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Danny Boyle, per la prima volta in tv con la serie 'Trust': "Potere, denaro, corruzione"

In onda il 28 marzo su Sky Atlantic, la miniserie dell'autore di 'Trainspotting', con protagonisti Hilary Swank, Donald Sutherland e Harris Dickinson, riguarda il caso John Paul Getty III, lo stesso soggetto del film di Ridley Scott: "Ho iniziato a pensarci molto prima di lui. Archetipi jungiani? Mi sa di sì. Spesso succede nel nostro mestiere"

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Dagli eroinomani di Trainspotting agli eroismi di James Bond: un arco registico niente male per Danny Boyle, premio Oscar nel 2008 per The Millionaire, già autore di film cult come 127 ore e Steve Jobs. La Famiglia Broccoli (proprietari del marchio Bond) ha chiesto a Boyle di dirigere il venticinquesimo capitolo della celebre saga dello 007: l'inglese Boyle ha accettato e le riprese inizieranno verso la fine di quest'anno, con l’ormai vaccinato Daniel Craig nei panni della spia con la licenza di uccidere.

'Trust', la miniserie tv di Danny Boyle. Il trailer

 
Ma intanto Boyle - 62 anni, nativo di Manchester e tifoso sfegatato dello United - è impegnato a promuovere la serie tv Trust, in onda il 28 marzo su Sky Atlantic, la sua prima esperienza in televisione da lui ideata e co-diretta sul caso John Paul Getty III, lo stesso soggetto del recente film di Ridley Scott All the Money in the World (il rapimento del giovane erede a Roma e la taccagneria del leggendario nonno miliardario). “Credo che a Hollywood - nel senso di industria del cinema - esista una sorta di mente collettiva che spesso genera e produce progetti sullo stesso tema”, dice Boyle nel corso della nostra intervista telefonica (lui è a Londra noi a Los Angeles). “Io ho iniziato a pensare e a creare Trust quattro anni fa, molto prima di scoprire l'esistenza del film di Ridley Scott. Archetipi jungiani? Mi sa di sì. Spesso succede nel nostro mestiere”.
 
La miniserie di 10 episodi ha per protagonisti Hilary Swank (la madre del giovane Getty, Gail), Harris Dickinson (il giovane John Paul) e Donald Sutherland (il vecchio Getty). Nel cast ci sono anche i 'nostri' Luca Marinelli e Giuseppe Battiston, mentre uno degli episodi è stato diretto da Emanuele Crialese. Trust è stata scritta da Simon Beaufoy, stretto collaboratore di Boyle, autore dei copioni di The Millionaire e 127 ore, nonché di Salmon Fishing in the Yemen di Lasse Hallstrom, con Ewan McGregor: praticamente una cosa in famiglia.

Donald Sutherland 
        
Boyle, cosa l'ha attratta a questo soggetto, i Getty? Il potere, il denaro, la corruzione intrinseca?
“Un po' tutto. Potere, denaro, corruzione: è la grande storia universale. Naturalmente ricordo bene quando accadde, il rapimento del giovane Getty a Roma, nel 1973, e tutto quello che ne conseguì. Ne emerse un mondo affascinante e disgustoso allo stesso tempo. Ricchezza schifosa da una parte e criminalità organizzata dall'altra. Il feuilleton perfetto per quei tempi. Poi tutto cadde nel dimenticatoio. Venne sostituito nella memoria collettiva dal caso Patty Hearst. E ora sia noi che Ridley Scott ce ne siamo ricordati”.
 
Per via dell'attualità?
“Penso proprio di sì, perché Getty - il nonno - rappresenta l'epitome della ricchezza concentrata in poche mani, è il simbolo dell'ormai proverbiale 1% contro il 99% che fa fatica a mettere qualcosa in tavola. Non è cambiato molto dagli anni Settanta, anzi il mondo è peggiorato”.  

Harris Dickinson e le 'sue' ragazze 

Era però denaro diverso quello dei Getty...
“Certo, ma basta cambiare la parola ‘petrolio’ con ‘data’ o ‘internet’ e il discorso è lo stesso, identico”.

La sua serie parla solo di ricchezza, invidia e ineguaglianze?
“Per niente: c'è anche il discorso dei media e della tv, ovvero dei fenomeni media globali. E il 1973, l'anno in cui Trust è ambientato, è ironicamente l'anno in cui la Gran Bretagna si unì all'Unione Europea, che a vederla adesso fa veramente ridere. Una cosa da rifletterci sopra. Oggi, che Trust viene trasmessa, la Gran Bretagna lascia l'Europa. È la disgraziata quadratura del cerchio”.

Non ci sono tragedie peggiori?
“Ovvio, ci sono le Kardashian e gli attacchi a Parigi o nella scuola in Florida, e c'è tutto quello che avviene su Twitter, a partire da Trump. Una realtà che non riconosco, una para-realtà. Ma è per questo che ho pensato al rapimento Getty: perché a dispetto della tragedia o del trauma personale, è stato il primo caso in cui era emerso il sospetto di una truffa, una presa in giro messa in scena dal giovane Getty stesso. Una ‘celebrity story’ che in quanto tale aveva polarizzato la gente e in cui ognuno si faceva la propria opinione. Proprio come adesso. Un vero archetipo della nostra ingenua cultura della celebrità”.

Hilary Swank 
 
Com'è stata la sua esperienza televisiva, come regista?
“Molto interessante. Si lavora a un ritmo differente rispetto al cinema e ho girato tre episodi, che è molto, in poche settimane, ovvero ho girato materiale tre volte maggiore rispetto a un film, mescolando gli episodi in maniera razionale, dai e vai, stop and go, tutto veloce e pragmatico. La tv è pragmatismo puro rispetto al cinema. Che però non esclude per niente il mestiere e la visione”.

Cosa ci può dire del ‘suo’ James Bond prossimo venturo? Ha davvero sempre amato questo personaggio?
“Sì. Ho l'età giusta per ricordare i primi Bond con Sean Connery. I libri di Ian Fleming hanno segnato la mia adolescenza. Credo che i libri siano stati più importanti dei film per la mia formazione. Giuro che ho letto tutti i suoi romanzi e li rileggevo come fossero fumetti! Fanno parte del mio bagaglio. E ovviamente ho visto tutti i film, non me ne sono perso uno. Insomma, quando i Broccoli mi hanno chiesto di dirigere il prossimo film di James Bond vi giuro che dentro di me ho gioito come un ragazzino”.