Spettacoli

Fabio Balsamo: “Ho fatto il clown di strada. Poi il comico: raccontavo i miei guai e ridevano tutti”

Fabio Balsamo: “Ho fatto il clown di strada. Poi il comico: raccontavo i miei guai e ridevano tutti”

Riproponiamo una delle interviste più apprezzate da voi lettori di Repubblica in questo 2025

6 minuti di lettura

ROMA – Del gruppo dei The Jackal, una trentina di persone tra creatori, registi, interpreti, Fabio Balsamo è la maschera più tenera e malinconica. Nel collettivo napoletano ha trovato un suo spazio preciso sebbene continui a perseguire anche la sua carriera solista con film come Falla girare, Beata te, Tre di troppo e serie tv come No acitvity, poliziotto accanto a Rocco Papaleo, o Piedone. E ha vinto, pari merito con Luca Bizzarri, la terza edizione di Lol. 36 anni, nato a Casalnuovo di Napoli, ha avuto il colpo di fulmine grazie all’incontro con la comicità di Massimo Troisi, suo nume tutelare.


Per attivare l'iscrizione alla newsletter The dreamers, dedicata al cinema e alle serie tv, clicca qui


La seconda stagione di “Pesci piccoli” ha avuto un buon riscontro di pubblico, di critica. Le vostre reazioni?

"Come The Jackal siamo soddisfatti, essendo una nostra produzione gli abbiamo dedicato il tempo che ci sembrava necessario. Ci siamo permessi il lusso del lavoro e abbiamo avuto la sensazione di aver dato tutto. Il pubblico ha risposto bene, hanno riso ma anche apprezzato il tema delle fragilità, dell’accettazione, dell’amore. Non abbiamo ancora i numeri dalla piattaforma ma il “sentiment”, come dicono quelli bravi del marketing, è buono. Poi siamo contenti anche perché anche amici e colleghi si sono appassionati".

Qualche nome?

"Vanessa Scalera è venuta a trovarci sul divano ed ha apprezzato molto, ci sentiamo spesso con Serena Rossi, Stefano De Martino. Ci confrontiamo sul nostro lavoro. Francesco Paolantoni l'ha vista tutta, tutti hanno apprezzato lo sforzo di scrittura, di produzione e di recitazione rispetto alla prima stagione”.

Avete trovato i soldi per pagare Fru che vuole un aumento per fare la terza stagione?

"Innanzitutto, da scrivere a carattere cubitali: non dobbiamo pagare Fru. È giusto che prenda la sua parte in base alle pose, si è fatto portavoce di un messaggio che non gli appartiene. Scherzi a parte, non sappiamo ancora nulla della terza stagione. Stiamo cercando di goderci questa fatica, anche al pubblico abbiamo fatto un appello: non vedetevele tutte assieme ma un po’ alla volta. Perché ogni puntata è stata come un figlio, abbiamo partorito otto volte. Evitiamo la bulimia”.

Dal recente passato al futuro: che cosa è “Holiday crush”, il nuovo programma che commenterete a partire dal 4 settembre?

"Per holiday crush si intende il colpo di fulmine estivo. È un reality con un gruppo di ragazzi che vive un’esperienza molto libertina in Sud Africa. Con i Jackal, una volta terminato il programma, lo abbiamo commentato dal nostro divano e ognuno di noi, da spettatore, si è espresso liberamente. Io come sempre mi sono fatto portavoce del cinismo e della severità che mi contraddistinguono”.

Come nasce la passione per la recitazione?

"Da ragazzino, in un periodo molto delicato. Per un problema di salute sono stato diverso tempo in ospedale, mi portarono un dvd di Massimo Troisi. Ho trovato una voce che riusciva a convogliare un messaggio molto profondo, malinconico con leggerezza. Come se mi avesse rivelato che c’era un modo per trasformare il dolore in una malinconia leggera che ti fa sorvolare sulle cose più difficili. Mi ha insegnato che la comicità ha la funzione di alleggerire la vita e sublimarla”.

Quando ha capito che faceva ridere gli altri?

