Tenere le luci basse, e preparare a puntino la passerella dei protagonisti (tanti) e il ritmo dei ringraziamenti, fa parte del lavoro. Ben fatto, alla Scala, per Li zite 'ngalera di Leonardo Vinci, per la prima volta sul palcoscenico milanese, a tre secoli dalla prima al Teatro dei Fiorentini di Napoli. Tant'è che, alla faccia di chi non ci avrebbe scommesso, soprattutto per l'ostacolo della lingua e di uno stile strumentale e di canto 'antichi', ignoti ai più, gli applausi finali sono continuati per molto. Sarebbe ingeneroso distinguere tra il gradimento per la musica, per lo spettacolo o per la bravura dell'azzeccatissima compagnia di cantattori. Di certo, la seconda escursione della gestione-Meyer nel territorio minato quanto raro del primo melodramma italiano (qui siamo nel 1722: Li zite 'ngalera sono l'incunabolo del genere comico a venire) ha funzionato.
Nonostante le dimensioni fisiche e l'acustica della Scala non aiutino voci e strumentali nati per teatri minuscoli, dove l'occhio e l'orecchio degli spettatori non avevano bisogno di correre molto per apprezzare i (lunghi ma cruscanti) dialoghi in recitativo e l'interpretazione scenica individuale. Grazie al sussidio della traduzione italiana, l'intricatissima vicenda della prima "commedia per musica", con la girandola di scambi, equivoci, travestimenti e doppisensi caratteriali (donne in abito da uomini, donne con voci da tenori, uomini con voci sopranili), non ha patito il filtro della "lingua" partenopea. Anche se, alla fine, pochi ascoltatori avrebbero superato l'esame di attribuzione dei nomi dei protagonisti, il senso della preziosa riproposta esecutiva non lasciava dubbi.
La "novità" del linguaggio di Vinci? Accompagnamenti scattanti o comunque spogli ma armonicamente espressivi e un scompaginato campionario di arie e ariette nelle fogge più libere immaginabili. Pioneristico realismo musicale. La "vita" del vicolo di Vietri dove si svolge l'azione delle Zite 'ngalera, come in un campiello goldoniano è mimata da gesti sonori plastici e spiritosi. E la lingua napoletana fa scoppiettare i dialoghi. La partitura e il libretto (nella cura di Paologiovanni Maione della Fondazione Pietà dè Turchini di Napoli, cui si deve la prima resurrezione dell'opera) hanno indicato la strada giusta. La direzione di Andrea Marcon, sul podio di un complesso strumentale di formazione mista, ha cesellato i pezzi musicali, marcandone diversità e il carattere con estrosa pianificazione del ritmo e delle dinamiche. Tirando con autorità divertita le fila di una concertazione in cui alle voci era affidato il compito di acquarellare un tessuto orchestrale lasciato in bianco-e-nero. E scatenando tra i protagonisti, in pratica tutti lo erano (Francesca Aspromonte, Chiara Amarù, Francesca Pia Vitale, Raffaele Pe, Alberto Allegrezza, Filippo Mineccia, Marco Filippo Romano, Antonino Siragusa, Filippo Morace, Matías Moncada e Fan Zhou), una sorta di gara senza vincitori a chi sfruttava meglio i suggerimenti d'autore.
Il progetto registico di Leo Muscato deriva da uno studio approfondito del testo: sua è anche la versione in italiano, a partire dal titolo I fidanzati sulla nave. Ha trovato nella scenografa Federica Parolini e nella costumista Silvia Aymonino le migliori traduttrici immaginabili. Le scenografie, su carrelli scorrevoli in orizzontale, creavano con decine di cambi di scena a vista la mappa di una locanda scomponibile eppure avviluppante come i variegati numeri musicali. A quest'angolo di Napoli colto e stilizzato, caratterialmente autosufficiente, la regia ha associato una napoletanità fin troppo popolaresca e gergale nei gesti. Quasi che Muscato, in palcoscenico, avesse avuto timore che la bellezza strana e aristocratica dell'eccentrica "commedeja pe' mmuseca" da sola non bastasse.