Pino Donaggio: “Le mie note spaventarono George Lucas. Io cantante per caso”
di Arianna FinosROMA – Pino Donaggio, 85 anni tra venti giorni, 67 di carriera musicale e 53 di cinema, si è messo al servizio dell’esordiente Andrea Corsini per Ferine, psico horror sulla metamorfosi di una collezionista d’arte che, sconvolta da una tragedia, riscopre una natura animale e predatoria. Le musiche del film, in sala il 5 con Adler, sono state premiate al Fantasia Film Festival di Montréal.
Come l’ha convinta Corsini?
«Mi ha mandato il corto omonimo a casa. L’ho trovato interessante, mi è sembrato potesse essere un nuovo Dario Argento, per come ha girato, per la personalità che si respira. Non uno splatter, ma un film con una parte dentro. Amo lavorare con i giovani, in America e qui».
I suoi inizi al cinema?
«Tornavo da una serata, allora cantavo ancora, sul vaporetto in Canal Grande. M’imbattei in Ugo Mariotti, produttore associato di A Venezia… un dicembre rosso shocking, che si mise in testa di farmi fare le musiche. M…
ROMA – Pino Donaggio, 85 anni tra venti giorni, 67 di carriera musicale e 53 di cinema, si è messo al servizio dell’esordiente Andrea Corsini per Ferine, psico horror sulla metamorfosi di una collezionista d’arte che, sconvolta da una tragedia, riscopre una natura animale e predatoria. Le musiche del film, in sala il 5 con Adler, sono state premiate al Fantasia Film Festival di Montréal.
Come l’ha convinta Corsini?
«Mi ha mandato il corto omonimo a casa. L’ho trovato interessante, mi è sembrato potesse essere un nuovo Dario Argento, per come ha girato, per la personalità che si respira. Non uno splatter, ma un film con una parte dentro. Amo lavorare con i giovani, in America e qui».
I suoi inizi al cinema?
«Tornavo da una serata, allora cantavo ancora, sul vaporetto in Canal Grande. M’imbattei in Ugo Mariotti, produttore associato di A Venezia… un dicembre rosso shocking, che si mise in testa di farmi fare le musiche. Mi raccontò poi che l’immagine di me, da solo sul Canal Grande, gli era sembrata mandata dall’aldilà. Incisi i provini dentro il conservatorio, il materiale piacque. Vinsi un premio a Londra e pensai: potrebbe essere la nuova carriera, da fare fino alla vecchiaia».
Tre anni dopo, Brian De Palma.
«Cercava un musicista per Carrie, perché Bernard Herrmann era morto dopo Taxi Driver. Un suo amico aveva comprato il mio disco a Londra e glielo fece ascoltare. Trovò delle affinità con Herrmann nell’uso degli archi. Mi chiamò in America».
Come lavoravate?
«Arrivavo a film finito, decidevamo le atmosfere, i punti in cui arrivavano gli omicidi. Poi tornavo a Venezia e scrivevo nel mio studio. Lui sentiva la musica solo in sala d’incisione, con l’orchestra. C’era fiducia, ma la sera prima della registrazione di Carrie non dormii».
E?
«Al momento musicale della sequenza che arriva fino al sangue che cade su Carrie, iniziò ad applaudire e con lui il produttore e i tecnici. Disse che aveva visto quella scena tante volte, ma con la mia musica gli sembrava la prima».
Spaventò anche George Lucas.
«Brian lo aveva invitato a vedere il film. Nel finale, invece di guardare lo schermo, guardavo lui. L’ho visto saltare sulla sedia. Quando si sono accese le luci si è girato verso Brian e gli ha fatto un sorrisetto, come per dire: me l’hai fatta. Ho pensato: se salta lui, salta tutto il pubblico».
Tra le esperienze italiane, quale ricorda con più piacere?
«Non ci resta che piangere, conTroisi e Benigni, la più divertente. Per la musica non mi avevano dato neppure indicazioni e alla fine erano felici. In Italia tanti non mi prendono molto sul serio come compositore, perché sono il cantante di Io che non vivo. Qui resto sempre il cantante, anche se ho fatto circa 250 lavori tra film e fiction. Con Benigni si parlava di un seguito, poi purtroppo è mancato Troisi e sono rimasti là, nel ‘400».