"Nasco come attore drammatico, a 18 anni mi sono iscritto all’Università popolare dello spettacolo a Napoli e mi sono laureato in arte drammatica, Ibsen, Pirandello. Però già allora non credevo alla distinzione tra drammatico e comico, l’attore rappresenta la vita, e la vita non è distinta in generi. A Napoli si dice “non c’è un funerale dove non si ride e non c’è un matrimonio dove non si piange”. Ma ancora prima dell’Università mi sono reso conto che esprimevo verità molto profonde e la gente rideva. E la cosa mi offendeva. Se raccontavo paure e fragilità mie, e della mia famiglia, la gente rideva, poi ho capito che magari ci si riconosceva o semplicemente reagiva al fatto che qualcuno diceva la verità. Cose che mi facevano arrabbiare o soffrire ma evidentemente la mia amarezza diventava motore di comicità".

La serie "Pesci piccoli" e l'omaggio alla Melevisione dei The Jackal

La sua famiglia non ha legami con lo spettacolo.

"No, vengo da una famiglia molto semplice, papà operaio tornitore metalmeccanico, l’ho perso lo scorso gennaio, mamma casalinga, mio nonno faceva il marmista e il parrucchiere. In questa semplicità io e i miei fratelli ci siamo salvati tra noi, mamma e papà facevano come potevano, non c’erano proprio i mezzi. Io ho due fratelli più grandi, uno è un professore di chimica industriale e l’altro un ingegnere meccanico. Ricordo che a tavola ci confrontavamo su letteratura, scienza, cultura generale, e questo confronto ha creato un nucleo di curiosità. Ma a differenza dei miei fratelli, che avevano un campo specifico in cui esprimere la loro curiosità, io ero curioso di tutto. La recitazione è stato il mio modo per appagarla. A mia mamma fa ancora strano quando va a far la spesa o in chiesa e la gente le dice che mi ha visto in televisione”.

Che scuola era l'Università popolare dello spettacolo di Napoli?

"Purtroppo non esiste più. È una scuola voluta da Pio Cocorullo che era l’avvocato di Eduardo De Filippo, la fondarono insieme. Era una delle poche accademie a Napoli che forniva una formazione giornaliera, io sono stato l’ultimo laureato di questa scuola che purtroppo poi ha chiuso quando è stato ridotto il Fondo unico per lo spettacolo. C’erano rettori di eccellenza come Pippo Baudo, Vincenzo Salemme, Massimo Ranieri".

Dopo la laurea è andato in Francia con i clown di strada.

"Ho iniziato con stage di formazione, ho studiato doppiaggio a Roma, poi sono rimasto colpito da uno show di un clown russo, a Napoli. È stata una rivelazione, il clown racchiude tutta la malinconia all’interno di un attore tanto che si dice che il clown non va costruito ma cercato dentro di sé. Sono andato in Francia, mi sono unito a una compagnia di giro, abbiamo messo in scena uno spettacolo in un teatro off di Avignone. Nel frattempo sperimentavo clowneria da strada, ho creato il personaggio di Saddy, con la barba e il fiorellino morbido in mano, è un clown vagabondo ed è l’aspetto più romantico e infantile di me. Mi serve ancora per tanti personaggi e si riallaccia a quella commedia che facevamo benissimo e poi abbiamo deciso di non fare più, siamo finiti a fare solo il grottesco e il demenziale”.

Però si è fatto le ossa con le feste per bambini.

"Ma prima ancora ho fatto tantissimi lavori: commesso farmaceutico, gelataio, commesso in un negozio di abbigliamento per uomo… Con l’animazione avevo l’opportunità di poter lavorare un numero di ore limitate, pagarmi l’accademia e quindi alternare. Quelle feste sono state una scuola: per tenere l’attenzione di 30 bambini occorrono carisma e presenza. Ci vuole una forza grande anche perché con un occhio facevo la festa ai bambini e con un altro ai genitori. Che poi erano quelli che pagavano. Passavo da una comunicazione all’altra, ho subìto anche qualche umiliazione, in alcuni quartieri malfamati ho ricevuto minacce da genitori poco rispettosi. Sono stato anche animatore estivo e mi è capitato di dormire in situazioni assurde, con il gestore dell’agenzia che prendeva tanti soldi e ci faceva dormire su brandine distrutte”.

