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Franco Branciaroli: “Un giorno scriverò le mie memorie ma poi devo morire per evitare le querele”

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Sempre controcorrente, l’attore compirà 80 anni nel 2027 come il Piccolo Teatro di Milano: “Festeggeremo insieme”. E a luglio sarà a Spoleto con “Don Giovanni e il suo pitbull” di Dan Fante: “Una commedia pazzesca, e quel vecchiaccio è anche simpatico, uno senza rimpianti”
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Nel Sessantotto, quando Parigi si infiammava col Maggio, lui la trovava noiosa. E quando i giovani leggevano Kerouac, lui preferiva Céline. Sempre stato bastian contrario, Franco Branciaroli, ma disposto a pagarne il prezzo. Attore importante della scena teatrale italiana, regista, scrittore col romanzo La carne tonda, è stato un “controcorrente”: sperimentale con Carmelo Bene, Aldo Trionfo, Luca Ronconi, Patrice Chéreau, popolare coi film di Tinto Brass, ciellino con Testori. Sostanzialmente un lupo solitario. Ora è alla soglia degli ottant’anni, che compirà a maggio 2027, «proprio come il Piccolo Teatro di Milano», dice «e lo festeggeremo insieme con Il Signor Puntila e il suo servo Matti di Brecht, regia di Claudio Longhi, protagonisti Lino Guanciale e io». Prima, dal 2 luglio, Branciaroli dirige e interpreta al Festival dei Due Mondi di Spoleto, in scena con Emanuele Fortunati, Flavio Francucci, Ester Galazzi, Eros Pascale, Valentina Violo, una commedia feroce e disincantata, Don …

Nel Sessantotto, quando Parigi si infiammava col Maggio, lui la trovava noiosa. E quando i giovani leggevano Kerouac, lui preferiva Céline. Sempre stato bastian contrario, Franco Branciaroli, ma disposto a pagarne il prezzo. Attore importante della scena teatrale italiana, regista, scrittore col romanzo La carne tonda, è stato un “controcorrente”: sperimentale con Carmelo Bene, Aldo Trionfo, Luca Ronconi, Patrice Chéreau, popolare coi film di Tinto Brass, ciellino con Testori. Sostanzialmente un lupo solitario. Ora è alla soglia degli ottant’anni, che compirà a maggio 2027, «proprio come il Piccolo Teatro di Milano», dice «e lo festeggeremo insieme con Il Signor Puntila e il suo servo Matti di Brecht, regia di Claudio Longhi, protagonisti Lino Guanciale e io». Prima, dal 2 luglio, Branciaroli dirige e interpreta al Festival dei Due Mondi di Spoleto, in scena con Emanuele Fortunati, Flavio Francucci, Ester Galazzi, Eros Pascale, Valentina Violo, una commedia feroce e disincantata, Don Giovanni e il suo pitbull di Dan Fante, il figlio di John, su una famiglia disfunzionale che sgretola il mito del sogno americano.

(fotogramma)

Il Don Giovanni del titolo è un vecchio, dispotico patriarca.

«Sì, Don Giovanni, o "Rodolfo Lavandino" come lo chiamano i figli, è di fatto John Fante che da vecchio si era ridotto a scrivere sceneggiature per soldi. Cieco e diabetico, per il suo compleanno, riunisce i figli, uno gay, l’altro alcolista, con un finale surreale. È una commedia pazzesca, e quel vecchiaccio è anche simpatico. Uno senza rimpianti».

E lei, ne ha?

«Ho fatto più di centocinquanta spettacoli, un'ottantina capolavori. Sono soddisfatto. In fondo, ero partito da molto lontano» .

Da dove?

«Da via Novara, a Milano, oltre San Siro. Quando sono nato c’erano solo risaie, come essere nel Vietnam. Mio padre, abruzzese, aveva una bottega e la mattina gli operai dell’Alfa Romeo in bicicletta si fermavano per le sigarette e il "grigio-verde", grappa e menta. Io sono cresciuto lì, tra quella gente e le risaie, in assoluta libertà».

E il teatro come è arrivato?

«Mio padre a un certo punto andò a Torino a fare il rappresentante dello yogurt. Io lì ero un selvaggio con i riccioli, soffrivo a portare scarpe e pantaloni lunghi. Diventato grande mio padre mi mandò all’estero per imparare le lingue, ma non funzionò. Per il rinvio del servizio militare mi parlarono della scuola di teatro del Piccolo, oggi la ‘Paolo Grassi’ di Milano, e io ci andai. Lì ho capito una cosa fondamentale».

Quale?

«Che piacevo. A donne e uomini. Ero bello, ed era una delle ragioni della mia gioia di vivere. Non c’era narcisismo, era la verità. Poi mi sono appassionato a me stesso in quanto macchina-teatrale, perché oltre all'effetto fisico, sul palco io avevo voce, allenata dalla vita all’aperto nei campi di via Novara. Avevo tutto per essere un grande attore».

E chi è il grande attore?

«Un uomo che ha voce e presenza. Della mia epoca siamo rimasti Lavia, Orsini con cui abbiamo fatto I ragazzi irresistibili e io. Io ho avuto il più esigente dei registi, Ronconi: La vita è sogno, la Medea memorabile in una sottoveste nera, Lolita tra i tanti spettacoli. Oggi nelle scuole insegnano che non si deve recitare, ma parlare come nella quotidianità. Una cazzata. Basterebbe mettere me a dirigere una scuola e qualcuno lo formerei ancora».

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Com’è che a un certo punto si è legato a Comunione e liberazione?

«Mai stato di Cl e formalmente nemmeno Testori. Lui aveva scritto per me Confiteor e poi In exitu che facemmo in Stazione Centrale a Milano e fu un evento. Mi presentò Don Giussani, uomo immenso, a cui parlai di un progetto possibile per il Meeting di Rimini, Miguel Mañara di Milosz, spettacolo a stazioni e con le scene di Margherita Palli, ma “ci vuole 1 miliardo di lire”, dissi. Giussani rispose: "Fatto". Non venne nessun critico, ma la gente faceva un chilometro di coda per entrare. Quando è morto Giussani, come in tutti i movimenti carismatici, le cose sono cambiate anche lì».

Da un po’ le piace scrivere. È appena uscita da Aragno la raccolta Teatro .

«Sono testi teatrali scritti negli anni, da Nostra signora dei tossici pubblicata con alcuni brani oscurati per un contenzioso con la comunità di San Patrignano a Romeo e Giulietta mai rappresentato. Un giorno forse scriverò le mie memorie teatrali ma poi devo morire sennò sai le querele. E ora comunque sto scrivendo un romanzo sull’America».

(fotogramma)

Nel momento in cui l’antiamericanismo dilaga. È d’accordo sul fatto che gli artisti devono schierarsi?

«Non per lanciare proclami. Io per esempio non capisco l’anti-occidentalismo dilagante. Siamo le prime due generazioni nella storia umana che hanno vissuto senza guerra. L’Occidente colonialista? Ma dopo l'Impero Ottomano, i turchi si sono mai scusati? Siamo un mondo schizzato».

Con chi ce l’ha?

«Ma no, nel mio egoismo dico che non me ne frega più niente. E Dio la mia croce me l'ha data quando mia moglie Annamaria si è ammalata, perché è facile aiutare mille persone, fai un bonifico e via, ma prova a occuparti di una sola persona tutti i giorni. Ma è una bellissima croce, sia chiaro. Annamaria mi ha insegnato a tenere i piedi per terra. Se ho vissuto bene non lo so, ma di certo non ho vissuto da vile. E questo mi basta».

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