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Damiano Michieletto: “In scena uso anche Mozart per capire il potere”

03/01/2023 Milano, Salomè di Strauss è andato in scena esclusivamente per la ripresa televisiva prodotta da Rai Cultura nel 2021 l’allestimento di Damiano Michieletto incontra il pubblico per sei rappresentazioni dal 14 al 31 gennaio, nella foto 

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Il regista teatrale parla del successo all’estero di“Primavera”, il suo esordio nel cinema. Con “La clemenza di Tito” di Mozart è all’Opera di Zurigo e a giugno torna alla Scala con “Carmen”. E sul caso Fenice spiega: “Penso che Colabianchi abbia fatto bene a revocare la nomina di Venezi. L’orgoglio delle proteste veneziane è segno che quel teatro un pubblico vero ce l’ha”
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FIRENZE – Potevo aspettarmi il successo in Italia. Però mai, per il mio film, avrei scommesso su una fortuna internazionale». Parla Damiano Michieletto, regista teatrale di serie A che rilegge l’opera (e la prosa) in chiave contemporanea, visionaria, spesso provocatoria. È sorpreso chePrimavera, il suo esordio nel cinema, cominci in questi giorni a circolare ovunque: dall’Inghilterra alla Corea del Sud, presto verranno Germania, Giappone, Spagna, per un totale di cinquanta Paesi. Nel frattempo lui che non conosce vacanze nel lavoro, allestisce La clemenza di Tito di Mozart all’Opera di Zurigo, «una storia capace di dirci molto sulle dinamiche psicologiche legate al potere politico nel mondo odierno», e si prepara a tornare alla Scala, in giugno, con una Carmen diretta da Myung-Whun Chung in cui il femminicidio della protagonista non avviene a causa della gelosia, ma perché il maschio assassino è un mammone.

FIRENZE – Potevo aspettarmi il successo in Italia. Però mai, per il mio film, avrei scommesso su una fortuna internazionale». Parla Damiano Michieletto, regista teatrale di serie A che rilegge l’opera (e la prosa) in chiave contemporanea, visionaria, spesso provocatoria. È sorpreso chePrimavera, il suo esordio nel cinema, cominci in questi giorni a circolare ovunque: dall’Inghilterra alla Corea del Sud, presto verranno Germania, Giappone, Spagna, per un totale di cinquanta Paesi. Nel frattempo lui che non conosce vacanze nel lavoro, allestisce La clemenza di Tito di Mozart all’Opera di Zurigo, «una storia capace di dirci molto sulle dinamiche psicologiche legate al potere politico nel mondo odierno», e si prepara a tornare alla Scala, in giugno, con una Carmen diretta da Myung-Whun Chung in cui il femminicidio della protagonista non avviene a causa della gelosia, ma perché il maschio assassino è un mammone.

Damiano, come mai tanto stupore per il successo di “Primavera”?

«Perché il film non è stato costruito a tavolino. I risultati sono venuti strada facendo, mentre il pubblico prendeva a volergli bene. L’anteprima di Parigi è stata accolta in maniera inaspettata. In Asia c’è grande attesa. E vado orgoglioso anche dei premi ricevuti in festival di primo piano quali Toronto, Chicago, di recente Barcellona».

Se ne sarà dato una spiegazione.

«Chi non conosce il compositore Antonio Vivaldi, che di questa storia è protagonista? E infatti la sceneggiatura - ricavata dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa – da subito ha suscitato interesse nei distributori. Ha contato molto anche che vi si parli di emancipazione femminile, di libertà di scelta di una ragazza, sia pure settecentesca».

Questo film resterà un unicum per lei?

«Sono novizio in questo mondo, ma ora che ci sono dentro, nel mio futuro vedo una comprensenza di cinema e opera».

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Qualche giorno fa ha debuttato a Zurigo la sua “Clemenza di Tito”. Ha trasformato l’imperatore romano in un politico del presente. Come mai?

«È un’opera che Mozart compose per l’incoronazione di un sovrano. D’intento celebrativo, dunque, e rielaborando un libretto di Metastasio che nel corso del Settecento era stato musicato innumerevoli volte. Ma la storia che racconta non ha epoca. Tratta di potere e manipolazione».

Tutti tradiscono Tito, tentano di farlo fuori, ma alla fine lui perdona.

«Tito non è affatto un governante di buon cuore. Attraverso la clemenza verso chi gli ha voluto male controlla l’elettorato. Lui, un usurpatore, esercita comunque meccanismi di violenza. Ne vorrebbe uscire, ma ciò lo rende inadatto a governare e agli occhi degli altri pare un debole. Difatti, nella mia messinscena, da ultimo il Senato lo elimina. Ha tentato di mettere d’accordo l’autoritarismo a una dimensione di umanità: non ci è riuscito perché la Realpolitik non vive di ideali».

Quale dei politici attuali ha preso a modello?

«Chi pratica l’amichettismo, chi vuole sovvertire la verità dei fatti con le fake news».

Per caso non si è ispirato anche lei a Trump?

«Trump è il personaggio principale di uno spettacolo penoso in cui lui stesso si mette in scena attraverso i post su X. Un’esibizione di delirio messianico nutrita dall’impiego spregiudicato dell’intelligenza artificiale che fa giungere a noi spettatori l’idea di una realtà vista attraverso un vetro smerigliato. Ci illudiamo di conoscere i fatti, invece veniamo sviati di continuo. Riguardo alle manipolazioni e al resto, Tito è un pivello al suo confronto. Ma c’è un antidoto alle distorsioni del potere: il premier spagnolo Pedro Sánchez, che sta cercando di far muovere il mondo in un’altra direzione».

Presto alla Scala arriverà, da Londra, la sua “Carmen”.

«Spettacolo di realismo crudo, ambiento in una periferia. Forse il vero protagonista è l’uomo, don José, che patisce un conflitto irrisolto tra il cedere alla sessualità anarchica di Carmen e l’assoggettarsi alle aspettative materne che gli prospettano l’autentica realizzazione personale nella devozione religiosa e nel culto del focolare domestico».

Un caso clinico, quest’uomo...

«La madre, dispotica come la Bernarda Alba di García Lorca, lo ricatta, ha deciso chi deve essere la sua sposa, e attraversa la Spagna per riportarselo a casa. È con gli occhi di lei che Don José vede Carmen, la considera immorale, una senza Dio, e tuttavia ne è attratto. Perciò la ammazza: immaturo, desideroso di un pensiero autonomo ma succube di quello materno, si macchia di femminicidio per debolezza».

Domenica scorsa alla Fenice era in scena il suo Lohengrin mentre è arrivata la notizia del licenziamento di Beatrice Venezi. Lei, da veneziano, che pensa di questa vicenda?

«Venezia è la città dove ho lavorato di più: per la Biennale, per il Teatro Stabile del Veneto e per la Fenice, dove ho debuttato con dodici produzioni a partire dal 2009. Penso che il sovrintendente Colabianchi abbia fatto bene a revocare la nomina di Venezi. Ora tutti aspetteranno le elezioni del nuovo sindaco. Prima non succederà nulla. L’orgoglio delle proteste veneziane è segno che quel teatro un pubblico vero ce l’ha, non è solo una scatola per i turisti».

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