Spettacoli

Quando Brecht incontra i Doors alla Scala

Foto di Brescia e Amisano
Foto di Brescia e Amisano 
Riccardo Chailly ha diretto a Milano il dittico Die sieben Todsünden e Mahagonny-Songspiel, due titoli mai andati in scena nel teatro milanese
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Anche l'irruzione sommessa, "anche dal punto di vista armonico - aveva spiegato Riccardo Chailly - la modulazione è ortodossa e il passaggio suona naturale", di Alabama Song della versione Doors/Jim Morrison a ritmare l'appendice conclusiva dello spettacolo è un inoffensivo tocco di colore. Un richiamo sonoro alla realtà e "un segno di speranza affidato alla musica". Ma innocuo, a suo modo "borghese". A chi fa paura, oggi, la lingua dei Doors? Così alla rappresentazione difetta l'abrasione perfida e sulfurea che Brecht avrebbe preteso. Non è abbastanza spietato ma c'è tutto nel dittico con Die sieben Todsünden, "I sette peccati capitali", e Mahagonny-Songspiel realizzato alla Scala (e visibile su RaiCultura/Raiplay; e il 27 marzo su Rai5): ingegno, qualità nella confezione di scena e televisiva, mordente musicale e due protagoniste eccellenti per voce e presenza.

Sul piano progettuale, l'emergenza che ha segnato e intralciato a ripetizione la fattura dello spettacolo dedicato alla storica squadra Brecht/Weill - i due titoli non erano mai andati in scena alla Scala - ha creato un clima di rabbiosa reattività propositiva. L'incontro di intelligenze drammatiche da cui è scaturito, nell'esecuzione si avverte. Bella l'idea, del direttore, di accostare i due testi/partiture che hanno in comune più che l'acido distillato da versi e musiche, l'idea del viaggio che non porta da nessuna parte. A ciò ha dato concretezza visiva lo spettacolo di Irina Brook che avviene tutto nel medesimo spazio-non luogo, una bettola-ring sospesa e 'galleggiante' sull'inquietante marea di bottiglie di plastica. I personaggi vestono in modo moderno ma è difficile collocarli socialmente, anche se le due ragazze - l'intensa e complice Lauren Michelle (Anna II e Jessie) e la strabordante Kate Linsdey (Anna I e Betsy), carismatica nei gesti e nella fisicità femminile borderline, toccante nel canto intrigante e spigoloso - esprimono anche nei costumi da coatte la separatezza dal mondo che vorrebbero "conquistare" ma che si nega metodicamente dopo averle stordite con illusioni di umanità e felicità. Ben scelto il quartetto di voci di contorno (Elliott Carlton Hines, Andrew Harris, Matthäus Schmidlechner e Michael Smallwood) e oliato l'inserimento dei quadri filmici in bianco e nero.

Kate Lindsey e Lauren Michelle. Foto Brescia e Amisano
Kate Lindsey e Lauren Michelle. Foto Brescia e Amisano 

Di riconoscibile sostanza registica il ritmo quasi coreografico, molto realistico e a tratti diligentemente didascalico, indotto alla recitazione di tutti dalla Brook. Con un orecchio sempre a tempo con la musica tenuta in pugno con scioltezza maliziosa, e senza paura della modernità carsica e aliena di Weill. Al di là dell'apprezzamento per la concertazione pungente e la teatralità dell'interpretazione, Chailly rende istruttivo l'ascolto ravvicinato delle due scritture strumentali: marcando la diversità dei tocchi di alta chimica ritmica, orchestrale e timbrica con cui Weill asseconda la vocazione "concertistica" dei Sette peccati capitali e la vocazione "operistica" dei sei numeri del Mahagonny-Songspiel - laboratorio drammatico e compositivo della più nota Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, "Ascesa e caduta della città di Mahagonny". L'angoscia cavata dall'ultimo numero-marcia funebre o lo scatto danzante dell'episodio della "Lussuria" dei Peccati come l'imbronciato melodismo del Songspiel, e l'alternanza calibrata e ben rifilata tra marcette lubriche ma in odore straussiano, e lirismi in cui colori e libidinosi swing si rubano vicendevolmente la scena è difficile ascoltarli rifiniti e caratterizzati meglio di quanto abbian fatto gli strumenti scaligeri istigati dal direttore con slancio e passione.