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50 Cent, il re dell'hip hop rinato mille volte. "La musica è come la boxe: ti spinge a combattere"

Un passato di spaccio, cadute e ritorni, il musicista è attore e produttore della serie tv "Power", la terza stagione al via dal 20 settembre su AXN HD. "Pensiamo di poter controllare le nostre vite, ma il vero potere non esiste"

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LOS ANGELES - “Una delle mie glorie ‘gangster’? Bruce Willis in Die hard: non importa quanti proiettili prenda, John McClane non muore mai. Un po’ come me”. 50 Cent (vero nome Curtis James Jackson III) è un sopravvissuto: cresciuto in South Jamaica, Queens - madre che spacciava droga, morta in un misterioso incendio, padre in fuga - a undici anni ha cominciato a boxare, a dodici prendeva narcotici, a quattordici vendeva crack sul selciato davanti alla casa della nonna. Nel 2000 scaricano addosso al suo corpo pompato e tatuato un’intera 9 mm: uno dei nove proiettili perfora lingua e denti.

A salvarlo dal gorgo ci pensano Eminem, il disco (e il film) Get rich or die tryin', la moda, i soldi. Poi il blackout: bancarotta. Con un patrimonio da 155 milioni di dollari, “Fiddy” si dichiara insolvente per un debito di 28 milioni. Sarà costretto a risarcire Lastonia Leviston per aver caricato in rete il video hard che la ritrae durante un rapporto sessuale con Rick Ross, rivale del rapper; oltre a prendere in giro Snoop Dogg e la sua manicure, la star di In da club ridicolizza su Twitter un giovane impiegato in aeroporto: “Sembra 'fatto' come un figlio di putt**a”. Ma il ragazzo è autistico. “Mi scuso per aver offeso un disabile. Le persone affette da autismo sono una grande forza del paese” dirà 50 Cent. "Insomma ne ho combinate di tutti i colori e resto in piedi. Sono ancora vivo” ride, e si aggiusta la giacca quando lo incontriamo a Pasadena, come se si rialzasse da terra in uno dei tanti spaghetti western che conosce a memoria. 

Il trailer della nuova serie di 'Power', prodotta da 50 Cent

Re - caduto e risorto - dell’hip hop, businessman, attore ed ora produttore esecutivo e creatore di Power, la serie tv arrivata alla terza stagione, lanciata in Italia da AXN HD. Il ritorno è per il 20 settembre alle 21 sul canale 122 di Sky, in America è record di spettatori. Il territorio in cui si muovono i personaggi di Power, 50 Cent li conosce bene: si va dai night dell’élite di New York ai cartelli della droga, con il protagonista, James St. Patrick (Omari Hardwick) - nickname: Ghost - che gli fa da alter ego. E’ il player perfetto tra faide, strip, malavita e sesso (nella nuova stagione si riaccende il fuoco tra James e il primo amore, Angela Valdes/Lela Loren). Ma il regolamento di conti con la giustizia resta dietro l’angolo.
 
Produttore o attore, cosa preferisce?
"Tutti e due sono dei mestieri, li prendo seriamente. Non improvviso. Da produttore ho scoperto di avere parecchie affinità con la macchina del marketing, nel senso che mi reputo una specie jukebox umano del commercio, so come vendere un prodotto a cui credo. Dietro il cosiddetto guerrilla marketing ci sono milioni di dollari, investitori, imprenditori, social network. Il segreto di un produttore è guardarsi le spalle e dire: il pubblico sono io. Il successo di Power in parte è merito di questa equazione. Io 'sono' il mio show. Ti do me stesso. Quando recito invece mi sento più a nudo. Qui interpreto il nemico di Ghost, Kanan, e infilzo verdetti 'gangsta' come questo: 'Ho pensato di ammazzarti in un centinaio di modi diversi'. Che te ne pare?".
  Somiglianze con il personaggio di Kanan?  
"C’è una certa empatia, cerco di capirlo. Per me non è solo il più potente signore della droga o uno degli antagonisti di Ghost, insieme a Felipe Loboz. E’ un uomo che ha dell’aggressività dentro e - qui sì che ci somigliamo - ha passato dei guai con la giustizia. Ha fatto da mentore a Ghost, ora si prepara a colpirlo, sebbene alla fine della pasdsata stagione sia rimato bruciato e ferito".
  
Power, potere. Che cosa significa per lei? 
"Pensando e creando la serie tv Power non ho pensato affatto a un senso politico del potere ma a quello dell’individuo. Crediamo di poter controllare le nostre vite, ci sentiamo al sicuro, al riparo, invece non è così. Lo dimostrano l’ambiente e il clima. Quando si è scatenato l’uragano Katrina, il sud degli Stati Uniti ha visto in faccia una potenza sovrumana, inarrestabile. Non potevamo scegliere se morire o resistere. Avevamo tutti dimenticato di essere 'in controllo'".  
 
