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Terry Gilliam: "Sono stravagante come Berlioz"

Da stasera al 3 aprile il regista mette in scena all'Opera di Roma "Benvenuto Cellini" con la direzione di Roberto Abbado: "Adoro la follia e l'estremismo della sua musica. Mi reputo colpevole dei medesimi peccati!"

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ROMA. È UN creatore debordante, eclettico, iperbolico, psichedelico. Stiamo parlando di Terry Gilliam, autore di cult-movie quali Brazil e L'esercito delle dodici scimmie? O del compositore ottocentesco Hector Berlioz, esponente del romanticismo francese e portabandiera di prodigiose fantasmagorie sonore?
La raffica iniziale di aggettivi s'addice a entrambi, e questa radicale affinità è un buon punto di partenza per l'incursione nella lirica del cineasta Gilliam, regista del Benvenuto Cellini di Berlioz in scena da stasera all'Opera di Roma con la direzione di Roberto Abbado.
 
Già montato all'English National Opera di Londra, che l'ha coprodotto con Amsterdam, l'allestimento lancia in palcoscenico, tra barocchismi circensi e giochi parodistici, le imprese del genio-bandito Cellini, scultore che in una Roma rinascimentale soggetta a un Papa esotico e galattico come un'astrusa divinità cinese, deve plasmare l'immensa testa di Perseo. L'impresa scorre tra bagliori di fornaci scarlatte, proiezioni siderali, fonderie di stampo allucinato, faccioni divoranti tipo mostri di Bomarzo.
 
Mister Gilliam, come mai si è avventurato nel teatro musicale?
"Tempo fa l'English National Opera mi propose La Damnation de Faust di Berlioz, e l'invito giunse in un mio momento di depressione. Ho pensato che valesse la pena provare. E poi volevo applicarmi a qualcosa di cui non sapevo nulla".
 
In seguito ha affrontato "Benvenuto Cellini", altra opera di Berlioz. Perché sempre lui?
"Adoro la stravaganza, la follia e l'estremismo della sua musica. C'è chi lo considera eccessivo e troppo innamorato dei rischi, ma io mi reputo colpevole dei medesimi peccati!".
 
Cosa l'affascina di "Benvenuto Cellini"?
"Il personaggio, campione di nefandezze e brutalità. Avevo amato la sua autobiografia, tanto da sognare di farne un film. Cellini mi piace perché è una canaglia, un seduttore, un bevitore, un bugiardo e un egoista avido e accentratore. Però è anche un artista autentico. E l'arte salva da ogni vizio".
 
Il suo spettacolo usa un mix di epoche diverse.
"Per il contesto visivo ho usato le incisioni delle Carceri di Piranesi, così oniriche e al tempo stesso strutturate. Un'iconografia che simboleggia uno Stato potente e rigidamente conservatore. Ma i costumi sono del diciannovesimo secolo".
 
Fulcro della sua regia è un esplosivo Carnevale, scandito da peripezie acrobatiche e show effettistici.
"Alla società conservatrice il Carnevale permette d'essere pazza, caotica e sessuale. Le classi sociali si pareggiano o persino s'invertono nei piani d'importanza. Motivi che rendono eccitante la festa".
 
Da anni tenta di girare un "Don Chisciotte". A che punto è?
"Aiuto! Non me lo chieda! Don Chisciotte è un rovello. Ero pronto nel 2015, ma all'ultimo il produttore mi ha annunciato di non avere abbastanza soldi. Il Quixote è una malattia da cui dovrei essere curato, un tumore nel cervello che va rimosso".
 
Tra i film che ha diretto, quale le sta più a cuore?
"Sono tutti miei figli, ma Brazil sarà probabilmente quello inciso sulla mia tomba".