Sergio Rubini: “Plaudo a Ranucci, oggi il coraggio è applicare le regole e raccontare la verità”

Sergio Rubini: “Plaudo a Ranucci, oggi il coraggio è applicare le regole e raccontare la verità”

L’attore recita in “La camera di consiglio” di Fiorella Infascelli, sui giudici riuniti per decidere la sentenza dello storico Maxiprocesso del ‘94

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La camera di consiglio di Fiorella Infascelli, alla Festa di Roma, in sala dal 20 novembre con Notorious, ricostruisce i trentasei giorni di isolamento dei giurati del Maxiprocesso di Palermo nel 1994, rinchiusi in un appartamento-bunker all’interno dell’Ucciardone per decidere condanne e assoluzioni di 470 imputati. Una pagina cruciale della storia italiana: per la prima volta lo Stato riconobbe Cosa Nostra come organizzazione unitaria, segnando una svolta nella lotta alla mafia.

Sergio Rubini interpreta il presidente della giuria, Massimo Popolizio il giudice a latere: due uomini costretti a convivere con il peso della legge e con la paura, mentre fuori l’Italia cambiava volto. Con loro Betti Pedrazzi, Roberta Rigano, Anna Della Rosa, Stefania Blandeburgo, Rosario Lisma e Claudio Bigagli.

Scritto da Infascelli e Mimmo Rafele con la consulenza di Pietro Grasso, La camera di consiglio è girato interamente in interni, con un impianto teatrale e l’uso di repertori d’epoca che restituiscono la tensione civile e morale di quei giorni.

Non un film “sulla mafia”, spiega la regista, ma un film sul senso della giustizia, sulla solitudine di chi deve decidere il destino di un Paese.

Rubini, cosa l’ha colpita di più leggendo la sceneggiatura di questo film?

“La prima cosa è stata la scoperta di qualcosa che non conoscevo affatto. Non sapevo nulla della Camera di Consiglio del maxi-processo, non avevo idea che si fosse svolta in quel modo, in quel clima di cattività: otto persone chiuse per trentacinque giorni dentro un appartamento blindato accanto al carcere dell’Ucciardone, senza poter uscire, senza televisione, senza contatti con l’esterno, come se anche loro, in qualche modo, fossero detenuti. Non sapevo che il presidente, Alfonso Giordano, venisse dal civile, né che altri giudici avessero rifiutato per paura di far parte della Corte. Quando ho letto la sceneggiatura, sono rimasto sinceramente sorpreso, ma anche affascinato da quell’atto di coraggio collettivo. Mi è sembrata una storia necessaria da raccontare. E poi mi ha convinto subito il senso profondo del film: è una storia eroica, di persone messe alla prova. Penso soprattutto ai giudici popolari — cittadini comuni chiamati per la strada, non magistrati di professione — che hanno accettato di entrare in quell’aula e di assumersi una responsabilità enorme. È una grande lezione civile, che arriva in un momento storico in cui sembra che le regole non contino più. Il mio personaggio, in particolare, è un uomo che resiste alla tentazione della giustizia sommaria, quella giustizia di piazza che in Italia ci viene fin troppo naturale: quando diciamo “buttiamo via la chiave”, “tutti colpevoli”. È un personaggio che ci ricorda quanto sia importante rispettare le regole, anche quando può sembrare frustrante. Perché se non hai le prove, non puoi dare l’ergastolo. E se non applichi le regole, la società diventa un luogo dove prevale il più forte, la barbarie.

Questo film è un atto di coraggio?

“Sì, lo penso davvero. È un film piccolo, ma coraggioso. E compie, secondo me, un gesto importante: riporta il cinema italiano a una delle sue funzioni più nobili, quella dell’impegno civile. Il nostro cinema è stato grande anche per questo: perché sapeva guardare in faccia la realtà, farsi carico dei suoi conflitti, delle sue ferite. Negli ultimi anni, forse, abbiamo perso un po’ quell’identità, e invece questa storia — con la sua misura, la sua forza morale — la ritrova”.

Ha parlato di disumanizzazione.