Ma è vera la competizione tra Power (Starz) e la serie Empire (Fox)?
"Ci hanno classificati 'black show' anche se io non la vedo così. Il film di Eminem, 8 Mile, era un viaggio nel mondo dell’hip hop, sia bianco che nero: non c’è differenza". 
 
E il suo film Get rich or die tryin’, resta ancora un’icona del cinema black?
"Forse sì perché è semi-biografico, lo Studio l'ha lanciato come 'il debutto da attore di 50 Cent'. E’ costato 36 milioni di dollari, Quincy Jones ha composto la colonna sonora, il bollino del black movie non ha tardato ad arrivare. In American Gangster a dar la caccia a Denzel Washington c’era un poliziotto bianco (Russell Crowe, ndr), forse dovevo scegliere anch’io un giustiziere 'white' per mescolare le carte. Accetto queste etichette purché alla fine il film sia di buona qualità. La sola cosa che ancora non curano in tv è la musica. Anzi, se c’è un brutto posto per la musica è proprio la televisione". 
 
Il vero protagonista di Power è New York.
"E' vero. Lo show può solo essere ambientato a New York City. La considero la mia casa. E’ molto diversa da Los Angeles. Dalle mie parti ti dicono direttamente 'Togliti dalla mia vista', a L.A. sono più morbidi, sorridono... Quando cerco di fare affari a Hollywood non mi becco mai un 'no' secco, mi dicono che faremo qualcosa assieme prima o poi. E io me la bevo. Siccome l’ambiente è piccolo, un anno dopo ci si ritrova, e nessuno vuol farsi ricordare per un 'no'". 
 
Cos'è che la affascina di New York?
"Oh, man... La vita notturna è esplosiva, le persone sono molto più carnali, aggressive. Quando ci provo con una ragazza, lo capisco subito che non mi vuole tra i piedi. Poi magari mi accorgo che sta già incollata a un tizio. L’atmosfera da 'cruising' del vecchio Meatpacking District - selvaggia e proibita - è evoluta in qualcosa di ancora più infernale e sfrontato. Per Power abbiamo battuto a tappeto la Mela pur di trovare club e strip autentici, ed essere fedeli al loro design, leggermente retro. Oggi, spesso, i locali notturni sono dei ristoranti con una seconda vita dopo mezzanotte. Per me New York è tutta nel testo di Lou Rawls in Dead End Street: (canta, ndr) They say this is a big rich town, I live in the poorest part”. 
 
Le sue droghe?
"Club, dance ed energia". 
 
Consigli per chi cerca la strada dell’hip hop in Italia?
"Nella musica tu diventi la canzone, sei ciò che canti. Non puoi scegliere la via del sensazionalismo o della tendenza. E' importante tenerlo a mente. In un certo senso le mie hit mi perseguitano. A volte mi chiedo che fine abbiano fatto gli altri dischi che ho pubblicato. Perché le radio passano sempre i soliti singoli? Un vero artista, oggi, deve sapersi promuovere. Non so in Italia, ma in America l’ambiente è pericoloso. Michael Jackson e Prince erano al tempo stesso coscienti e incoscienti del loro successo. Qui, negli States, tutti possono diventare qualcuno in un lampo. Troppi applausi possono bruciarti la testa. Ormai l’hip hop è un fenomeno internazionale, non esistono confini. Non devi più nemmeno sceglierlo, ti arriva addosso. Sale, sale, sale, cresce sotto la tua pelle. Si mescola nei generi, nelle persone". 
 
Come giudica piattaforme e servizi come Spotify, Soundcloud, Pandora, Grooveshark e Rdio?
"Non saprei. Per me internet è un po’ la fine della privacy. E’ controllo delle masse. Nessuno sa mai cosa sta facendo realmente sul web. C’è troppa comunicazione, un contatto infinito tra la gente. Entropia. Certo, nascono scenari interessanti ma poi finisci come me, in aeroporto, a deridere per sbaglio un giovane affetto da autismo. Sul web viviamo in una gigantesca bolla". 
 
Che rapporto ha con i media?  
"Parlano di me quando inciampo, mi criticano, mi saltano addosso; fermano l’odio solo quando faccio qualcosa di buono".
 
Tipo?
"...una donazione". 
 
A 41 anni, che cosa la tiene a galla nello showbiz? 
"Mi domando sempre che cosa farei se, all'improvviso, avessi fame e tornassi a vivere di stenti, come agli esordi. Quei ricordi, quelle paure infiammano il mio amore per lo spettacolo". 
 
Esistono ancora dei maestri di vita, da qualche parte? 
"Un coach di hip hop può ancora aiutare i ragazzi di strada a imboccare il sentiero giusto. La musica è come il pugilato: ti spinge a combattere".