Isabelle Huppert: "Il mio 'giardino dei ciliegi', riflesso delle integrazioni dei giorni nostri"
di Rodolfo di Giammarco , di Rodolfo di GiammarcoIsabelle Huppert arriva al Teatro Grande di Pompei, da venerdì 23 a domenica 25, protagonista de Il giardino dei ciliegi (La Cerisaie) di Cechov, con regia del portoghese Tiago Rodrigues, che programmerà dal luglio 2023 il Festival di Avignone. Nel calendario avignonese questo spettacolo ha debuttato il 5 luglio nella Corte d'onore del Palazzo dei Papi, inaugurando il festival. L'attrice, attesa sabato 24 alle 12,30 al Mercadante di Napoli per conversare in pubblico col direttore del teatro Roberto Andò e col regista Rodrigues, è anche reduce da un seguitissimo master da lei condotto al Festival di Cannes. Ha costituito la sua quarta presenza teatrale nella storica manifestazione francese, l'attuale primo impegno in un testo di Cechov (anche per il regista Rodrigues è stato un approccio iniziale all'autore russo).
Un'artista del calibro di Huppert è di casa sia col teatro sia col cinema ma questo attuale impegno scenico ha…
Isabelle Huppert arriva al Teatro Grande di Pompei, da venerdì 23 a domenica 25, protagonista de Il giardino dei ciliegi (La Cerisaie) di Cechov, con regia del portoghese Tiago Rodrigues, che programmerà dal luglio 2023 il Festival di Avignone. Nel calendario avignonese questo spettacolo ha debuttato il 5 luglio nella Corte d'onore del Palazzo dei Papi, inaugurando il festival. L'attrice, attesa sabato 24 alle 12,30 al Mercadante di Napoli per conversare in pubblico col direttore del teatro Roberto Andò e col regista Rodrigues, è anche reduce da un seguitissimo master da lei condotto al Festival di Cannes. Ha costituito la sua quarta presenza teatrale nella storica manifestazione francese, l'attuale primo impegno in un testo di Cechov (anche per il regista Rodrigues è stato un approccio iniziale all'autore russo).
Un'artista del calibro di Huppert è di casa sia col teatro sia col cinema ma questo attuale impegno scenico ha sollevato molte sorprese al battesimo di Avignone, con ampi riconoscimenti al suo ben noto carisma, e con dibattiti suggeriti dall'allestimento molto contemporaneo del regista. L'attrice sarà appunto al Pompei Theatrum Mundi gestito dal Teatro di Napoli, in un'edizione del Giardino dei ciliegi firmata da Rodrigues, un uomo di 44 anni come quarantaquattrenne era Cechov autore di questo ultimo suo testo. Di lei clamorosa interprete nei panni della proprietaria Ljubov la critica francese, dopo il debutto, ha detto: "fremente" e "tenera", "superficiale" e "devastata", "fragile" e "forte", "capricciosa" e "disillusa", "divertente" e "drammatica".
Lei come si autoritrae, nei panni d'un personaggio ai confini tra un mondo che passa le consegne a un altro mondo?
"Mi sento benissimo, è un'opera geniale, mi dà grande libertà di plasmare questa figura, di provare a portare Ljubov fuori da una certa convenzionalità. Tutti gli aggettivi usati nelle recensioni testimoniano che questa donna mostra diverse aspetti, vari contrasti, continui sbalzi di gioia e tristezza. È importante ricordarsi che lei in passato subì la morte d'una sua bambina, che la storia della casa è simbolo d'una infanzia, poi d'un trauma, ed è il posto della sua tragedia, d'un conflitto di vita e di morte".
Come si creerà il contatto con Isabelle Huppert senza scenografie cechoviane, in una specie di minimalista ponte d'un transatlantico diretto verso il futuro, in un impianto che Rodrigues ha previsto con alti lampioni da cui pendono lampadari, con file di sedie sparse che sono letteralmente le precedenti sedie della Corte d'onore di Avignone?
"Questa disposizione ambientale mi ha trasmesso il grande senso di una drammaturgia di ieri radicata nell'oggi. Nel Palazzo dei Papi avignonese, all'aperto, non si poteva concepire una struttura classica con accessori tradizionali. Io trovo che sia stato un colpo di genio adottare le vecchie sedie della Corte d'Onore, materiali di un vecchio mondo naturalistico che acquistano un significato astratto, e a un tale colpo d'occhio s'adeguano anche le fantasie dei suoni, quasi i giochi di fantasmi che ballano. E penso che nel Teatro di Pompei lo spazio ridotto aumenterà gli effetti di una trama costruita con tecniche e attrezzi surreali".
