Glauco Mauri, uno dei più appassionati, uno dei più amati, uno dei più umani e umanisti, uno dei più nobili, uno dei più longevi grandi attori italiani della scena coi suoi 94 anni che avrebbe compiuto martedì 1 ottobre, coprotagonista della più duratura (42 anni) compagnia teatrale italiana condivisa con Roberto Sturno fino alla scomparsa di Sturno dell’anno scorso, Glauco Mauri da ieri sera non c’è più.
Questo maestoso uomo di cultura del palcoscenico, onorato anche dal cinema e dalla tv, questo artista con un repertorio di oltre settanta spettacoli, quasi venti titoli televisivi e una mezza dozzina di film d’autore, questo sorridente, pudico, generoso e devoto uomo che ha lasciato segni indelebili e profondi nella storia italiana del teatro dagli anni…
Glauco Mauri, uno dei più appassionati, uno dei più amati, uno dei più umani e umanisti, uno dei più nobili, uno dei più longevi grandi attori italiani della scena coi suoi 94 anni che avrebbe compiuto martedì 1 ottobre, coprotagonista della più duratura (42 anni) compagnia teatrale italiana condivisa con Roberto Sturno fino alla scomparsa di Sturno dell’anno scorso, Glauco Mauri da ieri sera non c’è più.
Questo maestoso uomo di cultura del palcoscenico, onorato anche dal cinema e dalla tv, questo artista con un repertorio di oltre settanta spettacoli, quasi venti titoli televisivi e una mezza dozzina di film d’autore, questo sorridente, pudico, generoso e devoto uomo che ha lasciato segni indelebili e profondi nella storia italiana del teatro dagli anni Cinquanta in poi, era giusto reduce dall’essersi autobiografato nel prezioso volume Le lacrime della Duse - Ritratto di un artista da vecchio (Falsopiano 2023), e aveva messo in programma di dedicarsi ora al De Profundis di Oscar Wilde, con l’evidente disegno di farne anche un memoir e un tributo ricordando in Roberto Sturno la figura d’un partner scenico così a lungo a lui vicino nel lavoro: ma dopo impegni solo in prima persona della stagione scorsa, a un anno quasi esatto da quell’assenza è riuscito, sì, il 20 settembre a debuttare nella propria città natale, Pesaro, col monologo wildiano da lui stesso un po’ riscritto, senonché ha poi dovuto rinunciare alle repliche previste al teatro Vascello di Roma, per via di una febbre e di una prescrizione medica di due settimane di riposo. Ma l’emozione di questi giorni doveva aver raggiunto soglie per lui molto, molto affaticanti. D’altronde se ci guardiamo indietro, Glauco Mauri ha pazientemente riscritto per decenni un modo di proporre e far recepire la scena, gli autori, gli attori, le regie.
"Io ho portato la mia vita nel teatro”, soleva dire. Non il contrario. Fin dagli inizi vagabondanti per il mondo, con Memo Benassi, Lilla Brignone, Gianni Santuccio e Enrico Maria Salerno. Dopo alcuni anni con Proclemer-Albertazzi, eccolo fondare nel 1961 la Compagnia dei Quattro assieme a Valeria Moriconi, Franco Enriquez e poi Mario Scaccia, con prospettive inedite nel panorama italiano. Si battezzano L’ultimo nastro di Krapp e Atto senza parole di Beckett, fra l’altro. Seguiranno rapporti con vari Stabili italiani, e con registi come Squarzina, Strehler, Missiroli, Trionfo. E anche con Ronconi, per una Orestea internazionale.
Nel 1974 Mauri conia I quaderni di conversazione di Ludwig van Beethoven, dove assume in un ruolo delicato il Roberto Sturno apprezzato a Siracusa. Nel 1981 fonda con lui la poi ben nota compagnia a doppio nome. Le stagioni che verranno saranno all’insegna di Shakespeare, Sofocle, Goethe, Dostoevskij, Pirandello, Goldoni, Molière, Müller, Mamet. Personalmente Mauri può vantare d’aver interpretato ben 24 ruoli del Bardo. Ma insieme a Sturno esplora anche drammaturgie contemporanee, come ad esempio quelle di Eric-Emmanuel Schmitt, di Shaffer, facendo colpo anche in un trattamento da una sceneggiatura di Giuseppe Tornatore. La compagnia si apre a collaborazioni e trasfusioni generazionali, la principale delle quali vede il giovane regista Andrea Baracco accanto ai due attori, per una serie di spettacoli su Beckett, per un “Lear”, e per un dittico di Thomas Bernhard, “Minetti” e “Il riformatore del mondo”, evento importante che a un certo punto si misurerà purtroppo con la perdita di Sturno.
Non dimentichiamo affatto il cinema che avvedutamente accolse Mauri: “La Cina è vicina” di Marco Bellocchio, “L’ospite” di Liliana Cavani, “Profondo rosso” di Dario Argento, “Ecce bombo” di Nanni Moretti. Non sottovalutiamo la prosa televisiva, tra l’altro con “I Buddenbrook” di Fenoglio, “I demoni” di Bolchi, la versione tv dell’ “Orestea” di Ronconi, “L’agente segreto” di Conrad diretto da Calenda.
Ma soprattutto, lasciatecelo dire, ci resta fermamente l’immagine, ovunque, dell’affabilità, della comunicazione, della tenerezza, dell’universale squisita sapienza che Glauco Mauri ha affidato a ogni sua espressione, scenica e non. Che arte della vita abbiamo perso.