Si è divertito con Tinto Brass?
«Tinto è veneziano, ci dicevamo: facciamo un film insieme. Con Così fan tutte mi divertiva usare batteria e chitarra oltre agli archi. Poi, per Tra(sgre)dire, mi chiese un brano reggae, senza dirmi per che scena. Quando vidi il film mi misi le mani nei capelli: era una sequenza molto porno. Gli dissi: “Non te ne faccio più, perché tu vai sempre più avanti”. E ho smesso. Il film successivo lo fece Morricone».
E Dario Argento?
«Mi chiamò per Due occhi diabolici, che aveva un episodio suo e uno di Romero, che non ho conosciuto e di cui ho solo seguito le indicazioni. Ogni tanto i registi scompaiono, ti dicono: arrangiati. Qualcuno fa così, senza fare nomi».
La differenza con De Palma?
«Brian segue una linea per tutta la colonna sonora. Dario può saltare da un genere all’altro, usare cose molto diverse e molto forti. Va a colori astratti. Come un quadro in cui vengono fuori il rosso forte, il nero, il grigio».
Con De Palma farete il nono film?
«Sweet Vengeance. Mi ha chiesto: “Sei pronto per febbraio?”. Con lui bisogna prima vedere il film finito, che è sempre molto di più di quello che leggi nel soggetto».
Mai nervosismi?
«Una volta, al missaggio di Botte di Natale con Terence Hill, dopo 40 minuti per decidere se il verso di un gallo deve uscire a sinistra o a destra dello stereo, arriva il mio pezzo e dicono: “La musica non ci sta”. M’arrabbio: “40 minuti a decidere dove mettere il gallo e la musica la eliminate così?”. Torno a Venezia. Terence chiama: “Pino, ora c’è la musica, via i rumori”».
La sua è una famiglia di musicisti.
«Suonavano tutti: padre, nonno, zii. Papà non aveva potuto studiare, così voleva che lo facessi io. Scelsi il violino, come lui. Al conservatorio di Milano, ero appena all’ottavo anno, suonavo già con Claudio Abbado nei Solisti di Milano, dove gli altri erano tutti diplomati»..
Come arrivarono le canzoni?
«Durante i viaggi tra Venezia e Milano mi venivano in testa delle melodie. Andai da Curci, perché sapevo che c’era Modugno. Feci due pezzi e mi proposero un contratto. Papà capì, ma il mio insegnante la prese male: non mi volle più nella classe di violino».
E Mina?
«Se avesse cantato lei Come sinfonia, non avrei mai fatto il cantante. Ma aveva già due canzoni, Io amo tu ami e Le mille bolle blu, e non poteva fare anche la mia. Insistette: “Fate cantare l’autore”. Così mi ritrovai a Sanremo».
La paura più grande?
«A un certo punto non ricordavo più le parole. Poi tornarono. Scesi dal palco, c’erano mio padre e mia madre. Ero un ragazzino di diciannove anni. Mamma mi disse: “Sei stato bravo”. Mi è rimasto per sempre. Mi commuovo anche oggi».
Elvis incise “Io che non vivo”.
«Ero solo a casa. Suona il telefono, e me lo dice la mia casa discografica. Agli inizi lo imitavo, cantavo rock. Non sapevo l’inglese, facevo girare i suoi dischi lentamente per copiare le parole. Fu una grande emozione. Poi l’hanno cantata in tantissimi, 460 cover, ma la mia preferita resta quella di Elvis».
Le canzoni le sono mancate?
«No, ero già stanco. Non sono nato per fare il cantante, sognavo di diventare concertista e girare il mondo con il violino. È l’unico rimpianto».
Sua moglie che diceva della sua fama?
«Una volta mi accompagnò in sala d’incisione, c’erano ragazze che mi strappavano la maglietta, non venne più. Siamo sposati da 60 anni. A Venezia non siamo in mezzo al gossip. Abbiamo la nostra vita, i figli, i nipoti. Io scrivo la mattina. Se non per il cinema, scrivo concerti, ne ho composto uno per archi e uno per chitarra e archi, eseguiti alla Fenice. Devo scrivere, vivo per la musica».
Se potesse tornare in una giornata della sua vita?
«Quella in cui mi sono sposato, ero giovane, spensierato, di successo».