Lisette Oropesa: “Sul palco vulnerabile e imperfetta, ma apro il cuore. L’IA non potrà mai farlo”
di Gregorio Moppi“Quando canto non mi occupo di raggiungere quella bellezza artificiale chiamata perfezione. Butto fuori il cuore, le lacrime, e per rendere davvero mie le donne che interpreto sui palcoscenici d’opera - figure certo lontane dal nostro tempo – cerco di riconoscere emozioni e sentimenti che appartengono anche alla mia vita”. Lisette Oropesa è un soprano di straordinaria umanità. Origini cubane, cresciuta in Louisiana, da vent’anni il suo nome è nei cartelloni dei grandi teatri.
Se per i cantanti esistesse una classifica, lei starebbe sulla vetta. Ma Oropesa non si cura troppo di questa supremazia. È una perfezionista solare, appassionata, alla mano, che interagisce schiettamente sui social con fan e giovani colleghi desiderosi di consigli.
Il 14 ottobre porta a Roma un recital di canzoni d’arte spagnole e cubane con cui, insieme al pianista Alessandro Praticò, inaugura la stagione da camera dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia ospitata eccezionalmente dal Teatro dell’Opera. “Perlop…
“Quando canto non mi occupo di raggiungere quella bellezza artificiale chiamata perfezione. Butto fuori il cuore, le lacrime, e per rendere davvero mie le donne che interpreto sui palcoscenici d’opera - figure certo lontane dal nostro tempo – cerco di riconoscere emozioni e sentimenti che appartengono anche alla mia vita”. Lisette Oropesa è un soprano di straordinaria umanità. Origini cubane, cresciuta in Louisiana, da vent’anni il suo nome è nei cartelloni dei grandi teatri.
Se per i cantanti esistesse una classifica, lei starebbe sulla vetta. Ma Oropesa non si cura troppo di questa supremazia. È una perfezionista solare, appassionata, alla mano, che interagisce schiettamente sui social con fan e giovani colleghi desiderosi di consigli.
Il 14 ottobre porta a Roma un recital di canzoni d’arte spagnole e cubane con cui, insieme al pianista Alessandro Praticò, inaugura la stagione da camera dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia ospitata eccezionalmente dal Teatro dell’Opera. “Perlopiù – commenta Lisette – sono di autori sconosciuti da voi, a parte Granados, Falla, Rodrigo. La maggior parte trattano d’amore, e alcune provengono da zarzuelas, le operette ispaniche. Ma un italiano vi si sentirà a casa, perché l’empito della vocalità è simile a quello delle canzoni napoletane su cui poi, a Cuba, si è innestata l’energia afro”.
Lisette, quale amore cantano questi pezzi?
“Il dolore di una passione non corrisposta. Viene fuori che l’amore non dura o per l’infedeltà del partner, che magari ti lascia con un figlio piccolo, o perché la società non lo permette, dato che una ragazza mulatta non può stare con un bianco. Eppure, malgrado le parole tristi, nelle canzoni cubane emerge un’energia positiva, danzante. Lo stesso spirito che ancor oggi sostiene quotidianamente le sofferenze di un popolo stremato dalla dittatura ma che sa celebrare sempre la bellezza della vita”.
Vent’anni fa il suo debutto al Metropolitan di New York. Potesse parlare oggi con la Lisette di allora, che consigli le darebbe?
“Poiché la carriera è lunga e la voce muta nel tempo, le suggerirei di non guardarsi mai indietro, proseguendo con impegno sulla strada tracciata. Ogni tanto si incappa in errori. Pazienza. L’importante è che dopo l’inciampo si riprenda il cammino. Essere artista non significa far tutto bene: dubbi, sbagli, problemi vanno affrontati senza paura”.
Lei non ha paura sul palco?
“Da ragazza tremavo tutta, mi sembrava di avere ginocchia di legno. Adesso continuo a tremare, ma senza darlo a vedere. Ho imparato a utilizzare quella tensione per mostrare al pubblico la vulnerabilità mia e dei personaggi. Così rendo umano il canto. Perché non basta l’impeccabilità per arrivare alla gente”.
Anima contro virtuosismo?
“Il concetto di perfezione non è quantificabile in maniera univoca. Ciascuno ne ha una propria idea. Certe volte ho terminato una recita a mio giudizio favolosa e mi sono trovata recensioni tremende. Mentre qualche giorno fa, al Covent Garden per Alcina di Händel, l’influenza mi aveva messo così a terra che non potevo cantare al cento per cento, eppure alla fine c’è stato chi è venuto a dirmi che l’avevo commosso. Perché nell’arte conta il coraggio di presentarsi a cuore aperto. Ciò che non potrà mai fare l’intelligenza artificiale”.
Le donne del melodramma ottocentesco sono il riflesso di un mondo molto distante da noi. Come renderle credibili oggi?
“Osservandole con i nostri occhi. Per esempio la Gilda del Rigoletto verdiano, figlia di un padre invalido iperprotettivo. Ecco, quando la canto, mi rammento di mio papà con la distrofia, che non camminava bene. L’avere dei limiti fisici lo addolorava: si preoccupava di non poter proteggere noi figli a dovere”.
Lei è una perfezionista, canta in diverse lingue e le conosce tutte bene.
“Forse si può cantare una parte anche senza capirne le parole, io invece devo entrare in intimità con i testi per percepire quelle inesplicabili sfumature di senso che vanno al di là del detto. Perciò, quando una volta a Napoli mi hanno chiesto di cantare una canzone napoletana, ho invitato in pizzeria alcuni amici del posto per averne la pronuncia esatta, e lì anche il cameriere si è unito alla nostra combriccola come coach linguistico. Ma se mi chiedessero di cantare in russo direi, ok, riparliamone tra un anno, quando avrò un po’ di pratica con la lingua”.
Le lunghe distanze non la spaventano.
“Da maratoneta, no, anche se le sei maratone fatte sono solo un ricordo. Ormai è troppo impegnativo l’allenamento, sebbene continui a correre. Comunque non smetto di vigilare sulla salute, perché resto vegana. Ho cominciato a esserlo per ragioni economiche quando abitavo a New York, e le uova, il formaggio, la carne, tutto costava carissimo. Poi è diventata una filosofia: voglio evitare sofferenze agli animali”.
È stata critica con Trump durante il primo mandato. Oggi?
“Provo vergogna e delusione per dove stanno andando gli Stati Uniti. Desidererei vedere un mondo diverso e vorrei agire per cambiarlo. Perciò il lavoro che faccio mi fa sentire inutile. A che serviamo noi artisti? Poi però le persone ci dicono che diamo loro sollievo e qualche attimo di felicità. Allora, penso, forse nel nostro piccolo non siamo proprio superflui”.
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