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Riccardo Muti ritrova Mozart: "Don Giovanni insegna che anche il Male è luce"

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Dal 18 novembre al Regio di Torino, con l’Orchestra e il Coro del teatro, in coproduzione con il Massimo di Palermo. La regia è di Chiara Muti
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È una trama vertiginosa per emozioni, contrasti, misteri, il Don Giovanni di Mozart, anche con il suo tema politicamente scorrettissimo, di un uomo che abusa delle donne. E c’è la musica immensa che «ha la potenza dei sentimenti mai risolti dell’animo umano», dice Riccardo Muti che ne parla a casa, a Ravenna, seduto al pianoforte, dove sta ristudiando la partitura. L’ottantaduenne Maestro, direttore musicale della Chicago Symphony Orchestra, torna infatti a dirigere il capolavoro di Mozart in quella che si preannuncia una sua nuova, incredibile pagina musicale e un evento della stagione lirica, al Regio di Torino dal 18 novembre, con l’Orchestra e il Coro del teatro, in coproduzione con il Massimo di Palermo dove sarà il prossimo autunno. La regia è di Chiara Muti e protagonisti sono Luca Micheletti, Don Giovanni, scoperto al Ravenna Festival proprio da Muti e sua moglie Cristina Mazzavillani anni fa, come anche Eleonora …

È una trama vertiginosa per emozioni, contrasti, misteri, il Don Giovanni di Mozart, anche con il suo tema politicamente scorrettissimo, di un uomo che abusa delle donne. E c’è la musica immensa che «ha la potenza dei sentimenti mai risolti dell’animo umano», dice Riccardo Muti che ne parla a casa, a Ravenna, seduto al pianoforte, dove sta ristudiando la partitura. L’ottantaduenne Maestro, direttore musicale della Chicago Symphony Orchestra, torna infatti a dirigere il capolavoro di Mozart in quella che si preannuncia una sua nuova, incredibile pagina musicale e un evento della stagione lirica, al Regio di Torino dal 18 novembre, con l’Orchestra e il Coro del teatro, in coproduzione con il Massimo di Palermo dove sarà il prossimo autunno. La regia è di Chiara Muti e protagonisti sono Luca Micheletti, Don Giovanni, scoperto al Ravenna Festival proprio da Muti e sua moglie Cristina Mazzavillani anni fa, come anche Eleonora Buratto che è Donna Anna, e poi Alessandro Luogo, Riccardo Zanellato, Giovanni Sala, Mariangela Sicilia, Francesca Di Sauro, Leon Košavic.

Maestro, quanti Don Giovanni ha diretto tra i sette Mozart della sua splendida carriera?
«Finora tre, più l’incisione discografica con i Wiener del ‘95. Il primo fu nel 1987 alla Scala, con la bellissima regia notturna di Giorgio Strehler. Poi nel ’90 a Salisburgo e nel ‘99 al Theater an der Wien, con la regia di De Simone, interessante perché dimostrava che Don Giovanni è una figura immortale. Ora sono felice di dirigerlo a Torino dove ho lavorato bene con l’orchestra un anno fa per il Così fan tutte».

La regia sarà ancora di sua figlia Chiara. Ci sarà chi dice che fate tutto in famiglia?
«La stima per mia figlia è il riconoscimento non del padre, ma del musicista alla regista. Chiara ha studiato musica, recitazione, sa il libretto a memoria; bambina, ha visto Ronconi e Strehler al lavoro. Non è un favore che faccio a lei, né credo di essere l’unico a lavorare con un parente. Poi, a Napoli dicono, e mia mamma lo ripeteva spesso, se qualcuno vuole “sfruculià ‘a mazzarella ‘e san Giuseppe”, cioè insistere, lo faccia».

Uno dei bozzetti per il 'Don Giovanni' 

Però è vero che a lei i registi piacciono poco.
«Non perché sono un tradizionalista. Con Ronconi ho fatto nove produzioni nei suoi anni più sperimentali. Ho lavorato con Stein, Herzog,Carsen, Vick, Strehler... Ben vengano le regie ma devono vivificare il canto e la musica, non inventarsi storie. Di mio prediligo le regie che sottraggono le opere in forma di concerto, come ho fatto con Il ballo in maschera a Chicago, fiero tra l’altro di non aver censurato il testo in nome della correttezza, come spesso succede: i giovani devono conoscere la storia anche se è brutta e il politicamente corretto non mi piace».

Lo dice anche il neoministro della Cultura Sangiuliano.
«Gli auguro buon lavoro. Ha un ministero importante e un compito gravoso vista la situazione. Gli rivolgo l’appello: si prenda cura dei problemi di un Paese come il nostro, stimato per il suo passato culturale ma oggi indietro e non perché manchino i talenti: ci sono intere regioni senza teatri, né sale da concerto».

Il Maestro Riccardo Muti durante le prove del 'Don Giovanni' 

Torniamo al “Don Giovanni”. Come sarà?
«Sono molto soddisfatto. L’opera è intrisa di ambiguità fin dalla sua definizione di “dramma giocoso”, coesistenza cioè di tragico e comico. Chiara ha tenuto in evidenza l’elemento giocoso, rendendo il dramma più tragico. Non siamo di fronte alla storia di uno sciupafemmine, ma all’esplorazione dell’animo umano nelle sue pieghe più oscure, incarnata nel tessuto orchestrale. L’ouverture, per esempio, inizia con un segno drammatico, è in re minore, la tonalità più funebre. Poi segue l’allegro che però è una corsa disperata dell’orchestra, come se entrasse nell’animo di Don Giovanni, ma anche nel nostro. E così è anche nel finale».

Cioè?
«Don Giovanni, il cattivo, è morto, dovrebbero essere tutti contenti mentre cantano “questo è il fin di chi fa mal”. Invece, poco prima delle ultime battute tra i violini c’è un gioco di contrappunto e armonia che incrina quella serenità, la sospende e i personaggi ci appaiono disorientati. Interessante è che una simile sospensione la si ritrovi nella Messa da Requiem di Verdi».

Lei la dirigerà il 15 dicembre all’Alighieri di Ravenna con la Cherubini, a conclusione della sua Accademia per giovani direttori.
«Sì. E anche Verdi, nell’invocazione finale del Libera me mette un accordo che suona come un punto interrogativo, un dubbio. Lasciandoci un’ombra di angoscia. Così Mozart: è come se dicesse Don Giovanni è il Male, il Male è una luce sinistra. Ma è una luce».

Un gioco: umanamente le sarebbe piaciuto stare nei panni di Don Giovanni?
«No, non credo, anche perché, sempre giocando, a un certo punto Don Giovanni dice: “i miei piacevoli progressi vanno mal tutti quanti”. Cioè non combina niente».