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Carlo Cecchi, forza e talento: addio al rivoluzionario della scena italiana

Carlo Cecchi, morto alla viglia dell'87esimo compleanno

 

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Il grande attore e regista è morto alla vigilia del suo 87esimo compleanno. Il teatro era il suo luogo, contro ogni convenzione. Un lavoro più che quarantennale che ha segnato diverse generazioni di artisti
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MILANO – Adesso lo piangono il teatro con i tanti attori che ha formato, diretto e con cui ha recitato, e il cinema che ha attraversato rifuggendo il conformismo, da splendido e fascinoso interprete, a partire da Morte di un matematico napoletano di Mario Martone (1992) fino a Martin Eden, il Jack London riscritto da Pietro Marcello nel 2019. Carlo Cecchi è morto ieri nella sua casa di Campagnano, vicino Roma, e domani, il 25 gennaio, avrebbe compiuto 87 anni. Come tanti “grandi vecchi” era diventato solitario, distaccato dalla scena pubblica artistica, cosa che non gli veniva difficile essendo schivo, defilato, ma l’influenza che il suo lavoro di attore e regista, più che quarantennale, ha esercitato nello spettacolo italiano è lì da vedere, documentata dai tanti spettacoli, dai film e dall’eredità che la sua lezione ha lasciato in diverse generazioni di artisti, da Paolo Rossi a Valerio Binasco, Alfonso Santagata, Claudio Morganti, Arturo Cirillo, Scimone e Sframeli e tanti altri ch…

MILANO – Adesso lo piangono il teatro con i tanti attori che ha formato, diretto e con cui ha recitato, e il cinema che ha attraversato rifuggendo il conformismo, da splendido e fascinoso interprete, a partire da Morte di un matematico napoletano di Mario Martone (1992) fino a Martin Eden, il Jack London riscritto da Pietro Marcello nel 2019. Carlo Cecchi è morto ieri nella sua casa di Campagnano, vicino Roma, e domani, il 25 gennaio, avrebbe compiuto 87 anni. Come tanti “grandi vecchi” era diventato solitario, distaccato dalla scena pubblica artistica, cosa che non gli veniva difficile essendo schivo, defilato, ma l’influenza che il suo lavoro di attore e regista, più che quarantennale, ha esercitato nello spettacolo italiano è lì da vedere, documentata dai tanti spettacoli, dai film e dall’eredità che la sua lezione ha lasciato in diverse generazioni di artisti, da Paolo Rossi a Valerio Binasco, Alfonso Santagata, Claudio Morganti, Arturo Cirillo, Scimone e Sframeli e tanti altri che oggi lo rimpiangono.

Cecchi era nato a Firenze nel 1939, a 17 anni ne era fuggito per frequentare l’Accademia Silvio d’Amico e fare “quel teatro” a cui polemicamente rivendicava di “non” appartenere all’inizio del suo percorso, in aperta e sessantottina rottura con tutto, in particolare con i registi e le istituzioni culturali ufficiali. Tanto che quando nel 1971 fonda la sua prima compagnia, sembra proprio su consiglio dell’amica Elsa Morante che lo nominerà trai suoi eredi testamentari, sceglie il nome di Granteatro: il contrario di Piccolo Teatro, in quel momento visto come il luogo della cultura egemone. Il rifiuto delle convenzioni, il disprezzo per il birignao del teatro ufficiale, l’ironia beffarda animano il lavoro di Cecchi anche nella compagnia di Eduardo De Filippo, dove entra ma che lascia presto.

Quell’esperienza resterà un caposaldo del suo apprendistato insieme al Living Theatre, il cui influsso diretto ispira uno dei suoi primi successi e capolavori di regista e attore, il Woyzeck di Büchner, cui seguiranno Il bagno di Majakovskij, L’uomo, la bestia e la virtù di Pirandello del 1976. Avanguardie novecentesche, teatro popolare, il dialetto come mezzo per inventarsi una propria lingua scenica, troveranno nel teatro di Cecchi un rilievo vivo, intelligente. Per esempio nell’affrontare i suoi autori di riferimento, classici come Molière, Shakespeare di cui curerà le nuove traduzioni grazie anche all’amicizia con Cesare Garboli e Patrizia Cavalli, poi Cechov, Strindberg, Brecht, Pirandello e ancora Pinter, Beckett (indimenticabile Finale di partita), Thomas Bernhard.

Colto, ironico, di grande fascino, occhi azzurri da “arcano incantatore” per citare il film che girò nel ‘96 con Pupi Avati, il cinema gli apre le porte: il suo matematico Renato Caccioppoli nel film di Martone resta una pietra miliare. Poi ci sono i film con Bernardo Bertolucci (Io ballo da sola, 1996), Ferzan Özpetek (Il bagno turco, 1997) e tra gli altri Il violino rosso di François Girard (1998), Appassionate di Tonino De Bernardi (1999), fino a Miele, di Valeria Golino, in cui è l’enigmatico protagonista che chiede a Jasmine Trinca di farlo morire. Fece anche un po’ di tv, tra cui Un passo dal cielo 6.

'Miele', l'esordio alla regia di Valeria Golino con Carlo Cecchi e Jasmine Trinca

Ma il teatro resta il luogo della sua arte, del suo slancio anticonvenzionale. «Ciò che accade in scena o andiamo cercando ogni volta che siamo su un palcoscenico, è reale, non è finzione. Accade lì, davanti a un pubblico portato a crederci, che vuole da noi l’intensità di un accadimento reale, una relazione vera, parole che dette hanno un senso perché chi le dice le fa sue, le ha capite e fatte proprie. L’arte è reale», aveva detto in una intervista.

Nella memoria, oggi, tra le sue ultime interpretazioni, resta quella nei panni sdruciti di Sik Sik, lo sgangherato mago di Eduardo che fece con Marche Teatro nel 2020 insieme a Dolore sotto chiave e l’altra, il solitario ubriacone di La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth che fino a due anni fa aveva portato in scena diretto da Andrée Ruth Shammah, una delle sue amiche: pochissimi gesti, quasi con le spalle al pubblico, come se parlasse tra sé e sé. Che peccato per le nuove generazioni non poter più vedere un grande attore così. Ai giovani si era dedicato negli ultimi anni, agli allievi dell’Accademia. E per una parte dell’anno andava in Africa per portare un contributo ad alcune popolazioni: forse pasolinianamente in cerca di una natura non corrotta, o forse perché aveva un gran cuore.

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