Spettacoli

Vanessa Scalera: “Il bello delle donne storte è la loro umanità”

Vanessa Scalera: “Il bello delle donne storte è la loro umanità”

L’attrice cresciuta a teatro, perfetta nelle commedie, vera nei ruoli drammatici, ha raggiunto la popolarità con Imma Tataranni

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Ha collezionato una galleria di donne “storte”. Vanessa Scalera ama trasformarsi, è un’esploratrice. Il pubblico si è innamorato di lei grazie a Imma Tataranni, la serie di Francesco Amato (grande successo, la domenica su Rai 1), ambientata a Matera, ispirata ai libri di Mariolina Venezia. Una magistrata dotata di temperamento e fiuto infallibile, con un debole per il maculato e i trench rosa. In crisi con il marito Pietro (Massimiliano Gallo), flirta con l’aitante carabiniere Ippazio Calogiuri (Alessio Lapice), che lei chiama per cognome. Perfetta nelle commedie, vera nei ruoli drammatici, lunga gavetta, cresciuta a teatro, scelta dieci anni fa da Marco Tullio Giordana per la storia di Lea Garofalo, Scalera non si è più fermata. Con venti chili di trucco prostetico è diventata Cosima, la zia di Sarah Scazzi, nella serie sul delitto di Avetrana. «Non ho paura di invecchiare o di imbruttirmi, cambiare dà un senso al mio lavoro» spiega l’attrice, che nell’ultimo film di Ferzan Ozpetek, Diamanti, è un’elegante costumista premio Oscar. È la vispissima nonna Lucia in Storia della mia famiglia su Netflix. Il cinema d’autore (Marco Bellocchio, Nanni Moretti, Riccardo Milani, Michele Riondino) la adotta, la tv le regala la popolarità.

E adesso?

(Ride) «Aiuto gli operai perché sto traslocando» .

Possiamo dirlo? Imma Tataranni si è stancata pure di Calogiuri.

«Ma sì. Lo possiamo dire senza che nessuno si arrabbi. Poi non so cosa accadrà nella quinta stagione. Imma, secondo me, saprebbe stare benissimo da sola».

In fondo resta legata al marito.

«Vero, è rimasta appesa alla storia con Pietro, interpretato benissimo da Massimiliano Gallo: hanno passato 25 anni insieme. E si rende conto, dopo una settimana, che la passione con Calogiuri è esaurita. Lui ha pretese, la ama e forse è troppo sdolcinato. A Imma, si può dire?, gli sdolcinati stanno sulle palle. Ha personalità, insegna al carabiniere il mestiere e l’idea di giustizia. Per lui è Atena».

Immaginava che una magistrata avrebbe conquistato il pubblico?

«Sì, perché chi acciuffa il cattivo, debella il male, acchiappa sempre. E poi le indagini si intrecciano con la vita privata, ci sono sempre più dubbi che certezze. Il lavoro del pm è simile a quello dell’attore, in aula fa le requisitorie, esercita un potere sul pubblico. Ho studiato Un giorno in pretura e ce ne sono tante di Imma Tataranni».

“Ogni volta che Imma si veste, muore uno stilista”, scrivono sul web. Look a parte, a chi si è ispirata per interpretarla?

«A Ilda Boccassini, donna pazzesca, usa le parole come un bisturi. Mentre, per quanto riguarda gli eccessi che sconfinano nella commedia, ho pensato a Di Pietro. Era stupendo quando faceva certe uscite. Mi ha fornito una chiave».

Imma è forte e ha pudore dei sentimenti: in questo le somiglia?

«Riconosco che ha un tratto comune a tanti meridionali, rivedo in lei persone della mia famiglia. Sono nata a Mesagne, in provincia di Brindisi, e cresciuta a Latiano. Da noi si dice che se dai troppe carezze al cane o al figlio “si inciccia”, si ammorbidisce, non sostiene il duro peso della vita. Io sono migliorata rispetto ai miei nonni, Imma no. Conserva pudore e durezza».

Attrice di teatro, ha fatto sacrifici. Col successo cos’è cambiato?

«Ho la libertà di scegliere. Oggi non ho più l’ansia del futuro».