“Intendo dire che siamo diventati più freddi, più soli, più incapaci di empatia. La tecnologia, il Covid, l’isolamento che ne è derivato — tutto questo ci ha cambiati. Ci ha disumanizzati. E mancano figure che incarnino ideali forti. Quando ero bambino, negli anni Sessanta, c’erano persone come Martin Luther King. “I have a dream” non era uno slogan pubblicitario, ma una visione del mondo. Oggi gli slogan esistono ancora, ma non significano più niente. E se qualcuno prova a dire che certe cose del passato avevano un senso, viene subito etichettato come nostalgico, come boomer. Ma guardare indietro non vuol dire rimpiangere: vuol dire imparare. Nel mondo greco, gli anziani erano saggi proprio perché avevano esperienza. Oggi, invece, sembra che il passato sia stato cancellato, e guarda caso il futuro è diventato un buco nero. Viviamo in un eterno presente, che ci opprime e ci spaventa”.

Come ha costruito il suo giudice Alfonso Giordano?

“Non mi interessava imitarlo o riprodurne i tratti. Mi interessava capirlo. Alfonso Giordano era un uomo che ha avuto il coraggio di dire sì quando tutti gli altri dicevano no. Veniva dal civile, quindi fu guardato con sospetto, ma si è imposto con la forza della sua moderazione, con la sua umanità. Quel processo poteva naufragare da un momento all’altro: ogni giudice aveva un “doppio”, un sostituto pronto a subentrare nel caso venisse ucciso qualcuno. Vivere in quella tensione era quasi inumano. Ma Giordano riuscì a mantenere la rotta, a far prevalere il diritto sulla rabbia, la misura sulla vendetta. In un Paese abituato alla giustizia di piazza — dalle monetine di Craxi ai linciaggi mediatici — lui rappresenta l’idea che ci siano regole da rispettare. E che rispettarle sia, oggi più che mai, un atto di coraggio. Se pensate a quello che è successo a Sigfrido Ranucci, penso che la cosa più importante nel nostro Paese è avere il coraggio di dire la verità di applicare le regole”.

Oggi sembra che la regola valga solo “fino a un certo punto”, per citare un politico italiano. Lei come legge questo clima?

“Viviamo in un’epoca in cui la sopraffazione è tornata ad avere voce. Siamo in balìa della forza, del potere, della brutalità. Il linguaggio stesso è diventato violento, aggressivo. Quando ho sentito dell’attentato a Sigfrido Ranucci, mi è venuto in mente il delitto Matteotti: la dinamica era la stessa. Anche allora gli avevano detto che “se l’era cercata”. C’erano stati segnali, avvertimenti, articoli velenosi. E poi è successo quello che è successo. Oggi funziona così: se non ti allinei, se non stai nel perimetro che fa comodo al potere, vieni subito isolato o attaccato. E questo è terribile, soprattutto per chi fa informazione. I giornalisti sono diventati i veri nemici di un potere che si sta ridefinendo in fretta, in modo autoritario. Si arriva perfino a discutere apertamente dell’idea che la democrazia possa essere “al tramonto”, come se fosse normale. È inquietante”

Tornando indietro nel tempo: “La stazione”, il suo film debutto da regista, è stato appena restaurato. Che ricordo ha di quel set di 35 anni fa?

“La stazione è stata il mio inizio, ma anche un periodo irripetibile del nostro cinema. L’ incontro fondamentale con Domenico Procacci, che credette in me e mi accompagnò in quell’avventura. Ma soprattutto era un’epoca diversa: il cinema italiano stava vivendo una stagione felicissima, con Nanni Moretti come punto di riferimento e una generazione di autori — Luchetti, Mazzacurati, Piccioni, io — che riuscì a ricucire il legame con il pubblico. Era un cinema pieno di fiducia, di vitalità. Oggi, invece, è tutto cambiato: le regole industriali, le politiche culturali, i tempi della distribuzione. Pensi che La stazione uscì con dodici copie e rimase in sala sei mesi. Adesso un film resiste un weekend, a volte solo un giorno. È diventato tutto frenetico, consumato in fretta. Ma perché non si può più lasciare un bel film in sala, dargli tempo di essere scoperto?”

Margherita Buy ha ricordato quel set come un’esperienza intensa, gioiosa, piena di vita. Anche per lei è stato così?

“Sì, assolutamente. Giravamo di notte, in una stazione vera che chiudeva alle nove e riapriva alle cinque del mattino. Lavoravamo immersi in quell’atmosfera sospesa, sotto la pioggia, con treni veri, un dispendio tecnico enorme per un’opera prima. Ma c’era un’energia contagiosa: eravamo tutti giovani, pieni di passione, convinti che il futuro ci aspettasse. C’erano amori, amicizie, coppie che nascevano — io e Margherita ci siamo sposati dopo quel film — e persino il direttore della fotografia la cui compagna era incinta. Era un set pieno di vita. Ci sembrava che il futuro fosse una promessa vera, e forse lo era davvero”.

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