestiti, dall’allestimento alle coreografie, ai biglietti a – rigorosi – 15 euro, alla birra e alle pizze, alle scenografie, al merchandising. Un’isola felice per cinquemila spettatori dove un pratone si trasforma in uno spazio di sperimentazione, divertimento, pogo, teatro e canti. L’esperimento è curioso e promette bene. Perché i tamanghi vanno in controtendenza, sono originali, ambiziosi e hanno l’entusiasmo e l’ostinatezza tipica dei vent’anni. Anche nelle interviste sono categorici: rispondono i tre fondatori storici o fanno parlare il portavoce, il manager della “ciurma” Manfredi Maida, fratello del frontman Marcello, che abbiamo incontrato.

Tamango, che significa?

«Ci piaceva come suonava questa parola, Tamango è un suono che è avvolgente. Poi è una parola a Torino è associata a un cocktail segreto, allucinogeno, se lo bevi ti fa fare un bel viaggio».

Catalogarvi non è facile, voi vi definite “una ciurma”.

«Si un tempo eravamo un “collettivo”, ma ormai è un nome affibbiato a ogni cosa, quindi abbiamo smesso di definirci così, meglio dire che siamo un “progetto artistico”. Quaranta giovani, una ciurma, che trova il proprio modo di esprimersi in coerenza con una visione generale».

Guardarvi sul palco, in così tanti, riporta a echi del ‘68, a quei gruppi di ragazzi con un rapporto alternativo con il potere, i soldi, il sesso, le droghe. Ci avete mai pensato?

«Per il sesso libero e le droghe direi che lavoriamo troppo per avere tempo per farlo, però per alcune cose sì, siamo vicini a quell’epoca. Anche se il nostro progetto vive anche di verticalità, e forse è questo l'elemento che ci fa distaccare dal concetto classico di collettivo».

I genitori vi aiutano o siete totalmente emancipati?

«I genitori fanno i genitori, quindi ci aiutano come possono e partecipano a questa iniziativa, ad esempio mia madre segue me e mio fratello Marcello, il frontman, e ci dà una mano sia per i costumi che per la scenografia. È un’artista e si chiama Muriel Tegoli».

In effetti avete delle scenografie molto particolari, come un enorme diario da sfogliare, e delle coreografie un po' sconclusionate: rappresentano il caos di avere vent'anni?

«Sicuramente sì, è ovviamente tutto collegato, in questo momento si sta parlando questa lingua, quella dei Tamango, e questi elementi riflettono il nostro messaggio».

A un certo punto della Rampallonata è partita Bella ciao cantata direttamente dal pubblico, che effetto vi ha fatto?

«È una di quelle cose che rende speciali le nostre Rampallonate rispetto ai concerti tradizionali, cioè che le persone quando vengono ad ascoltarci si sentono parte di questa avventura. E nei momenti in cui partono delle canzoni, degli inni che coinvolgono direttamente il pubblico, tutte le persone diventano protagoniste».

Il vostro è un progetto antisistema, contro le major? C’è un intento politico?

«Fare arte è fare politica, sia per la scelta del prezzo che metti, è la scelta del testo della canzone, cioè ogni cosa che fai e che facciamo nella quotidianità è politica. Il nostro non lo definirei un progetto antisistema: semplicemente cerchiamo un'alternativa a come vengono fatte attualmente le cose, con l'ambizione di dimostrare ad altri, alle persone che vogliono fare arte, che esiste un modo diverso di fare musica e che è possibile. Noi siamo ipercostruttivi».

Cosa c’è oggi che non va?

«Nel nostro spettacolo parliamo delle condizioni dei ragazzi di vent'anni: la precarietà del futuro, un periodo storico in cui si vive con possibilismo la propria esistenza, con una pesantezza generale rispetto alle condizioni che ci sono nel mondo, alle guerre. Viviamo situazioni che ti fanno sentire piccolo e impotente. Forse un'alternativa a come ci si sente esiste e va provata e affrontata, tutti insieme. Perché quando gli individui diventano una collettività, tutto diventa più semplice».

Voi lo state dimostrando con questa specie di “Isola che non c'è” autogestita, riuscite a mantenervi tutti o fate anche altro?

«No, qualcuno di noi sta finendo di studiare, qualcuno sta facendo dei lavori oltre a questo, molti invece fanno solo questo, e ovviamente implica dei sacrifici».

Con quali canzoni siete cresciuti?

«È un mix di tante cose: mio fratello Marcello per esempio ascolta molto cantautorato italiano, Alberto pochissima, Federico per il periodo della sua vita ha ascoltato la trap, nonostante abbia un background di jazz e musica classica. È difficile dirlo».

Una cosa che vi accomuna è la provincia.

«Sì, sai la provincia ti dà grande tempo. La città è efficiente, piena di cose da fare, di stimoli, quindi ti fa fare poche domande perché sei dentro questo loop che ti porta, non sai bene dove ma da qualche parte ti porta. In provincia invece hai il tempo di farti un sacco di domande: o rimani annichilito dalla domanda e quindi ti blocchi, oppure ti attiva tantissimo e ti sprona a fare delle cose per combattere la noia».

La canzone che ha fatto 6 milioni di ascolti su Spotify si intitola Il cielo sopra Berlino come il titolo del film di Wim Wenders.

«Sì, sapevamo di questo film e ci piaceva l’idea di creare delle grandi correlazioni, dei grandi livelli di lettura».

Stefano De Martino è venuto a vedervi a Milano, voi vi definite indipendenti ma se vi chiedesse di partecipare a Sanremo, cosa direste?

«Noi siamo tantissimi, abbiamo un confronto costantemente così come abbiamo avuto con tutte le realtà della musica e con Sanremo potremmo avere un dialogo. Ma serve un'idea per mantenere la nostra coerenza, quindi vedremo. Quando avremo un'idea, magari… perché quando ci vai, ci vai per vincere, non ci vai per partecipare. È lo spirito con cui facciamo tutte le cose».

La ballata Amerò è il gran finale dell'album e anche del vostro concerto. Cosa amate e cosa desiderate per il futuro dei Tamango?

«Amerò vive la storia all’interno dell'album, è un percorso: parti dalla rivoluzione di Matador, parti dalla desolazione, la rivoluzione, poi di nuovo la discussione e poi “Amerò tutte le cose del mondo”, perché questi vent'anni alla fine è saper amare tutte le cose del mondo. Io vorrei l'aria condizionata in studio, per il resto c'è solo da lavorare».

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