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Sofia Viscardi, da YouTube a RaiPlay: "Cerco di capire il mondo che ci circonda insieme ai ragazzi"

Sofia Viscardi, da YouTube a RaiPlay: "Cerco di capire il mondo che ci circonda insieme ai ragazzi"

Nel programma 'Dicono di noi' la giovane conduttrice affronta le tematiche legate al mondo giovanile: "C'è bisogno di far comunicare generazioni diverse"

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Raccontarsi oggi è una missione. Nonostante i social, i video, i TikTok, i messaggi vocali infiniti. Nonostante questa voglia di apparire asfissiante e - spesso - senza senso. Raccontarsi oggi richiede sacrifici e compromessi: innanzitutto con se stessi e poi con gli altri. Dicono di noi, programma-contenitore disponibile su RaiPlay, funziona come uno spazio pubblico: è un luogo in cui discutere e confrontarsi, e in cui mettere un punto. Nel corso delle puntate vengono affrontati diversi temi. Ma l'argomento principale, alla fine, è sempre lo stesso: i giovani. Chi sono, che fanno, come vengono descritti dai giornali, dalla pubblica opinione, e che cosa pensano. Si sentono ascoltati, capiti? Sono a loro agio? Vengono fraintesi? Sofia Viscardi, che con Davide Calgaro conduce Dicono di noi, prova a rispondere a queste domande da anni.

È partita come YouTuber. All'inizio parlava di sé stessa, della sua quotidianità, di quello che le piaceva e che faceva. Ha scritto libri, partecipato a innumerevoli progetti, ed è diventata un simbolo per un certo pubblico. Mentre lei cresceva, crescevano i suoi spettatori. E così ha deciso di trasformare il suo canale in qualcos'altro: una specie di raccoglitore digitale in cui mettere discussioni e interviste.

"Più che spiegare agli altri chi siamo", dice, "a me piacerebbe camminare insieme a loro, mano nella mano, per guardare le cose dalla stessa prospettiva e scoprirle insieme". È quello che cerca di fare Venti su YouTube: "Non ci siamo mai messi su un piedistallo".

Mai?
"No, mai. Abbiamo sempre provato a dialogare e a costruire con la nostra community una mappa".

Di cosa?
"Di quello che siamo, soprattutto. Dicono di noi nasce da qui, con questo stesso obiettivo. Quindi sì, c'è bisogno a volte di mettere i sottotitoli. E c'è bisogno, tra generazioni, di comunicare".

Non c'è nessuna divisione?
"Le emozioni umane sono universali. Appartengono a tutti. Ricordo quando mia nonna ha letto il romanzo che avevo scritto a 18 anni".

Che cosa le ha detto?
"Tu sei uguale a me; quello che provi è esattamente quello che ho provato io alla tua età, e lo conosco. Lo riconosco. Cambiano i mezzi, quelli sì. Ma in questo caso viene influenzata la forma, non il contenuto. Il punto per me, però, non è mettere i sottotitoli".

E qual è?
"Io voglio cercare di capire qualcosa del mondo che ci circonda, e voglio farlo, come dicevo, con gli altri. In Dicono di noi abbiamo provato a seguire questa strada".

Che cosa si dice di voi che è sbagliato?
"Secondo me, è sbagliato il principio. Non ha senso dire qualcosa di noi; ha senso, invece, dire qualcosa con noi. Andando nello specifico, ci sono molte cose che vengono dette su di noi. Ogni puntata del programma si apre con un articolo, con un tema, e il nostro scopo è quello di rispondere".

Questa continua voglia di dare un'etichetta alle generazioni, Generazione Z, Alpha, eccetera, non è un ulteriore motivo di diffidenza?
"In un certo senso, mi sembra una questione filosofica. Non glielo so dire. Se le generazioni hanno dei nomi, ce l'hanno per questioni di marketing probabilmente. (ride, ndr) Non lo so".

