Sergio Rubini: “Noi artisti stiamo diventando borghesi rammolliti. Serve un’onda di dissenso”
di Carmine Saviano“Odio la liturgia del teatro. I camerini, gli applausi. La polvere del palcoscenico mi da fastidio. Calato il sipario l’attore dovrebbe andare a nascondersi a casa e lasciare agli spettatori solo il ricordo del personaggio”. Nonostante l’odio e la polvere, Sergio Rubini porta in scena lunedì al Teatro Bellini di Napoli Quarantena napoletana, monologo tratto dal libro di Eduardo Cicelyn. In scena con l’attore i disegni di Francesco Clemente, qualche capolavoro della musica anni sessanta e settanta e quei suoni - voci in tv, ambulanze, lo stereo del vicino a palle alle 18 - che riportano a quarantene, bollettini e lockdown.
Rubini, ricorda come definì il periodo del Covid?
“Assolutamente no”.
“Siamo entrati in scena senza conoscere le battute”.
“Mi sembra una definizione calzante, no?”.
Siamo usciti dai lockdown con qualche battuta in meno o con qualche battuta in più?
“Anestetizzati e senza possibilità di capire che il mondo era cambiato”.
Spieghi.
“Con la pandemia il Novecento si è co…
“Odio la liturgia del teatro. I camerini, gli applausi. La polvere del palcoscenico mi da fastidio. Calato il sipario l’attore dovrebbe andare a nascondersi a casa e lasciare agli spettatori solo il ricordo del personaggio”. Nonostante l’odio e la polvere, Sergio Rubini porta in scena lunedì al Teatro Bellini di Napoli Quarantena napoletana, monologo tratto dal libro di Eduardo Cicelyn. In scena con l’attore i disegni di Francesco Clemente, qualche capolavoro della musica anni sessanta e settanta e quei suoni - voci in tv, ambulanze, lo stereo del vicino a palle alle 18 - che riportano a quarantene, bollettini e lockdown.
Rubini, ricorda come definì il periodo del Covid?
“Assolutamente no”.
“Siamo entrati in scena senza conoscere le battute”.
“Mi sembra una definizione calzante, no?”.
Siamo usciti dai lockdown con qualche battuta in meno o con qualche battuta in più?
“Anestetizzati e senza possibilità di capire che il mondo era cambiato”.
Spieghi.
“Con la pandemia il Novecento si è concluso definitivamente. Sento che manca la possibilità stessa di immaginare un futuro. Arranchiamo tutti, ragazzi compresi, come se fossimo uomini del passato”.
Siamo messi veramente così male?
“Non mi sembra ci sia uno straccio di visione”.
Se lo dice lei che di mestiere fa l’artista e che quelle visioni dovrebbe contribuire a generarle…
“Semplice analisi. Guardi al cinema: è imbrigliato da regole che hanno a che fare con l’economia e con la politica. E’ un’industria gestita da uomini del passato che cercano di interpretare i cambiamenti e non sognano più. Vanno le piattaforme? E allora tutti sulle piattaforme? Va la serialità breve? E allora tutti sulla serialità breve”.
Ci scusi: e allora perché lei continua a fare quello che fa?
“Innanzitutto il teatro è diverso. Crea spazio di comunità reale. Lo fa perché è artigianato e non industria”.
Ma lei fai anche cinema: sta girando il suo nuovo film, il sedicesimo.
“Per mostrare proprio questo: il momento di spaesamento che attraversiamo”.
Lo fa sentendosi libero di farlo?
“Sono impaurito. E come se sentissi di non poter raccontare pienamente il disappunto, il disagio, il dissenso. Non siamo più artisti. Siamo borghesi, in qualche modo benestanti; in qualche modo rammolliti”.
Questo non farà piacere ai suoi colleghi.
“Spero che leggano e che poi mi chiamino. Così, almeno, ne parliamo”.
Come pensa di uscirne? Affidandosi ai giovani?
“Basta con la retorica che tocca ai giovani. Ma questo poveri cristi che possono mai fare se l’intero sistema è governato da adulti saldi sulle loro poltrone?”.
Sventoliamo bandiera bianca.
“Servirebbe che noi tutti, insieme, fossimo disposti a cedere un centimetro dello spazio che abbiamo, anche meritatamente, occupato. Ma non so se questo accadrà”.
Nel testo di Cicleyn questo sentimento generazionale appare molto.
“La chiamo amarezza”.
C’è anche la voglia di superarla, però: tutto parte da una piccola ribellione privata, da alcune violazione delle disposizioni vigenti ai tempi del Covid in tema di mobilità personale.
“Una forma basilare di dissenso. Infantile, se si vuole, giovanilistica. Ma è per ricordarci quel ‘non mi allineo’ dal quale deriva ogni forma d’arte”.
Forma d’arte…il protagonista resta in quarantena forzata perché beccato in giro a Napoli con il motorino…
“L’arte è ontologicamente contro. Lo è anche, ripeto, in modo puerile. Ma genera dissenso. Apre spazi dialettici. Ci fa interrogare sulle cose. “E’ giusto quello che mi è chiesto di fare?”. Porsi domande: è quello che insegnano i grandi vecchi, i maestri”.
Ce ne sono ancora?
“Il punto è che non vengono riconosciuti. Penso ad esimi e autorevolissimi colleghi che accanto al nome di Federico Fellini hanno messo gli aggettivi “noioso” e “prevedibile”. Lasciamo stare…”.
Andiamo avanti, invece. Si riferisce a Luca Guadagnino.
“Lasciamo stare”.
Lunedì torna nella città di alcuni suoi maestri.
“Domenico Starnone, su tutti”.
Cosa le ha insegnato?
“Calvino gli inviò una lettera. Gli chiedeva di continuare a “scavare dal di dentro”. A cercare voci dentro sé. Non fuori. Starnone mi ha insegnato il travaglio della pagina bianca”.
In materia di voci di dentro l’altro maestro è Eduardo De Filippo, cui ha dedicato un film.
“Volevo restituire la dimensione monastica di chi è perennemente in ascolto di quei sussurri”.
Siamo partiti con l’odio. Finiamo con l’amore.
“Amo le imperfezioni. E il vero spettacolo è solo quello che le contempla. Perché guardiamo la Formula 1? Perché aspettiamo l’imprevisto”.
Oggi c’è l’ultimo Gran Premio della stagione.
“Lo guarderò”.
Dovesse vincere il mondiale Max Verstappen…
“Sarebbe un gran bel film”.
L’ultima cosa che l’ha fatta ridere a crepapelle?
"Ho girato Vita da Carlo con Verdone.Ho detto tutto”.