Ha sempre voluto recitare?

«Fin da piccolina. Non sapevo come, ma capivo che dovevo incanalare l’energia. Ero precoce nell’imparare tutto a memoria, recitavo le poesie».

A casa erano d’accordo che facesse l’attrice?

«Non hanno mai fatto opposizione, ma non mi hanno mai messo il gagliardetto. Quando partii per Roma, il saluto fu: “Vai, e speriamo che Dio ce la mandi buona”».

Il successo a 40 anni si affronta con maggiore responsabilità?

«Non avendolo vissuto a venti o a trenta anni, non saprei dire com’è quando arriva presto. Ma posso dire che, a quaranta anni, per forza è un successo più saggio: ti poni diversamente, guardi quello che accade con altri occhi. Ora ho paura che arrivi troppo in fretta la vecchiaia. Abbiamo un termine. Solo Robert De Niro, a 82 anni, sa fare magicamente quello che fa. Siamo realisti, esiste un deterioramento mentale e fisico».

Ma ha solo 47 anni, che pensieri le vengono in mente?

«Pensieri sensati, mi creda. Il tempo passa così velocemente».

Trova che le “donne storte” siano più affascinanti?

«Rappresentano la varietà dell’essere umano. Grazie allo straordinario mestiere che faccio, ho la possibilità di usare il corpo: fare l’attore vuole dire essere disposto al cambiamento».

Quasi tutte le sue colleghe dicono che essere attraenti è d’obbligo: ha mai avuto paura di farsi imbruttire?

«No, ma ho capito cosa ho combinato con Imma Tataranni, la gente quando mi vede si stupisce. Anche Ozpetek era sorpreso: “Sei più giovane”. Mi vedeva in Imma. Fin dall’inizio non ho avuto paura di affidarmi alla costumista o al parrucchiere, divento una maschera».

In Storia della mia famiglia recita con il suo compagno, Filippo Gili, che interpreta il suo corteggiatore. Com’è andata?

«Mi sono divertita. Il regista Claudio Cupellini, che conosceva Filippo, è venuto da me per pura cortesia e mi ha chiesto: “Gli posso fare un provino?”. Chi sono io per bloccarlo? Sul set è stato buffo baciare un uomo impacciato, restituire nelle scene l’imbarazzo: stiamo insieme dal 2006. Storia della mia famiglia è scritta in modo meraviglioso da Filippo Gravino, i dialoghi sono naturali, è una serie swing. Pure Lucia è una donna storta, una mangiatrice di uomini un po’ schizzata».

Per le donne c’è ancora tanta strada da fare?

«Secco sì. Stipendi, diritti, ruoli decisionali. Prenda una foto, in qualsiasi campo, e cancelli le figure femminili. Restano schiere di uomini».

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In Diamanti eravate una squadra di attrici, c’era complicità?

«Ferzan è meraviglioso. Sono nate belle amicizie, soprattutto con Geppi Cucciari, Jasmine Trinca e Luisa Ranieri. Grande intesa, con donne diverse tra loro, che stimo».

Segue la politica?

«A Latiano frequentavo la sezione del Partito comunista. Per me sono fondamentali i diritti, sono attivista di Sos Méditerranée e continuo a interessarmi dell’accoglienza, c’è un’umanità che sta bussando alla nostra porta. Non credo che, a oggi, destra e sinistra siano pronte».

Vede la sinistra in difficoltà?

«Ha i suoi problemi, in un mondo che va verso la destra estremista. Per chi la pensa come me, l’unico modo di resistere è portare in giro la cultura dell’accoglienza e della pace, per opporsi alla disumanizzazione totale. C’è troppo egoismo. La cattiveria in giro è inaccettabile».

Se potesse, cosa chiederebbe alla premier Giorgia Meloni?

«Tante cose. Soprattutto come faccia a convivere con i saluti fascisti, retaggio incompatibile con il suo ruolo istituzionale. A me provocano disagio. A lei no? Partirei da questo, poi le chiederei della chat, ancora dei messaggi sulle nostalgie fasciste. Ma so già cosa mi risponderebbe: “È una boutade”».

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