Fino a pochi anni fa, però, questa esigenza non c'era.
"Ma forse perché, prima di tutto, è nata come un'esigenza del mercato. E dopo un po' questa esigenza si è allargata, è stata data per scontata. Il confine che dai mettendo un'etichetta può escludere, certo, ma può anche avvicinare e includere. Le generazioni sono cresciute con riferimenti culturali differenti, e questi nomi finiscono per inquadrare quei riferimenti".

A un certo punto si smette di essere giovani e si entra nell'età adulta?
"Parla anche di me?"

Sì, certo. Lei ha smesso di sentirsi giovane?
"Per tutta la mia vita, sul lavoro, sono sempre stata la più piccola. Sul set di Dicono di noi, invece, ero la più grande. Ho appena compiuto venticinque anni, e lo so, sembra assurdo, ma li sento tutti".

La verità qual è?
"Che prima o poi tutti diventano grandi. In questo momento, però, non è così netto il passaggio tra chi è adulto e chi non lo è".

In che senso?
"C'è come una confusione. Ai nostri ospiti chiediamo spesso che cos'è che rende adulta una persona. Ricordarsi di comprare il sale grosso quando finisce? Oppure essere emotivamente risolti? Prendersi le proprie responsabilità, pagare le tasse? Non è chiaro".

No?
"No, perché saremo adulti diversi rispetto ai nostri genitori. Perché è diverso il mondo in cui viviamo. Da bambina, quando guardavo gli adulti, pensavo di risolvere tutti i miei problemi crescendo. E invece non è così. Invece, più cresci e più i tuoi problemi si trasformano e assumono una forma diversa. E più capisci che non ti conoscerai mai fino in fondo".

Nel suo caso cos'è, allora, che la fa sentire adulta?
"I piccoli gesti quotidiani. Quelli pratici. Ricordarmi di caricare la lavatrice, per esempio. O fare la spesa. Prendermi cura dello spazio intorno a me e di me".

Prima, da giovani, si è più istintivi. Crescendo, invece, si cercano compromessi.
"Sì, e alla fine si cambia idea cento volte. Si lasciano alcune routine, se ne trovano altre. Emotivamente continuo a sentirmi irrisolta. Quando ero più piccola, i miei genitori mi sembravano delle persone definite, complete. Quando mia madre mi ha avuta, aveva 25 anni. L'età che io ho oggi".

Ed è una cosa su cui riflette?
"Spesso. E fino a pochi anni fa, pensavo di dover fare come lei. Di dover avere dei figli a quest'età. Perché è stato bello crescere con genitori giovani. Ovviamente, poi, non basta pensarci, a certe cose. Deve essere anche la vita a portarti in determinate direzioni. Non è questo, per me, il momento di diventare madre. E probabilmente, guardi, non lo sarà mai. Non lo so. Però continuo a pensarci".

Ora che è la più grande nel suo gruppo di lavoro, che cosa pensa dei più giovani?
"Che sono fichissimi, dico sul serio. Sono vitali, sempre pronti a proporre idee. Sono meravigliosi. Ma a parte l'esperienza di Dicono di noi, ho una sorella più piccola di me. Ha 17 anni. Passo molto tempo con lei e i suoi amici, e mi sembrano molto svegli. Sereni. Mi piacciono molto".

Non le capita mai di fare paragoni con quello che ha fatto lei?
"Sì, certo. Ma vedendo mia sorella che vive le sue prime esperienze amorose, capisco che io, rispetto a lei, ho affrontato quegli stessi momenti molto male. Perché non sapevo cosa aspettarmi, e non avevo nessuno strumento per capire e orientarmi. Mia sorella e le sue amiche, invece, sono molto adulte - ecco, in questo caso è evidente".

I genitori sono amici? Possono esserlo?
"Non posso che dirle di sì, perché i miei genitori sono stati, e sono ancora, miei amici. E tutto sommato è andata bene. Abbiamo una bella famiglia e un bel rapporto. È anche vero, però, che certe volte non serve un amico, ma - appunto - un genitore. Mi capita di pensarci".

