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Giuseppe Cederna: “Dopo Mediterraneo è crollato tutto grazie a quel fallimento sono quello che sono”

(foto di Manuela Giusto) 
L’attore in scena a Spoleto con “Le radici di mezzo mondo”: “Io sono Pietro, la cui parabola si lega al tema della caduta e del risollevarsi, tema umanissimo che ci tocca tutti”
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“È un regalo inatteso, questo lavoro. E infatti intendo trasformarlo già per la prossima stagione in uno spettacolo autonomo”. Dalle montagne dei suoi antenati, come dice lui, la Valtellina, dove è andato per una mini vacanza, Giuseppe Cederna, attore, viaggiatore, scrittore, approda al Festival dei Due Mondi di Spoleto. E “il regalo” di cui parla è la lettura-spettacolo, in calendario il 9 all’Auditorium della Stella, parte di un originalissimo progetto in cinque serate, Le radici di mezzo mondo, scritto e diretto da Michele Santeramo: cinque interpreti, ciascuno in una serata accanto allo stesso autore e al musicista Sergio Altamura, danno voce a un personaggio dei Vangeli in un ideale viaggio laico e contemporaneo.

Partito l’8 con Peppino Mazzotta nei panni di Giuda, proseguirà fino al 12 con Sara Putignano-Maria, Manuela Mandracchia-Maria Maddalena e Lino Musella- Pilato. “Io sono Pietro, la cui parabola – dice Cederna - si lega al tema del fallimento e del risollevarsi. Tema umanissimo che ci tocca tutti. E nella riscrittura di Santeramo, trova una spietatezza commovente”. In scena, Pietro, creatura religiosamente laica, rivive le sue cadute: la paura di camminare sulle acque quando Gesù lo chiama, il sonno nel giardino dei Getsemani, infine il triplice rinnegamento. “Ognuno di questi momenti è per Pietro un fallimento ma anche un punto di partenza per diventare la persona che vorrebbe essere – spiega Cederna - A me ha ricordato Ulisse, Conrad, e soprattutto Stevenson quando nell'isola di Samoa, scrive quasi un testamento, per dire che noi uomini falliamo ma l’importante è rialzarci per aiutare gli altri”.

E ha ragione Cederna a dire che questo spettacolo, “così personale per me”, è un pezzo significativo del suo viaggio artistico. “Anche io sono caduto. Negli anni 90 dopo il successo di Mediterraneo è crollato tutto: non lavoravo, il mio agente mi aveva lasciato, la mia fidanzata pure, mio padre stava morendo. E la cosa tremenda, quando sei un personaggio pubblico, è che non puoi rivelarlo a nessuno. Io mi sono salvato trasformando il dolore in articoli, viaggi, in un libro sull’India, capendo che il crollo ti strappa di dosso le maschere finte dell’ego, del successo. Grazie a quel fallimento sono quello che sono. E queste sono riflessioni che colpiscono molti ragazzi che si sentono insicuri, brutti, timidi, o i giovani del carcere minorile di Firenze che ho incontrato di recente, che forse hanno fatto anche delle cazzate pericolose, ma hanno voglia di rialzarsi: e se scopri il tesoro che hai dentro, riesci ad accenderti”.

Questi pensieri riecheggiano anche tra le parole di Walt Whitman, del monaco Thich Nhat Hanh e altri autori in un altro lavoro di Cederna, Maestri, che il 20 farà al festival Attraverso nel Monferrato, in attesa della tournée dello spettacolo di cui è protagonista, I miei stupidi intenti, dal romanzo vincitore del Campiello di Bernardo Zannoni (“a cui sono legatissimo, è il figlio della mia ex moglie”) diretto da Michele Altamura e Gabriele Paolocà che toccherà tra gli altri il Piccolo di Milano in ottobre, quasi in contemporanea all’uscita al cinema di L'ultimo salto di Umberto Carteni. “Con Marco Giallini e Giorgio Colangeli siamo un gruppo di vecchietti in fuga da una casa di riposo. E lì io mi chiamo Gandhi, ora sono Pietro, sono stato Pio XII in Norimberga: strane coincidenze” . È credente? “A modo mio sono cattolico, sì. Penso che mandare del bene agli amici in difficoltà, sotto forma di pensieri, desideri o preghiere, sia una cosa sensata da fare”.

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