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Il Leopardi pop apre il cuore a nuove visioni

Leonardo Maltese è Giacomo Leopardi 

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Multischermo / La serie di Rai 1 diretta da Sergio Rubini regala un esempio per il futuro
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Dichiarazioni preventive alla vigilia: “Un Leopardi pop”. E anche “Un Leopardi senza gobba”. Per fortuna era solo per intendersi, poi è arrivata la miniserie vera (Leopardi — Il poeta dell’infinito) appena passata su Rai 1. Con la regia di Sergio Rubini e un cast che spariglia i consueti assembramenti attoriali della fiction di Rai 1: il lavoro — in pratica un film di quattro ore — finisce nella casella dei buoni. O almeno, regala l’esempio per il futuro: si parte da angolazioni dei personaggi e poi si lascia agli autori la libertà di ricavarne le suggestioni preferite.

Il giovane Giacomo (Leonardo Maltese) è quello noto: giovane indifeso di fronte all’arcigna famiglia che lo vuole prete, ma con talento impressionante verso lo studio e l’osservazione delle cose. Uno sguardo dalla finestra, un particolare umano o naturale là fuori, una riflessione poderosa, la capacità di farla diventare poesia marziana e prosa idem. Ma il ragazzo è pop, malaticcio ma non ingobbito: e le cattive amiciz…

Dichiarazioni preventive alla vigilia: “Un Leopardi pop”. E anche “Un Leopardi senza gobba”. Per fortuna era solo per intendersi, poi è arrivata la miniserie vera (Leopardi — Il poeta dell’infinito) appena passata su Rai 1. Con la regia di Sergio Rubini e un cast che spariglia i consueti assembramenti attoriali della fiction di Rai 1: il lavoro — in pratica un film di quattro ore — finisce nella casella dei buoni. O almeno, regala l’esempio per il futuro: si parte da angolazioni dei personaggi e poi si lascia agli autori la libertà di ricavarne le suggestioni preferite.

Il giovane Giacomo (Leonardo Maltese) è quello noto: giovane indifeso di fronte all’arcigna famiglia che lo vuole prete, ma con talento impressionante verso lo studio e l’osservazione delle cose. Uno sguardo dalla finestra, un particolare umano o naturale là fuori, una riflessione poderosa, la capacità di farla diventare poesia marziana e prosa idem. Ma il ragazzo è pop, malaticcio ma non ingobbito: e le cattive amicizie, ovvero ottime, lo portano per l’Italia a coltivare il sogno di scoprire che altrove il mondo non è così cattivo e gli umani non così pessimi. Appunto, un sogno.

Che la seconda parte sia interamente dedicata alle triangolazioni di amori, inganni e sospiri con il superlativo amico Antonio e la stupenda nobildonna Fanny è scelta precisa: opinabile, ma non acchiappa-pubblico. Ed è nuova suggestione: da un sogno infranto all’altro, dalla malattia che si fonde con la disillusione, dallo schiaffo alla facile deriva politico-liberal-patriottica (“I regnanti sono virtuosi solo se ognuno di noi è virtuoso”. E quindi buonanotte).

Un Leopardi, come dire, di grande simpatia: e il genio non serve a declamare sé stesso, come nei santini biografici, ma a riempire una storia con scelta autorale. Magari discutibile, ma piena di spunti, richiami, rimandi alla coscienza dello spettatore.

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Si trovano proteste sul web, motivate. Prima mossa per il futuro in fiction: avere livelli di suono uguali dall’inizio alla fine. E attori che, prima, cercano di farsi sentire e poi si dedicano al sussurro che conferisce fascino.

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