Dada’: “Nelle mie fiabe le streghe sono migliori delle persone innocue”
di Andrea Silenzi“La fiaba resta, ma non è più un modo per sognare insieme agli altri, ma una resa dei conti, una denuncia, una catarsi per sopravvivere alle ferite”. Dada’, artista napoletana già vista a X Factor 2022, con alle spalle un altro album come Core in fabula del 2025, continua nel suo percorso di musicista non convenzionale.
Nel suo nuovo album Viscera, in uscita oggi, c’è tutta la sua poetica complessa fatta di riferimenti diversissimi, da Peter Gabriel al folk nordico alla musica napoletana più contemporanea, tutto raccontato attraverso la lingua napoletana più popolare. La sua narrazione fiabesca non è rassicurante ma piena di significati antichi e contemporanei al tempo stesso: dolore, rabbia, disillusione, sentimenti da sempre celati e giudicati dalla società, qui diventano forza salvifica e motore psichico dell’autoaffermazione.
L’immagine di copertina, realizzata dall’illustratore El Nigro, la vede vestita da pecora nera, sintesi della sua poetica originale e profonda.
Il suo mondo fiabesco funziona un po’ alla rovescia: non aiuta a far addormentare, semmai suscita pensieri.
"Nel tempo ci siamo persi il senso originale di quei racconti, perché le fiabe hanno sempre fatto sussultare. Le abbiamo pettinate ma non sono immagini con cui addormentarsi. Cerco di recuperarle nella loro funzione originale”.
Nelle sue canzoni ci sono elementi della tradizione, tanta elettronica e anche pezzi di napoletanità contemporanea. Si sente Peter Gabriel ma anche La Niña, con tutte le differenze. La sua è un’ambizione o una necessità?
“È una casualità. Non vengo dalla musica popolare, piuttosto dal folk del Nord Europa. Non ho mai ascoltato la musica popolare napoletana. Posso dire che mi è sempre piaciuta la musica, mio padre ascoltava Eric Clapton, Sergio Bruni, Carosone. Mi sono appassionata alla classica, ai Dream Theater, a Björk. Ho desiderato tanto questa sintesi, mi sentivo estranea da tante cerchie di persone, anche quelle napoletane, ma ho cercato la libertà di esprimere la mia vocalità che ho dovuto conoscere nel tempo per accompagnare la penna, che aveva anche elementi fumettistici. Napoli è presente nella lingua, col suono che mi ha accompagnato fin da bambina con mia nonna che mi parlava napoletano. Mi sono portata dietro quella lingua arcaica".
In effetti ha scritto gran parte dell’album in napoletano.
“Vengo dal centro di Napoli. La radice è una grande bellezza, ma io amo stare a mezz’aria. Napoli ha una identità molto forte, io non voglio essere lei e lei non vuole essere me. Non vorrei avere né mamma né Pulcinella come testimoni, vorrei mantenere il mio modo di pensare, parlarne ma non rappresentarla”.
Durante il periodo a X Factor ha sofferto di attacchi di panico. Quel talent le ha fatto più bene o più male?
“Pensi che non volevo nemmeno entrarci, mi sentivo derealizzata. Poi ho preso contatto con la realtà, che ho capito essere meno spaventosa di quanto temessi. Rivedendomi in tv mi sono voluta un gran bene. Mi si è sciolto il panico, mi vivevo come una persona incapace di regolare l’affanno. Ho fatto un grande lavoro di analisi, ma quel periodo era l’apice della confusione. Alla fine mi ha fatto bene, mi ha aperto una finestra da artista indipendente, anche se non ero ancora in pieno la Dada’ di adesso ma ho potuto esporre la mia proposta. Anche se non amo la competizione”.
A proposito di psicologia, lei evoca un mondo che sembra appartenere a quello delle streghe. Come dice lei stessa, “la narrazione si incattivisce quanto basta per essere visti e per difendersi”. Chi sono oggi le streghe?
“Io non lo sono, Viscera lo testimonia, anzi nella canzone Mela Wela mi si suggerisce di fare la faccia cattiva, cosa che sto imparando a fare. Per me strega ha un’accezione totalmente positiva: per educazione io sono stata privata della rabbia, mi auguro che queste canzoni siano un invito per tutte le persone che sentono di doversi affermare nel mondo. Quelli che vengono giudicati cattivi per me non lo sono: io con le streghe passerei più tempo che con le pecore bianche della società”.
Quanto è difficile per un’artista vivere e lavorare fuori dal mainstream?
“Col mio manager scherziamo sul fatto che mi cibo più di gioia che di denaro. Ma ho bisogno di distanziarmi dall’industria musicale, non mi piace la velocità, la fotografia segnaletica che viene sparata dai social dove alla fine siamo tutti condannati. Ma sono abbastanza contenta, al di là delle difficoltà. Quando apro il mio profilo mi riconosco, è uno specchio. Non so espormi per quella che non sono. Mi compete solo la mia libertà”.
Essere pecora nera è più un orgoglio o un peso?
"La libertà esiste quando c’è anche quella dell’altro, sono libera quando vedo che nel mio modo di essere anche gli altri si sentono liberi. Ma quante lacrime servono… bisogna saper sopportare la tristezza”.