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L'Aida kolossal e ipertecnologica conquista il pubblico dell'Arena di Verona

(ansa)
Oltre un milione e 800mila telespettatori per la diretta Rai dedicata all'evento che ha aperto la stagione del centenario
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Per rispettare alla lettera la miglior tradizione areniana, la prima è stata un po' bagnata. Ma l'Aida del centenario (cento stagioni, ché il festival ne ha dieci di più) non ha avuto altri inciampi. E ha incassato un successo pieno. Al netto dei riti della serata di gala e della diretta a cura di RaiCultura che, a detta di chi era davanti allo schermo (1 milione e 800mila, e oltre 13% di share), era ancor più spettacolare e coinvolgente che dal vivo. E l'entusiasmo generale ha assimilato la debolezza di una parte della compagnia di canto (il baritono Roman Burdenko e il mezzosoprano Olesya Petrova) che non ha affatto persuaso.

A dieci anni dall'Aida stranita e mecc…

Per rispettare alla lettera la miglior tradizione areniana, la prima è stata un po' bagnata. Ma l'Aida del centenario (cento stagioni, ché il festival ne ha dieci di più) non ha avuto altri inciampi. E ha incassato un successo pieno. Al netto dei riti della serata di gala e della diretta a cura di RaiCultura che, a detta di chi era davanti allo schermo (1 milione e 800mila, e oltre 13% di share), era ancor più spettacolare e coinvolgente che dal vivo. E l'entusiasmo generale ha assimilato la debolezza di una parte della compagnia di canto (il baritono Roman Burdenko e il mezzosoprano Olesya Petrova) che non ha affatto persuaso.

A dieci anni dall'Aida stranita e meccanica della Fura dels Baus (centenario dell'inaugurazione e bicentenario verdiano), ecco l'Aida ipertecnologica di Stefano Poda. Piramidi disegnate dai laser sopra il catino areniano oppure evocate come cupole trasparenti. Costumi che prendono le tinte e gli arabeschi dei metalli preziosi antichi ma sono cuciti in materiali moderni, come nell'argenteo abbagliante della scena del Trionfo. Palcoscenico specchiante in policarbonato che si squarcia vomitando dalle profondità larvali prigionieri etiopi. Un occhio-sfera sorvola cupo dall'alto, una gigantesca mano-robot centrale s'impenna lentamente nella scena del Tempio (e si guadagna un applauso a scena aperta) incombendo minacciosa, con movimenti delle falangi, sulle azioni dei personaggi. Dietro, le gradinate vuote sono animate di giochi luminosi e stilizzate sfilate. I pochi richiami archeoegizi diretti (le teste cornute e a becco nere delle sacerdotesse) diventano allusioni ossessive nei movimenti collettivi. Ora rallentati ora tempestosi, algidi ma dettagliati nelle posizioni dei figuranti: in nero con guanti e calzature ocra scuro, oppure in bianco.

A sottolineare che quella di Aida è comunque una storia di due popoli in guerra, inconciliabili tra loro come il potere politico e quello dei sacerdoti. I gruppi impugnano lance luminose, torce fiammeggianti, picche su cui sono impiantante mani aperte o a pugno chiuso, prolungando l'effetto degli steccati di pali sormontati da altre mani che delimitano il semicerchio della scena centrale. Coreografo, oltre che regista, scenografo e costumista, Poda crea un monumentale rito di luci e umanità brulicante - ha senso anche il ridisegno militaresco e quasi infantile dei balletti - che inghiotte a volte anche i protagonisti. Quadri vibranti più che drammaturgia, forse. Eppure, nei grandi momenti individuali e intimisti, arie e duetti, le posizioni e i gesti si concentrano sul cuore della musica, creando emozioni e condivisione affettiva sotto traccia, tessendo un dialogo sentimentale forte tra canto e sensibilità degli spettatori. Felici di godersi un racconto che, al di là delle ermetiche dichiarazioni redatte dal regista, è fatto di colpi di scena, di sofisticati soprassalti coreografici, di impennate di visionarietà luminotecnica. Così i quadri non sempre facilmente decifrabili agiscono sull'immaginazione perché creati con artigianato e maestria di palcoscenico. Tant'è che entrano spontaneamente in sintonia con la spazialità teatrale antico-moderna clamorosa e unica dell'Arena.

(ansa)
Musicalmente, è un'Aida degna della ricorrenza solenne. La mano esperta e duttile del direttore Marco Armillato, abile nel tener insieme la gran macchina scenico-vocale e a respirare con cantanti indocili alla precisione ritmica, realizza una lettura efficiente ma di insolita trasparenza, vivace nei colori e nei caratteri. Ma questa è soprattutto l'Aida di Anna Netrebko, avvincente nell'immedesimazione drammatica, splendida nel canto anche quando la regia la mette a terra e a testa in giù, presenza scenico-musicale a tutto tondo che si irradia su tutti. I suoi filati e le smorzature espressive sfidano le distanze areniane. La sua capacità di far rifulgere la linea vocale al di là dell'accento non sempre nitido diventa una sorta di modello di riferimento per il Radames di Yusif Eyvazov, amante in locandina e marito nella vita, che dopo un avvio impersonale s'è progressivamente rassicurato, interpretando oltre che cantando: approdando al trasognato epicedio conclusivo con notevole intelligenza e bellezza tenorile. Buona l'esecuzione di Simon Lim, da manuale verdiano quella di Michele Pertusi. E nelle pagine corali si sente subito che da quest'anno c'è la mano e l'esperienza di Roberto Gabbiani, grande acquisto per le masse areniane.