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Leo Muscato: “Con Giuseppe Verdi nel cuore della guerra per cercare l’umanità”

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Il regista racconta la messa in scena de “La forza del destino” che il sette dicembre inaugurerà la stagione della Scala
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Venti guerreschi sospingono La forza del destino di Giuseppe Verdi, opera tortuosa, scalmanata e temutissima per via della sua fama malaugurante. Ma è avvolgente e innovativa, segnata da momenti musicali straordinari. Il direttore Riccardo Chailly le affida l’apertura di stagione della Scala, cioè la rituale serata del 7 dicembre. «Non temiamo maledizioni!», esclama divertito Leo Muscato, regista con esperienze di successo nella lirica e nella prosa. Ora Muscato celebra il suo primo Sant’Ambrogio firmando la regia di questo capolavoro colpito appunto da una congerie di maledizioni, lanciate in scena come frecce sanguinarie. Avvince e frastorna il suo plot, che galoppa tra fatalità e furie vendicative. «In apparenza è un’opera discontinua», spiega Muscato, «e non ha la compattezza di Rigoletto o Traviata. Però la sua qualità dolorosa e poetica è di estremo magnetismo. L’attraversano violenza, religiosità, redenzione e amore».

Sappiamo che s’ispira a un farraginoso dramma spagnolo, “D…

Venti guerreschi sospingono La forza del destino di Giuseppe Verdi, opera tortuosa, scalmanata e temutissima per via della sua fama malaugurante. Ma è avvolgente e innovativa, segnata da momenti musicali straordinari. Il direttore Riccardo Chailly le affida l’apertura di stagione della Scala, cioè la rituale serata del 7 dicembre. «Non temiamo maledizioni!», esclama divertito Leo Muscato, regista con esperienze di successo nella lirica e nella prosa. Ora Muscato celebra il suo primo Sant’Ambrogio firmando la regia di questo capolavoro colpito appunto da una congerie di maledizioni, lanciate in scena come frecce sanguinarie. Avvince e frastorna il suo plot, che galoppa tra fatalità e furie vendicative. «In apparenza è un’opera discontinua», spiega Muscato, «e non ha la compattezza di Rigoletto o Traviata. Però la sua qualità dolorosa e poetica è di estremo magnetismo. L’attraversano violenza, religiosità, redenzione e amore».

Sappiamo che s’ispira a un farraginoso dramma spagnolo, “Don Alvaro o la Fuerza del Sino”, di Ángel de Saavedra, scandito in cinque giornate. Il lavoro di Verdi segue il medesimo passo?

«L’opera condensa l’azione in quattro atti, creando un brulicare di soldati, accampamenti, frati, pellegrini... Da quest’umanità indistinta e affaccendata emergono i potenti protagonisti, Leonora, Alvaro e Don Carlo. Devastati dagli eventi, s’intrecciano come i fili di una trama tessuta dal caso».

La storia scorre tra Spagna e Italia nel diciottesimo secolo. Il suo spettacolo è fedele a questa collocazione?

«Le figure sono archetipi inscritti in un’ampia rete narrativa al cui centro pulsa la guerra. Già è nell’aria nel primo atto, e nel secondo si assiste a un arruolamento. Nel terzo siamo in pieno conflitto e il quarto ci fa osservare quel che accade quando finisce, tra povertà dilagante e soldati affamati. Perciò la guerra, come discorso generale, è protagonista della vicenda, e fra un atto e l’altro della messinscena passano cent’anni. Il primo si svolge durante le guerre di successione settecentesche. Il contesto del secondo è una delle tante guerre ottocentesche. Nel terzo evochiamo la Prima guerra mondiale e il mondo delle trincee. Nell’ultimo siamo nell’oggi, tra le macerie della Palestina o dell’Ucraina».

Che ambientazione ha scelto per collegare gli atti?

«Tutto è dominato da un’enorme ruota del destino, coi personaggi che si muovono in direzione opposta avanzando negli scenari mutanti in continuazione. Un’immensa piattaforma mobile e roteante porta in scena spazi diversi. I costumi seguono quest’evoluzione. Da sagome stilizzate del Settecento si passa a divise risorgimentali nell’Ottocento, e man mano che ci si avvicina ai giorni nostri gli abiti acquistano concretezza, divenendo realistici. Sono rappresentati solo militari e mai civili. Questo enfatizza l’uniformità e la spersonalizzazione del grande scontro evocato».

Ci parli delle figure principali.

«Leonora è una donna intrepida, costretta a vivere sotto il controllo del padre e del fratello, in un soffocante clima patriarcale. Vuole ribellarsi e unirsi ad Alvaro, ma quando i suoi progetti crollano si rifugia in un eremo. Alvaro, schiacciato dal senso di colpa per il delitto casuale commesso all’inizio, va in cerca di redenzione lottando in una guerra che non gli appartiene. Don Carlo, fratello di Leonora, incarna la vendetta. Ossessionato dall’onore, insegue sua sorella e il suo amante trasformando la propria vita in un percorso d’odio. Fra Melitone è un tipo farsesco e un esperimento di Verdi per arrivare a Falstaff. Mette le mani nel fango e si cala tra la gente, anche in trincea. Il Padre Guardiano è un santo: è molto più d’un prete. Con gesto trasgressivo, ordina Leonora sacerdote».

Qual è il suo rapporto con Verdi?

«Lo considero il massimo uomo di teatro italiano di tutti i tempi. Ogni suo passaggio musicale è ancorato alla parola. Quanto è scritto nei versi, insieme ai pensieri dei caratteri, trova espressione nei cambiamenti delle dinamiche e nell’uso musicale della parola. Nelle sue lettere, che ho studiato, Verdi non parla quasi mai di musica, bensì di testo e struttura. Il suo scopo è usare l’arte in maniera narrativa, non simbolica, e giungere al cuore della persona guardata come essenza di umanità con cui dialogare».

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