Roberta Bruzzone: “Il lato oscuro ci riguarda. Io vittima di stalking. La mia paura? Le malattie”
di Maurizio CrosettiLa mente di Narciso è un abisso buio e senza fine: chi vi affonda, può morire. Perché all’inizio sembra amore e invece è morte. Nella mente di Narciso torna oggi, 11 settembre, su RaiPlay (produzione di La casa rossa per Rai contenuti digitali, da ottobre su Rai 2) e ancora una volta sarà la criminologa Roberta Bruzzone, psicologa forense, a fare da palombaro nella perlustrazione di quei terribili fondali.
Perché là sotto si muore?
«Perché c’è il rischio di non essere consapevoli del pericolo, specialmente nelle fasi iniziali dell’incantesimo, quando Narciso aggancia la sua preda. Ci si sente unici e speciali, bombardati da frasi tipo “siamo fatti l’uno per l’altra”, “il nostro destino è stare sempre insieme”. Il rapporto, che sembra benevolo, invece è tossico e potenzialmente letale».
Quali i segnali d’allarme?
«L’accelerazione. Se tutto è troppo rapido e frenetico, vuol dire che c’è pericolo e che si tratta di verità fittizie. Il tempo è il migliore antidoto contro il narcisis…
La mente di Narciso è un abisso buio e senza fine: chi vi affonda, può morire. Perché all’inizio sembra amore e invece è morte. Nella mente di Narciso torna oggi, 11 settembre, su RaiPlay (produzione di La casa rossa per Rai contenuti digitali, da ottobre su Rai 2) e ancora una volta sarà la criminologa Roberta Bruzzone, psicologa forense, a fare da palombaro nella perlustrazione di quei terribili fondali.
Perché là sotto si muore?
«Perché c’è il rischio di non essere consapevoli del pericolo, specialmente nelle fasi iniziali dell’incantesimo, quando Narciso aggancia la sua preda. Ci si sente unici e speciali, bombardati da frasi tipo “siamo fatti l’uno per l’altra”, “il nostro destino è stare sempre insieme”. Il rapporto, che sembra benevolo, invece è tossico e potenzialmente letale».
Quali i segnali d’allarme?
«L’accelerazione. Se tutto è troppo rapido e frenetico, vuol dire che c’è pericolo e che si tratta di verità fittizie. Il tempo è il migliore antidoto contro il narcisista».
Però, molti innamoramenti all’inizio travolgono.
«Fino a un certo punto: non si va da zero a cento in un secondo».
Le prime due puntate del programma sono dedicate al caso di Giulia Cecchettin: era inevitabile.
«Sì, perché si tratta di un paradigma: Giulia era la ragazza alla quale una cosa del genere, in teoria, non poteva mai accadere. Una vita tranquilla, senza offrire spunti agli agguati. La classica ragazza della porta accanto. Per chi l’ha uccisa, è entrata in gioco anche la competizione: lei era l’emblema del fallimento di lui. Il ricatto emotivo non perdona. La vicenda di Giulia deve insegnare che certe cose possono capitare proprio a chiunque».
Anche ai maschi?
«Certo che sì, anche se forse rischiano meno dal punto di vista fisico. Ma ci sono donne capaci di accanirsi sulla vittima anche quando la vittima non respira più. Nel programma ricostruiamo anche casi di donne narcise, non facciamo “Amore criminale 2”, con tutto il rispetto. Il nostro intento è offrire strumenti per salvarsi la pelle e per migliorare la qualità della vita di relazione».
La tivù del dolore non sembra avere questo intento, però.
«E infatti io non mi ci identifico. Lo spettacolo della sofferenza mi fa ribrezzo, è pornografia. Mi rendo conto che esistono trasmissioni che indugiano sul dolore altrui, e lo usano: ma il pubblico ha strumenti per distinguere e scegliere. Io rispondo solo di quello che faccio, la mia forza sono i fatti, non la fuffa. Ogni intervento è prima di tutto tecnico, e deriva da un quarto di secolo di professione sul campo e sui luoghi dei delitti, mica in studio. Bisogna stare ai fatti e non fare psicodinamica, altrimenti la maionese impazzisce. Ci mettiamo un’attenzione spasmodica».
Perché la tivù dei delitti ha tanto successo?
«Certe cose esistevano, anche senza televisione, già nella Londra vittoriana, dove la gente faceva la fila per comprare i giornali che usavano vignette per raccontare la cronaca nera. Le storie di Jack lo Squartatore erano cronaca grafica a puntate, eppure riguardavano la verità, non erano romanzi. Il lato oscuro ci riguarda, la paura ci cammina accanto: vittime e carnefici sono vicino a noi».
