Thriller da fine del mondo, Paradise è la scommessa di Dan Fogelman, il creatore di This Is Us che ha come protagonista il lanciatissimo, carismatico Sterling K. Brown.
La serie, disponibile su Disney+ e benedetta da ottime recensioni, è ambientata in una comunità idilliaca, piena di professionisti e grandi case in periferia, con giardini curati e strade sicure in cui i bambini possono giocare.
L’apparente serenità viene profondamente turbata dall’assassinio del presidente degli Stati Uniti, Cal Bradford, (James Marsden in grande forma), progressista e attraente, gran bevitore e fumatore, con un lato oscuro, figlio del sud, arruola Xavier Collins (Sterling K. Brown) non solo perché è il migliore, ma perché è un vantaggio per la sua immagine l’avere al fianco un nero. Ed è proprio l’agente Collins, capo della sicurezza, a diventare principale sospettato dell’omicidio ma anche della sparizione di documenti di decantante importanza. Anche per un passato doloroso che lo spingeva a odiare il suo capo. Man mano che le indagini proseguono, i personaggi si trasformano, criticità e falsità minano la vita apparentemente armoniosa della comunità in un susseguirsi di colpi di scena.
Figlio del Missouri, Sterling K. Brown, 48 anni, venti di carriera, ha lavorato in film come Black Panther e Frozen II, è diventato famoso con American Crime Story e This Is Us, aggiudicandosi due Premi Emmy e un Golden Globe. Lo scorso anno ha ricevuto la sua prima candidatura all’Oscar da non protagonista per il film American Fiction. L’attore è anche produttore esecutivo di Paradise.
Cosa significa per lei questo show così complesso e ambizioso?
“È una grande sfida, ma una sfida che affronto con una persona di cui mi fido ciecamente, Dan Fogelman. Questo ha reso facile accettare il progetto. Entrambi stavamo cercando lo show giusto per tornare in televisione, e farlo insieme ci sembrava la scelta giusta. Volevamo offrire qualcosa di diverso, non ripetere quanto già fatto. L’opportunità di lavorare di nuovo in famiglia, ma su qualcosa di nuovo era entusiasmante. Quando ho letto il pilot di Paradise, ho capito subito che avevamo tra le mani qualcosa di speciale. Anche la rete e lo studio l’hanno capito e ci hanno sostenuti fin dall’inizio. Abbiamo ottenuto il cast che volevamo, abbiamo girato dove volevamo, lo show è stato promosso in modo eccellente e il pubblico lo sta accogliendo benissimo. Non potrei essere più felice”.
.Come descriverebbe “Paradise” al pubblico? È drammatico, ma cambia continuamente tono e prospettiva. Anche i personaggi si trasformano.
“Lo definirei un thriller politico basato sui personaggi. Il mio ruolo è quello di Xavier Collins, un agente dei servizi segreti assegnato alla protezione del presidente. All’inizio del pilot, il presidente viene assassinato nella sua residenza. Non sappiamo chi l’abbia ucciso, come o perché. Io sono uno dei principali sospettati, essendo stato il primo a trovarlo. Ma se conosci This Is Us e Dan Fogelman, sai che le cose raramente vanno come sembrano. L’omicidio del presidente è solo la punta dell’iceberg: ci sono molte altre trame nascoste, e più si va avanti, più la storia diventa intricata. Non ci si può fidare di nessuno. Questo è ciò che rende la serie così coinvolgente: lo spettatore si chiede costantemente di chi fidarsi, chi sia colpevole, chi innocente”.
Lo show racconta un mondo molto simile al nostro, senza prendere una posizione netta, ma mettendo in evidenza la complessità e le paure del nostro tempo.
“Esatto. È interessante notare che Dan ha avuto l’idea per la serie più di dieci anni fa. Qualsiasi somiglianza con la realtà è quindi puramente casuale. Ma è inevitabile che alcuni temi rispecchino ciò che sta accadendo nel mondo. Il cambiamento climatico, per esempio, è un problema reale che affrontiamo ogni giorno, anche nella nostra serie. Ci sono molte produzioni che parlano di politica e del ruolo del governo. Oggi molte persone si chiedono se i governi servano davvero i cittadini o piuttosto gli interessi di chi finanzia le campagne elettorali. È un tema destinato a rimanere centrale perché riguarda tutti noi”.
Parlando della paura della fine del mondo, della realtà che conosciamo che potrebbe scomparire, quale riflessione personale ha fatto attraverso questa storia?
“Potrà sembrare un pensiero nichilista, ma alla fine il mondo non può durare per sempre. Quando accadrà, probabilmente non lo sapremo nemmeno, perché non ci saremo più".
Ma prima di quel momento, quale sarebbe il suo ultimo desiderio? L’ultimo attimo di speranza, l’ultima cosa che vorrebbe vivere?
“Penso che queste storie ci insegnino a valorizzare ogni momento. Le persone che hanno avuto esperienze di pre-morte o ricevuto diagnosi gravi spesso iniziano a vivere con più intensità, smettendo di preoccuparsi delle piccole cose e concentrandosi su ciò che conta davvero Alla fine, spero che emerga il meglio dell’umanità. Spesso nelle storie post-apocalittiche vediamo il peggio delle persone, la competizione per le risorse, la violenza. Ma credo che la fine possa anche essere affrontata con altruismo e generosità. Guardando show come questo, spero che la gente rifletta su chi vuole essere nel momento della verità. Non è obbligatorio diventare egoisti o selvaggi. Si può scegliere di dare invece di prendere”.