Dublino– No surrender, nessuna resa. Il messaggio che segna il ritorno discografico e quello live degli U2 è, una volta di più, quello dell’ostinata speranza. Il nuovo album, il primo da Songs of experience del 2017, si intitola Carnaval de luz, in uscita il 13 novembre con anteprime in tutto il mondo il giorno precedente. Dodici nuove canzoni (almeno nella versione standard dell’album) prodotte da Jacknife Lee, con la sola eccezione di Silencio, dove c’è la produzione aggiuntiva di Ryan Tedder degli OneRepublic. Sparsi nelle tracce ci sono, in veste di musicisti, Brian Eno, Martin Garrix e Daniel Lanois.
Il tour mondiale si intitola U2: The greatest show on earth, prenderà il via il 23 febbraio a Città del Messico e toccherà l’Italia a luglio. Due le date confermate, entrambe a Milano, il 5 e il 6, ma lo stadio San Siro dovrebbe ospitare altri due show, l’8 e il 9: la conferma dovrebbe arrivare a breve. La band, che festeggia i suoi 50 anni di attività, ha scaldato l’attesa dell’album con uno show per pochi intimi a Londra e una serie di interviste che hanno rivelato qualche dettaglio in più. Tra i vari argomenti toccati quello della ripresa di Larry Mullen, a lungo alle prese con guai fisici che gli hanno impedito di partecipare alla residenza tenuta dalla band allo Sphere di Las Vegas, e che sembra poter partecipare agli show solo per un tempo limitato. E quello che riguarda il futuro: Bono ha parlato di un “goodbye”, che qualcuno ha inteso come un addio, ma The Edge ha dichiarato che la band possiede così tanto materiale da poter andare avanti per anni. Chissà che Bono non abbia voluto deliberatamente alzare il livello dell’attesa...C’è anche un brano in cui viene citata Rosalía, «perché è una di quelle artiste che vogliono aggirare lo specchio e vedere cosa c’è dall’altra parte, come Patti Smith».
foto: Michael Cowhey da "Becoming U2'
Abbiamo incontrato la band a Dublino, nel club McGonagle’s, a due passi da Grafton Street, il cuore di Dublino. Un club dai colori gotici, con un confessionale all’ingresso e una scala che conduce alla sala concerti: è lì che gli U2 mossero i primi passi quando erano ancora una school band. All’incontro partecipano tutti e quattro, affabili e cordiali: per loro l’Italia è ancora un posto del cuore. In quel momento non si sapeva ancora del crollo di Trump, ma il suo nome viene comunque evocato.
Che effetto vi fa tornare in questa sala?
«Beh, parliamo del 1976. Questo era il quartier generale di tutte le idee nuove e radicali nate in quel periodo. Si veniva qui per la musica, la moda, le fanzine. Per noi è stato il posto dove abbiamo sentito il miglior punk del Regno Unito e, a volte, quello americano. E col tempo abbiamo cominciato a suonarci regolarmente anche noi. Però il punk rock era incentrato sulla distruzione, mentre noi eravamo molto più interessati a ciò che sarebbe venuto dopo, alla ricostruzione, la rinascita. Ci sembra che il mondo stia tornando a quella fase. Stiamo vedendo tante cose che davamo per scontate che iniziano a sgretolarsi. E questo può demoralizzare molto, c’è il rischio di cadere in una profonda depressione. E noi non ci vogliamo arrendere alla malinconia».
Perché avete scelto proprio carnevale come tema del disco?
«Lo stato d’animo che domina gran parte del mondo in questo momento rifiuta l’idea del carnevale. Noi non vogliamo lasciarci prendere dallo sconforto. Non sapevamo, ad esempio, che in Spagna, ai tempi di Franco, il Carnevale fosse vietato. Era una presa di posizione politica. E sembra che di questi tempi stiamo tornando un po’ lì. Quindi parte del nostro interesse per il Carnevale è quella gioia che diventa una sfida. Non cedere allo sconforto è potere: è dire no all’umore del momento. Perché se è tutto cupo e serio la gente tende a perdere energia».
Avete fatto riferimento al punk: quanto di quello spirito avete conservato?
«Quando abbiamo iniziato a lavorare a questo disco siamo tornati ad ascoltare molti dei dischi che ci hanno influenzato come quelli di Patti Smith, dei Television. Ci siamo resi conto che il loro successo si basava sul fatto che non c’erano sovraincisioni. E allora abbiamo deciso di seguire quella lezione. Per quanto riguarda il resto, ci presentiamo ancora al lavoro per vedere se c’è qualcosa che possiamo dare, musicalmente e anche culturalmente e politicamente. L’obiettivo è resistere al mainstream».
Nel disco c’è un brano registrato con Dolly Parton, “Torn”.
«In un’epoca in cui il mondo non riesce a mettersi d’accordo su nulla, sembra che l’unica cosa su cui il mondo va d’accordo sia Dolly Parton. Mette insieme gay, etero, sinistra, destra, tutto. Volevamo fare un pezzo stile irlandese, le abbiamo fatto ascoltare un paio di idee e lei ci ha detto: “Beh, sono un po’ troppo irlandesi per me, io vengo dai monti Appalachi”. Alla fine la canzone ce l’ha proposta lei, Torn. Sapevamo che era malata ma si è alzata dal letto per cantare questa canzone».
Nelle note scritte da Bono c’è una citazione di C.S.Lewis:”Se ignori il diavolo, si allontanerà”. Quanto è difficile ignorarlo in tempi come questi?
«Ai fascisti non piace che si rida di loro . Amano il linguaggio della violenza. C’è un motivo per cui Hitler si sbarazzò dei surrealisti, dei dadaisti. Ed è lo stesso motivo per cui la persona il cui nome non va pronunciato si sbarazza dei comici e vuole chiudere le televisioni. È un problema serio. E se qui dobbiamo dire la parola “Donald”, facciamo che si tratti di Paperino. Ciò che speriamo è attrarre le persone verso qualcosa di più divertente rispetto alla follia dei nostri tempi».
©RIPRODUZIONE RISERVATA