Non c’è qualcosa di morboso in tutto questo?
«La gente rallenta anche per sbirciare gli incidenti stradali».
Lei è diventata un personaggio: a quale prezzo?
«Mi fanno le imitazioni, non posso andare al supermercato o al ristorante. Se sbagli una parola o un gesto in pubblico e sei famoso, dopo un secondo finisci sui social. Una scocciatura, però a qualcosa si deve pur rinunciare. Non sputo nel piatto in cui mangio, anche se mentre mangio mi tocca fare un selfie con qualcuno… Però non sono mica un personaggio: sono me stessa e sempre uguale, dalla mattina alla sera».
Lei si è occupata anche del lato oscuro dei social media: c’entra qualcosa?
«Bisogna imparare a gestirli, con una regola aurea: mai parlare di sé o postare contenuti privati, o peggio ancora fisici e intimi. C’è un sacco di gente poco centrata alla quale certe cose infarciscono la mente. Non ho figli, ma di certo se li avessi non li esporrei mai sui social. In quanto ai miei post, sono aiutata da validissimi collaboratori e ci limitiamo a contenuti professionali: ho appena commentato alcuni siti sessisti, e segnalato un canale Telegram che vendeva foto di bambini».
Anche lei è stata vittima di stalker.
«Ci sono due persone attualmente sotto processo per questo: un’avvocatessa e un medico. Situazioni che hanno inciso nella mia vita: devo considerarle un altro prezzo da pagare al successo».
Cosa significa essere una criminologa? Non sta diventando una moda?
«Un conto è farlo in tivù, dove circola anche gente improbabile che non ho mai visto sulla scena di un crimine, un altro è farlo per mestiere da 25 anni, dove avvengono i fatti. La tivù a volte è solo la schiuma del cappuccino: io sono il cappuccino. Non credo sia così difficile capirlo».
Nei confronti dei colleghi, lei non è certo tenera.
«Diciamo che meritavo avversari migliori. Se ti confronti con me, devi sapere di cosa parli perché io sono brava e non esco mai dalla modalità bulldozer. Smusso pochissimo gli angoli e so approfittare delle fragilità altrui. Sono fatta così».
Cos’è per lei la morte?
«Per la Bruzzone, è un passaggio professionale: devo approfondire cosa l’ha preceduta e cosa la segue. Tutto qui. Per Roberta, invece, è la paura delle malattie. Ma vivendo ai 300 all’ora e a 360 gradi per 24 ore al giorno, ho pochissimo tempo per pensarci».
Tra i molti casi drammatici che lei ha affrontato o avvicinato, ce n’è uno che non si toglie dalla mente?
«Quello di Serena Mollicone: spero di poter dare presto un contributo di chiarezza. A quella ragazza penso davvero molto spesso».
Lei è stata consulente difensiva di Michele Misseri nel delitto di Avetrana: un’altra storia di abisso estremo.
«Sono stata la prima persona alla quale Misseri disse che non aveva ucciso Sarah Scazzi, e che invece l’aveva fatto sua figlia Sabrina: non ho mai dubitato che l’uomo fosse sincero. Da parte sua, Sabrina non esitò ad accusare del delitto proprio il padre, così fragile, che per lei avrebbe fatto qualunque cosa».
Roberta, lei nell’abisso sa nuotare?
«Sì, direi piuttosto bene: è il mio lavoro».
Quanto si diverte?
«Tantissimo».
Risponda di botto: chi ha ucciso Liliana Resinovich?
«Non sono così convinta che si tratti di omicidio. La donna mostrava importanti tratti dipendenti di personalità, e si era accompagnata a uomini ingombranti, con profili psicologici simili. Davanti al bivio: l’uno o l’altro?, mi chiedo se Liliana possedesse le risorse psicologiche necessarie a gestire la scelta tra i due uomini. E poi c’è un aspetto tecnico che non mi convince: se si deve inscenare un suicidio, perché usare due sacchetti in testa e non uno soltanto?».
Nel caso di Pierina Paganelli, lei è consulente per la difesa di Louis Dassilva: chi pensa abbia ucciso la donna?
«Riteniamo che per Louis esistano gli estremi del ragionevole dubbio, e con questa convinzione andremo a processo. Sarà un dibattimento molto tecnico e infuocato, questo lo posso anticipare. Si inizia il 15 settembre, e il mio intervento è previsto verso la fine: vi assicuro che sarà una consulenza ad alto impatto, come sempre. Anche perché il processo è il mio elemento naturale, e lì divento implacabile».