A cosa?
"Al fatto che, forse, sono stati troppo amici. Ma non credo che ci siano genitori perfetti. Non penso si possa davvero giudicare questa cosa. Se dovessi scegliere, sceglierei comunque una famiglia come la mia".

Dopo Youtube, RaiPlay. Sta pensando di spostarsi e di lasciare Internet?
"No, assolutamente no. Anzi. Non è mai stato il mio obiettivo finale quello di arrivare in televisione. È stato divertente lavorare su RaiPlay e adattarci al suo linguaggio. Stiamo parlando di un contenitore. Tutto quello che noi abbiamo provato a fare è stato riempirlo nel modo migliore, al massimo delle nostre capacità".

Dieci puntate bastano per raccontare i più giovani?
"Per niente. Servono anche una seconda, una terza, una quarta, una quinta stagione... No, in realtà non lo so: sto scherzando. Ma speriamo di poter andare avanti".

Che tipo di esperienza è stata?
"Abbiamo registrato le puntate senza fermarci, come se fossimo stati in diretta".

A un certo punto si diventa troppo grandi per Internet?
"Non glielo so dire, perché la mia generazione è la prima ad affrontare davvero questo problema - se di problema vogliamo parlare. Vediamo come va".

Lei si è data una, diciamo così, "data di scadenza"?
"Ma perché? No. Sto cercando di costruire Venti rendendola indipendente rispetto alla mia presenza. Però non mi sono data nessun limite, nessun ultimatum. Si cambia continuamente facendo questo lavoro".

Prima citava il suo primo romanzo, "Succede". Scrive ancora? Magari per i suoi programmi e per i suoi format.
"No, lì no. Sono contenta di lavorare con degli autori. Ci sentiamo, ci allineiamo, ma non sono io che scrivo. Dopo tanti anni passati su Youtube con un canale su di me, parlando sempre e solo di me, mi sono venuta un po' a noia. Non è quello che voglio fare adesso".

E che cos'è che vuole fare adesso?
"Confrontarmi con le persone. Venti è un progetto corale al 100%, che mette insieme tante teste. Non c'è solo la mia".

Lei come si definisce?
"Mi definisco in modo diversi, dipende dal contesto. Ho anche una società, che è quella di Venti, quindi volendo sono anche amministratrice delegata... Content creator, forse, è il modo migliore per definirmi".

E influencer?
"Non credo. Mi sembra che rimandi a un altro tipo di approccio nei confronti dei social".

E che approccio è?
"Io ho creato un progetto che crea contenuti che vivono al di fuori da me, della mia dimensione, che hanno un obiettivo e un senso specifici, con un target di riferimento. Un influencer veicola unicamente sé stesso come contenuto. O comunque è da solo nel suo lavoro. Quello che dico su Internet è sempre frutto di un lavoro collettivo".

In questa gerarchia che si è creata, con riferimenti costanti agli influencer e a quello che dicono, c'è stato un impoverimento del dibattito pubblico?
"Secondo me, le varie piattaforme non sono progettate per avere delle conversazioni veramente costruttive. Comunicando solo online c'è un effettivo impoverimento. Servirebbe avere spazi pubblici, in cui vedersi e incontrarsi".

In politica c'è qualcuno che può dare voce a questa mancanza?
"Sa che questo non glielo so dire?"

Non segue la politica?
"In realtà, non voglio espormi su questo tema".

Perché?
"Perché non credo di poter aggiungere qualcosa di nuovo alla discussione".

Lei vota?
"Certo".

Ai giovani viene lasciato poco spazio per parlare di sé stessi?
"Succede in generale. Il senso di Dicono di noi è quello di provare a riguadagnare uno spazio. È difficile trovare casa, oggi. È difficile potersi vedere dal vivo. Milano, dove abito, è veramente costosa ed esclusiva. Ed è molto complicato essere giovane e vivere la città. Gli stipendi, quel poco che si guadagna, non bastano per pagare un affitto. Insomma, non consiglierei a un giovane che non sa dove andare di venire in Italia".