"È un fattore che rispecchia in pieno l'universo in cui viviamo. Rodrigues mi dice, sorridendo, che io non sono russa come Ljuba, ed è giusto accettare altrettanto le diversità che man mano spontaneamente ci accompagnano. È un riflesso delle integrazioni dei nostri giorni".
Mi permetta di ritrarla nel più ampio arco della sua lunga professione (lei è attrice da quando aveva 15 anni). Lei ha detto di non identificarsi mai esclusivamente con i personaggi che interpreta, ma di connettersi sempre soprattutto con se stessa: è così?
"Per me il lavoro d'attrice è far venire il personaggio a me, da me, e non il contrario. È questo che mi piace, abitare me stessa il più possibile, con la maggiore verità che mi posso permettere. Il personaggio è un concetto immaginario, intellettuale. Credo sia più interessante trasmettere la vita, non l'idea inventata della vita".
Aver detto tre volte sì, a teatro, a Bob Wilson, nel 1993 per Orlando, nel 2006 per Quartett di Muller, e nel 2019 per Mary said what she said, è la prova di una sua inclinazione alla metamorfosi, all'indifferenza di genere, all'ambiguità?
"Qui conta soprattutto il fatto che Wilson è un talento immenso, strepitoso. Lui ha cambiato la visione del teatro con lo slow motion, la luce, la virtualità scolpita, e io avverto d'appartenere totalmente, a mani giunte, a questa dimensione di grande formalità, entro cui agisco benissimo, senza considerarmi un avatar. C'è sempre uno spazio profondo e istintivo per me".
Qual è stato il segreto che le ha permesso, lei anche Medea, lei anche portavoce di de Sade, di centrare perfettamente nel 2002 la figura di Sarah Kane nel suo testo-testamento 4,48 Psychosis, con un corpo immobile, senza età, quasi da ermafrodita?
"Era la visione della regia, di Claude Regy. Ancora una volta, direi, si trattava di un linguaggio basato su un alfabeto formale fatto di restrizioni, di pochi o assenti movimenti, pur con tutta l'artificialità del teatro che è dal vivo, creando l'illusione di primi piani come in un film, adoperando le luci sul viso come Wilson, e consegnando tutto al volto".
Nel suo fitto percorso cinematografico, è vero che confessa d'aver amato il ruolo scandaloso e perverso de La pianista di Michael Haneke? Se dovesse citare altri registi di cinema al cui lavoro ha più aderito, parlerebbe di Chabrol, Ozon, Godard, Ferreri, Chéreau, o di altri?
"Non ho mutato idea, su La pianista, ma sono acute anche le sensazioni lasciatemi da un film come Elle di Paul Verhoeven. Per me contano grandi ruoli controversi, complessi, con estreme e opposte sfumature. A volte questi personaggi non vengono visti come identità empatiche, gentili, ma alla fine la gente si commuove perché segue la loro follia. Io scommetto tutto su donne che vogliono controllare la propria vita, e i propri sentimenti. Chéreau era grande, e Ferreri è stato grandissimo. Ho fatto film decisivi con vari registi italiani".
Lei si ritiene più cerebrale o passionale?
"Non so, io penso che in me c'è sempre una riflessività, che però non sconfina nel cerebrale. Intendiamoci, sono anche un'appassionata a mio modo. Comunque né nero né bianco, né caldo né freddo: ecco come sono".
Sono diversi i film cui ha partecipato, ancora attesi in visione: L'ombra di Caravaggio di Michele Placido, Joan verra di Laurent Larivière, Mrs Harris goes to Paris di Anthony Fabian, Les promesses di Thomas Kruithof.
"Sì. Posso dire che Les promesses sarà a Venezia per l'apertura della sezione Orizzonti. L'ombra di Caravaggio non l'ho visto ancora ma sono già sicura che il film di Placido sarà stupendo, per le immagini, le scenografie, i costumi, e la sua regia: l'ha reso moderno come una rockstar".
Che effetto le fa risultare seconda (la prima donna) nella classifica del New York Times dei 25 migliori attori del XXI secolo (dopo Denzel Washington)?
"Un buon effetto, lo confesso. Ne sono tanto contenta, orgogliosa: suppongo sia un riconoscimento delle mie scelte di meravigliosi registi di cinema con cui ho lavorato. Negli Stati Uniti ho portato anche, a teatro, La madre di Florian Zeller, testo che segue a Il padre".
Ultima domanda: come ha giudicato il nuovo ritorno del pubblico al ruolo di pubblico, ad Avignone?
"Ho ascoltato una grande felicità, percepita anche a Cannes nella masterclass che ho condotto lì. Ad Avignone gli applausi erano per lo spettacolo ma anche per il fatto che si tornava al teatro. Peccato aver replicato solo 11 volte. Ma c'era anche pioggia e vento. Non vedo l'ora di mettere piede nel caldo del Teatro Grande di Pompei, da voi".