The Jackal spiegano a Rose Villain l'espressione napoletana "si 'na preta"

Il più bel ricordo di quell’epoca?

"A Napoli c’è il periodo “AG” e “DG”, cioè ante Gomorra e dopo Gomorra. Nel periodo AG ho lavorato a Scampia in un campo estivo organizzato in un capannone delle vele. Ci sono stati momenti difficili, di tensione, però anni dopo mi è capitato di incontrare delle madri che mi hanno raccontato che, grazie a quei campi estivi, o al doposcuola che facevo in quei quartieri, i loro figli non avevano preso una brutta strada. Perché io li andavo anche a cercare a casa, o in giro, e cercavo di inserirli in gruppi di gioco o di lavoro. Mi è capitato di incontrare giovani adulti, uomini e donne che mi abbracciano e piangendo mi dicono “tu sei stato il Saddy della mia festa di compleanno”.

L’incontro con i The Jackal: come è avvenuto?

"Tornato dalla Francia avevo 23 anni. Arriva Facebook in Italia e c’era già YouTube ma non ne sapevamo niente… Appena iscritto a Facebook vedo un video di Ciro Priello che allora non era nessuno: “Sei un attore? Stiamo cercando proprio te. Siamo dei ragazzi che facciamo video su Facebook”. Io – come faccio ancora oggi prima di un provino – mi vado a studiare tutto su Ciro Priello, tutti i video che avevano fatto. Vedo Lost in Google che era piuttosto fatto bene per l’epoca. Faccio il provino con un monologo drammatico, uno comico e scene improvvisate, ricordo che mi avevano fatto i complimenti per la dizione. Il giorno dopo mi chiama il regista Francesco Ebbasta per fare con loro un programma su Sky, Spin doctor. Ci sono voluti anni, il nostro è stato un matrimonio lento, facevamo cose ma poche, non c’era assiduità. Poi, un giorno dopo una festa in cui avevo fatto animazione, trovo una chiamata di Ciro che mi dice: ‘vuoi venire a fare un video?’ Ero stanco, non sapevo se andare. Poi ci sono andato distrutto, quel video era Gli effetti di Gomorra sulla gente, improvvisammo molto. È stata una coincidenza o un destino, in 24 ore mi ritrovai inondato di una popolarità che non mi aspettavo. Solo dopo Fottuti musi verdi, il film, sono entrato ufficialmente nella squadra dei The Jackal”.

Ancora oggi alterna il lavoro con Ciro, Fru, Aurora ad altri progetti autonomi, film, serie tv, programmi.

"Non è mai facile accettare un progetto all’esterno del gruppo, per quanto importante, però talvolta va fatto. Ci siamo promessi, come in ogni coppia che si rispetta, di continuare a coltivarci individualmente. Talvolta è complicato, i lavori si accavallano: mi è capitato di girare dalle 5 del mattino alle 17 un lavoro e poi dalle 18 a mezzanotte un altro. Se il gruppo è coeso e c’è entusiasmo è anche perché ognuno continua a fare anche le sue cose, anche perché siamo molto diversi”.

Cosa fa quando non lavora?

"Ci sono dei momenti di vuoto. Passo il tempo libero con le persone a cui voglio bene. Quando non lavoro, studio, un attore non può mai smettere di studiare. Ma ho anche delle passioni: i videogiochi, la cucina, lo sport. Anche se qualcuno dice che non si vede che faccio molto sport. Amo la natura, mi piace andare in particolare in Abruzzo”.

The Jackal e la parodia tutta da ridere di 'Temptation Island'

Vive ancora a Casalnuovo di Napoli?

"Sono di Casalnuovo, ora mi sono spostato in un altro paesino sempre lì vicino. Io vedo la cartolina di Napoli al contrario: se quella classica è il mare vicino e il Vesuvio lontano, io invece ho vicino a me il monte Somma e vedo Napoli lontana”.

Ogni tanto torna a teatro. Con chi vorrebbe lavorare?

"Il mio sogno è lavorare con Toni Servillo, lo dico da tempo. Ovviamente c’è anche una lunga lista di registi con cui vorrei lavorare ma il sogno del bambino che è in me è condividere la scena con lui. L’attore che vorrei diventare da grande”.

I commenti dei lettori