Bruno Bozzetto: “Con i soldi di Carosello ho aperto lo studio, ma c’era chi si vergognava a farlo”
di Chiara UgoliniEra l’inizio degli anni Sessanta quando Bruno Bozzetto, considerato il Walt Disney italiano, dopo aver creato la sua casa di produzione veniva avvicinato per realizzare un Carosello. Quella pagina di storia della tv e della pubblicità – che è stato il ventennio tra il 1957 e il 1977 – rivive nel film per la tv Carosello in love (su Raiplay) e chi meglio dell’animatore e disegnatore oggi ottantasettenne può raccontarci che mondo fosse.
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“È stato un caso che io cominciassi a realizzarli – ci racconta – Avevo fatto un film del Signor Rossi che era uscito al cinema. Un mio ex compagno di scuola mi raggiunge sul sentierone di Bergamo e mi dice ‘lavoro alla Innoce…
Era l’inizio degli anni Sessanta quando Bruno Bozzetto, considerato il Walt Disney italiano, dopo aver creato la sua casa di produzione veniva avvicinato per realizzare un Carosello. Quella pagina di storia della tv e della pubblicità – che è stato il ventennio tra il 1957 e il 1977 – rivive nel film per la tv Carosello in love (su Raiplay) e chi meglio dell’animatore e disegnatore oggi ottantasettenne può raccontarci che mondo fosse.
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“È stato un caso che io cominciassi a realizzarli – ci racconta – Avevo fatto un film del Signor Rossi che era uscito al cinema. Un mio ex compagno di scuola mi raggiunge sul sentierone di Bergamo e mi dice ‘lavoro alla Innocenti, vorrebbero parlarti perché vogliono fare un Carosello con te’”. Così è iniziata la produzione della Bruno Bozzetto Film per quei primi spot televisivi così diversi da tutto quello che è venuto dopo in campo pubblicitario.
Riello, lo spot su Carosello di Bruno Bozzetto
Alla fine ne ha realizzati circa una trentina
"Una trentina nel senso per trenta clienti. Perché per ogni cliente si realizzavano 5 Caroselli originali, una produzione enorme. Ero giovanissimo, vivevo all’epoca a casa di mio padre, niente spazio, non sapevo dove mettere i disegni per farli asciugare: le tavole finivano in corridoio, nella vasca da bagno, sugli armadi. Senza Carosello non avrei potuto fare questo lavoro professionalmente, grazie ai soldi che abbiamo guadagnato in quell’epoca ho potuto assumere segretarie e collaboratori, mentre prima si lavorava con gli amici, gli amici degli amici e i compagni di scuola”.
Di quel primo Carosello per La Innocenti che ricordo ha?
“Ci chiesero di realizzare un Carosello per la prima Innocenti, la Innocenti A quaranta, una spider che noi chiamavamo la bistecchina, molto piatta. Così ho inventato Cuco, un personaggio strano che veniva trattato male da due, si arrabbiava e li minacciava e quei due si ribellavano e urlavano ‘Noi siamo Innocenti’. E allora partiva lo slogan... era il trucco Carosello per far rimanere in testa il nome. D’altronde era il nostro unico modo per creare una correlazione con il prodotto”.
Avevate delle regole di ingaggio molto rigide?
"Rigidissime. Il Carosello era fatto di due elementi: c’era la parte di spettacolo (che durava 1 minuto e 45 secondi) e la parte pubblicitaria (il codino di 30 secondi). Le due parti dovevano essere assolutamente scisse perché la Rai diceva che trasmetteva solo pochi minuti di pubblicità e teneva alto il canone, ma il cliente pagava per 2 minuti e 15. Il prodotto pubblicizzato non solo non doveva essere nominato che nel finale, ma non poteva neanche apparire in modo indiretto o allusivo. Carosello è stato un successo talmente nuovo che all’estero non si capiva, quando presentavamo gli spot fuori dall’Italia gli stranieri fischiavano perché non ne comprendevano il senso: vedere un gatto e poi all’improvviso un aperitivo. Si trattava di una trovata all’italiana: qualcosa di nuovo, allo stesso tempo molto stupido e molto intelligente”.
La Sacis era la concessionaria pubblicitaria che da Roma seguiva tutti i progetti, gli storyboard e la realizzazione degli spot e che non permetteva di sgarrare.
"La Sacis ci dava regole molto rigide anche a livello di linguaggio, pensate che non si poteva dire “olio vergine d’oliva”, perché sembrava un’allusione sessuale. Si poteva dire solo “olio d’oliva”. Io naturalmente stavo dalla parte dei clienti, mi faceva piacere che il film facesse pensare alla pubblicità e così cercavo sempre di metterci dei doppi sensi. Per lo spot della lavatrice Castor mi ero inventato il personaggio di Buc, il Bucaniere bucato. Era il fantasma di un pirata fatto con un lenzuolo bucato sulla pancia perché si era preso un colpo di cannone. A quel punto arrivò la telefonata della Sacis che disse ‘no, non si può fare perché il legame tra il bucato e la lavatrice è troppo stretto’. Io ho provato a spiegargli che il fantasma da sempre è rappresentato con un lenzuolo e loro hanno ribattuto che io avevo esagerato mettendo un buco tondo che ricordava l'oblò della lavatrice. Ho avuto una disputa incredibile, ogni dieci giorni mi chiamavano per lamentarsi, dicevano che li stavo prendendo in giro ma alla fine l’abbiamo spuntata”.
Nell’estate del 1976, pochi mesi prima che l’esperienza di Carosello chiudesse, Epoca pubblicò una indagine che sosteneva che dei 19 milioni di italiani che guardavano Carosello, ben 9 erano bambini.
"Certamente quello era il pubblico principale di Carosello. Per questo l’animazione è stato uno dei primi mezzi per realizzarli. Il cartone animato era perfetto sia perché in pochi minuti si poteva raccontare una storia in animazione e sia perché con i cartoon i bambini si divertivano di più. All’epoca con i Caroselli si facevano bei soldi, c’erano registi famosi che venivano in incognito a girarli. La nostra casa di produzione una volta ne girò uno con Gillo Pontecorvo ma non voleva farlo sapere in giro per paura che potesse disturbare la sua carriera. D’altronde anche io dopo un po’, dopo Caroselli come Pildo Poldo e Baffoblù di cui avevo inventato anche lo slogan “chiaro... limpido... Recoaro” o dopo le caldaie Riello e Dunca Dunca, l’indiano, li ho un po’ mollati. Avevo un buon direttore commerciale e lo studio è andato avanti da solo perché io ero impegnato con i film come West and soda”.
A proposito del cinema di animazione come vede il futuro per il settore tra i cambiamenti tecnologici e l’emergenza dei tagli dei finanziamenti?
"Lo studio ora è nelle mani di mio figlio, ma certo anche io continuo a seguire la produzione. Dà fastidio che per qualcuno che ha rubato soldi ci rimetta tutta la categoria, la colpa è di quelli che dovevano controllare. L’animazione fa fatica oggi, tra l’uso del digitale e l’intelligenza artificiale la qualità non è alta ma i bandi sono sempre esistiti e ci permettevano di sopravvivere. Che poi l’intelligenza artificiale a me interessa, siamo alle soglie di un grande cambiamento, si aprono nuove possibilità. Ciò che conta però è che queste nuove possibilità siamo in grado di dominarle e non esserne dominati, esattamente come è stato col computer tanti anni fa”.