Le proteste, annunciate e rumorose, non sono mancate al Teatro Regio di Parma per il Festival Verdi. L'impegno dei complessi del Comunale di Bologna nella Forza del destino inaugurale ha eccitato il campanilismo locale che si è espresso con fragorose disapprovazioni, tra urla, fischi e fischietti a ogni apertura di sipario, e finale lancio di volantini. Non meno violenta la reazione, soprattutto loggionistica, per la truculenta ambientazione in un mattatoio della seconda parte di Simon Boccanegra: dozzine di quarti di bue appesi in alto, e sanguinolenti tavoli d'acciaio a terra. Facendo leva sulla componente 'politica' del dramma genovese, lo spettacolo a firma di Valentina Carrasco e Martina Segna racconta l'opera come la cronaca di giornate di lavoro e di proteste operaie nei capannoni del porto in cui scorre sangue vero (e metaforico).
Ma applausi e gradimento complessivo sono la cifra dei primi quattro giorni di Festival Verdi che nelle nuove produzioni ha proposto due titoli per ragioni diverse molto impegnativi. Oltre a una lettura della Messa da Requiem che la direzione di Michele Mariotti con l'orchestra Nazionale Rai, il coro di Martino Faggiani, e il quartetto vocale - segnatamente il soprano Marina Rebeka - hanno reso di straordinaria sostanza interpretativa.
Impegnativa per la rapsodica struttura drammaturgica e narrativa, oltre che per la lunga locandina vocale, è Forza del destino in cui esito, al netto delle chiassose contestazioni rimaste per fortuna senza strascichi sulla musica, deve molto al lavoro musicale di Roberto Abbado. Fin dalle prime battute della celeberrima sinfonia, il direttore ha fatto capire che avrebbe puntato sulla scrittura orchestrale e sulle sofisticate soluzioni di armonie e colori più che sulla guascona e romanzesca architettura del libretto che alterna luoghi e umori con shakesperiana molteplicità. I dettagli strumentali e le nervature teatrali della partitura di Verdi raramente hanno ricevuto così attenta delucidazione e resa. Elegante ma anche sobria, sensibile alle minime variazioni interne più che alle grandi arcate epiche e sentimentali che l'opera allinea con varietà impressionante, l'esecuzione di Abbado ha bilanciato l'inesistente e bolso spettacolo di Yannis Kokkos (da salvare soltanto la prampoliniana scenografia del secondo atto) cavando il meglio da un'orchestra e un coro di buona volontà ma che non hanno dato ragione piena a chi li ha voluti nella serata inaugurale. Lunga e importante la compagnia di canto. Da ricordare soprattutto le voci maschili: dal Melitone esemplare per accento e carattere grottesco ma senza smancerie buffonesche di Roberto De Candia, al don Carlo possente, seppure ancora rifinibile di Amartuvshin Enkhbat che duetta e duella vigorosamente col 68enne Gregory Kunde, ammirevole al di là dei compromessi tenorili oggi necessari a sostenere una voce per altri versi ancora affidabile. Buon Padre Guardiano è Marko Mimica, vivace Preziosilla (fin troppo gitaneggiante nel costume e con le anche) Annalisa Stroppa. Meno padrona della parte Liudmyla Monastyrska che dovendo bilanciare la fatica del canto vi sacrifica espressione e incisività.
Al contrario, in Simon Boccanegra, la vera protagonista è stata il soprano Roberta Mantegna, un'Amelia fresca e sicura, vero punto di riferimento anche nei pezzi d'assieme. Ed ha trovato un valido partner nel tenore Piero Pretti. Peccato che Boccanegra, anche nella prima stesura, parziale ma non indecisa anzi rivelatrice (Venezia 1857; mai messa in scena a Parma), sia opera in cui sono le voci gravi a comandare. Ma il corretto Vladimir Stoyanov non ha la perentorietà di parola e autorevolezza timbrica d'un tempo; e Riccardo Zanellato e Devid Cecconi sono in tono minore. Forse anche per l'impostazione 'donizettiana' del direttore Riccardo Frizza che ha accentuato il clima plumbeo dell'opera e la drammaturgia musicale non del tutto efficace (soprattutto a confronto della seconda versione del 1881) seppure prodiga di spunti originali e soluzioni musicali verdianamente firmate. Coerente fin dagli inserti filmici proiettati durante la sinfonia, lo spettacolo della Carrasco ha giocato sul conflitto tra potenti, congiurati e popolo, diviso e manipolabile, di un'opera in cui l'amore è (quasi) sempre deluso e rinviato, usando immagini estreme. Il pubblico ha accettato senza fiatare l'Amelia-Heidi del primo atto e il finale da pubblicità dolciaria, e s'è scandalizzato per la sfilata da macelleria del resto. Ma le ragioni erano chiare in entrambi i casi, e la mano della regista ha sempre padroneggiato personaggi e masse con determinazione e incalzante conformità espressiva.